I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

VALE LA PENA

ANS

Traduzione di Marisa Patarino

«Don Bosco riceveva spesso lumi superiori per il discernimento delle vocazioni. La sera del 31 ottobre 1885 egli disse a don Lemoyne che talora, mentre stava in chiesa vedeva una specie di fiammella staccarsi dalle candele dell'altare e girando e rigirando posarsi sul capo di qualche giovane, essere quello per lui un segno evidente di vocazione nel designato» (Memorie Biografiche XVII, 470)
Le fiammelle di Dio volano ancora.

PAPUA NUOVA GUINEA

Bernard Kaiau

«Dio mi ha chiamato due volte»

Ci vuole una comunità - famiglia, formatori, amici - per far germogliare una vocazione, sebbene la chiamata venga da Dio stesso. La testimonianza vocazionale del chierico papuano Bernard Kaiau ne è una prova.

Provengo da una famiglia cattolica e sono l'ultimo di quattro figli, tre maschi e una femmina. Mio padre è insegnante, mia madre è casalinga. Il mio interesse per la vita religiosa è cominciato quando avevo la tenera età di tre anni, grazie agli insegnamenti e ai principi cristiani trasmessi dai miei genitori. Mio padre e mia madre ci accompagnavano ai rosari organizzati in diversi paesi dalle varie comunità, in particolare nel mese di ottobre.
Tutte le domeniche i miei genitori si assicuravano che partecipassimo alla messa. Crescendo, ho appreso che il nome Bernard mi è stato dato da un allora frate passionista. La buona formazione cattolica che ho ricevuto in famiglia mi ha permesso di avere grande rispetto per i sacerdoti, le suore e altri laici intesi come strumenti di Dio, che diffondono la sua Parola e il suo amore.
Sebbene io presentassi già segni della mia vocazione, non ero ancora chiaramente orientato a diventare religioso. Il mio orientamento diventò chiaro quando entrai nell'Istituto Don Bosco Vanimo nella Provincia di Sandaun nel 2003. Rimasi là per quattro anni come studente interno e seguii gli studi medi superiori a partire dall'anno scolastico 2003-2006. Ero molto felice perché la mia vocazione alla vita religiosa si rafforzava con l'aiuto dei Salesiani. L'ambiente costruttivo in cui mi trovavo favoriva l'apprendimento e ha determinato un notevole impatto nella mia vita di studente sotto tutti gli aspetti, mentali, sociali, fisici, emozionali e soprattutto spirituali.
Le realtà che vivevo a scuola e che mi hanno aiutato a diventare religioso sono state la recita quotidiana del rosario, la disponibilità dei nostri sacerdoti salesiani per la confessione, i ritiri, le conversazioni del buon giorno e della buona notte. I Salesiani, inoltre, erano sempre presenti con noi in occasione delle gite scolastiche, nei campi di gioco e in altre attività scolastiche. Tutto questo incoraggiò noi che temevamo di non essere in grado di raggiungere buoni risultati negli studi o in altri ambiti della formazione.
Con questa direzione e questa guida nella mia vita, decisi di aggregarmi al gruppo vocazione e, dopo aver terminato gli studi medi superiori, nel 2006 entrai nel Seminario Savio Haus.
Nel 2007 fui scelto per compiere i miei studi presso il Don Bosco Technological Institute a Port Moresby, mentre ero aspirante presso il Seminario Savio Haus.
Sono chiamato a servire
Verso il mese di maggio del 2007 fui però colpito da una forma grave di malaria cerebrale e fui ricoverato per una settimana all'ospedale Pacific International Hospital di Port Moresby. Fui poi mandato a casa a West Sepik, nella Provincia di mia madre. Pensai che questo segnasse la fine della mia vocazione e del mio percorso di studi.
Dio però mi ha chiamato ancora. Tornai a frequentare la scuola ed espressi nuovamente il mio desiderio di essere aspirante. Fui riammesso in seminario e continuai i miei studi. Ho poi frequentato l'università per quattro anni e mi sono laureato nel 2011. Vedere i miei compagni di studi che andavano a lavorare mi indusse a uscire dal seminario. Anche i miei genitori volevano che io vivessi fuori del seminario per un po' e che lavorassi per contribuire ad aiutare finanziariamente la nostra famiglia. Dovetti anche allontanarmi da un'amica che studiava all'Università di Goroka per rispondere a questa chiamata speciale da parte di Dio.
Per me è stato difficile prendere questa decisione. Grazie alla preghiera, alla comprensione della mia famiglia e al sostegno dei Salesiani della casa di formazione chiesi perciò di essere ammesso al pre-noviziato e fui ammesso al Centro di Formazione Don Bosco di Cebu, nelle Filippine, dove rimasi per l'anno 2012-2013. Continuai il mio percorso frequentando il noviziato, nell'anno 2013-2014. I due anni di formazione mi hanno aiutato ad approfondire la conoscenza di me stesso e, con l'aiuto di Dio, tramite i suoi strumenti, i formatori, il direttore spirituale e il maestro dei novizi, ho finalmente deciso di essere Salesiano di don Bosco.
Ciò che veramente mi motiva è lo sforzo instancabile che i missionari salesiani compiono qui nel nostro Paese, Papua Nuova Guinea, continuando ad aiutare e formare i nostri giovani affinché diventino buoni cristiani e onesti cittadini. Soprattutto, però, Dio mi chiama a essere suo strumento nel cambiamento, trasformando la mia vita e la vita di coloro che sono chiamato a servire, in particolare i poveri e i più abbandonati, seguendo le orme di don Bosco come seminarista in cammino per diventare sacerdote salesiano.



SRI LANKA

Don Noel Sumagui

«Sarei un ipocrita se dicessi che la vita missionaria è facile»

Don Noel Sumagui (45 anni, missionario filippino dell'Ispettoria FIN) è stato mandato dal Rettor Maggiore nello scorso settembre 2015 insieme ad altri 5 missionari nella Visitatoria dello Sri Lanka. Dopo aver trascorso sei mesi in questo Paese dell'Asia meridionale che ha recentemente subito una guerra civile e molte esperienze dolorose, don Noel parla della sua nuova esperienza di vita.

Come ha compreso di avere una vocazione missionaria? Perché ha preso questa decisione?
Dopo l'ordinazione sacerdotale, ho sempre voluto andare di nuovo in terra di missione (ero stato in Papua Nuova Guinea come tirocinante per 3 anni). Di fatto, penso di aver sempre avuto questo desiderio. Solo negli ultimi 5 anni, però, questo desiderio è diventato una passione. Mi frenava solo la sensazione di non essere abbastanza bravo per diventare missionario. Ho però compreso che, se avessi aspettato il momento di essere davvero preparato per partire, sarei stato troppo anziano per farlo. Per questo, a 45 anni, dopo 25 anni di vita salesiana e a 15 anni di distanza dall'ordinazione sacerdotale, mi sono fatto coraggio e ho compiuto un salto di fede, decidendo di tradurre questo desiderio in realtà. Dopo tutto, per quanto io sentissi di poter essere inadeguato, ho anche ricevuto molto ed è opportuno che io condivida questi doni ovunque e con chiunque Dio mi manderà.
Qual è stata la sua rinuncia più difficile?
Per la mia età e la mia formazione, e poiché sono salesiano da 25 anni, posso più o meno dire che avevo trovato una stabilità nel ministero che svolgevo e in ciò che potevo offrire alla Congregazione nella mia Ispettoria madre. Per me è stato difficile rinunciare a questo e anche al conforto dei confratelli con cui sono cresciuto, alla mia famiglia con cui potevo stare in contatto e andare a trovare e all'ambiente naturale e alla cultura che è già come una sorta di pelle. Questo è particolarmente vero soprattutto ora, perché più vivo in Sri Lanka e più riscontro la differenza tra la cultura degli abitanti di questo Paese e quella a cui sono abituato. Ora sono letteralmente come un bambino che impara e cerca di accogliere tutto dall'inizio.
Dove ha trovato il coraggio per partire?
Dio è stato buono e generoso con me, nonostante i miei numerosi difetti e le mie mancanze del passato come persona, come religioso e come sacerdote. Tuttavia Dio mi ha dato tanto. Sarei un ipocrita se dicessi che la vita missionaria è facile e che le mie esperienze dei mesi trascorsi in Sri Lanka sono state una passeggiata. Di sera però, quando posso parlare con lui davanti al Santissimo Sacramento, me ne ricordo sempre e gli dico: «Solo tu... nient'altro!». Può sembrare che io ponga la questione sul piano spirituale, ma questa è stata davvero la mia preghiera finora. Ho imparato a smettere di darmi altre motivazioni, scuse e ragioni. Ne rimango solo deluso. Dopo tutto, voglio semplicemente e davvero donargli di nuovo tutto.
Può parlarci di un giorno della sua vita missionaria?
Un giorno stavo parlando con un pre-novizio cingalese e gli domandai come immaginasse il suo futuro. Disse che voleva diventare sacerdote salesiano, ma aggiunse: «Non un comune sacerdote salesiano che un giorno muore. Voglio essere un sacerdote salesiano missionario e voglio andare in posti molto lontani, dai più poveri. Voglio che la mia vita abbia un significato». Sorrisi, ma soprattutto sentii una grande conferma nel mio cuore... dopo tutto, quel giovane comprendeva che essere missionario consiste nell'“avere un significato più profondo per la vita”.



CAMBOGIA

Cl. Michael Gaikwad

«Un ragazzo buddista mi ha insegnato le preghiere cattoliche»

Cl. Michael Gaikwad, originario dell'India, Ispettoria di Mumbai, è stato uno dei componenti della 146a spedizione missionaria salesiana (settembre 2015). Insieme a Cl. è arrivato alla Delegazione THA della Cambogia lo scorso ottobre 2015 anche Joshua Pilaku, proveniente dalla Nigeria.
Attualmente Cl. Michael sta studiando la lingua khmer e compie il suo tirocinio pratico nella comunità di Sihanoukville.

Come ha compreso di avere una vocazione missionaria? Perché ha preso questa decisione?
In passato sono stato ispirato incontrando alcuni missionari e, guardando documentari delle missioni salesiane, ho compreso di avere una vocazione missionaria. Quando però ho cominciato il percorso di discernimento con il mio direttore ho compreso che è un dono di Dio. Nei momenti di preghiera personale ho sentito veramente nel mio intimo che Dio mi chiamava a essere missionario.
In che modo ha accolto la sua destinazione come missionario?
Quando mi sono rivolto al Rettor Maggiore ho detto che sarei stato lieto di lavorare in qualsiasi ambiente, di preferenza tra i più poveri. Ho ricevuto l'obbedienza per andare in Cambogia il 12 giugno 2015. Sono stato invitato a scrivere all'Ispettore e l'ho fatto.
Questa scelta richiede coraggio. Dove l'ha attinto?
Il coraggio non è l'assenza di paura. Ero ansioso e mi domandavo quale situazione avrei trovato. Dopo che ho messo tutto in mano all'Onnipotente, Egli ha preso le mie mani e continua a tenerle. All'inizio sapevo che avrei compiuto un salto; un giorno ho compreso che sarei saltato nelle mani di Dio, che si prende cura di me e mi incoraggia.
Vale la pena dare la vita per gli altri in modo così radicale?
Più che dare la mia vita, penso che condividerla con coloro i quali vivono qui nelle missioni della Cambogia mi faccia sentire che sto compiendo la volontà di Dio. Essere qui è una sfida: una lingua sconosciuta, una cultura diversa, tante cose diverse da imparare. Sono felice di essere qui e posso senz'altro dire che vale la pena condividere la mia vita, che è un dono di Dio per me.
Qual è stato l'incontro più significativo?
Ho ricevuto molte pubblicazioni di orientamento in Italia. La considerazione migliore che ho letto è stata: «Dio è già là prima di me in terra di missione e io sono su una terra santa e devo togliermi i sandali». Per me l'incontro con un ragazzo buddista che mi ha insegnato le preghiere cattoliche è stata un'esperienza molto toccante. Quel giovane in terra di missione è diventato un missionario per me.