I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

EMILIA DI MASSIMO

Per un'economia della vita

Incontro con suor Alessandra Smerilli, salesiana, docente di Economia all'Auxilium e all'Università Cattolica, tra i fondatori e docenti della SEC (Scuola di Economia Civile).

Quando ti sei appassionata di economia e di economia civile?
Ho iniziato a studiare economia, su richiesta della mia ispettrice, nel mio primo anno di professione religiosa. All'inizio l'ho fatto malvolentieri, e anche con la paura che questo tipo di studi e il lavoro che ne sarebbe seguito mi avrebbero allontanata dai giovani. Ma la Provvidenza stava preparando per me altre strade.
All'università ero attratta dai corsi di teoria economica, di economia dello sviluppo, ma anche quelli di finanza e di modelli matematici per i mercati finanziari. Più studiavo e approfondivo, più mi rendevo conto di quanto bisogno ci fosse di conoscere tutti i modelli nei dettagli perché, mi dicevo, la teoria economica va cambiata dal di dentro. Altrimenti c'è sempre la tendenza a vedere la teoria economica come una scienza esatta, che deve essere così e basta, e i vincoli etici devono essere posti dall'esterno. Ma più studiavo, più alcune cose non mi convincevano, ma non riuscivo a trovare le alternative. Un giorno ho avuto modo di leggere qualcosa sull'economia civile. Mi sono subito appassionata a quella lettura del mondo e del sistema economico. In quel percorso ho conosciuto il professor Bruni, oggi mio coautore. Nel confronto con lui e con altri economisti, ho cominciato a maturare l'idea di un'economia al servizio della persona, di imprese che possono lavorare per il bene comune, di una finanza che risponde ai bisogni reali delle persone. Insomma, da quel momento mi sono appassionata e ho cominciato anche io a dare il mio contributo.
Ma che cosa vuol dire economia civile?
L'economia civile è una prospettiva, nata già nel '700 con l'abate Antonio Genovesi, che pone la persona e le sue relazioni al centro: gli esseri umani non sono dei semplici massimizzatori di guadagni e di utilità. Le persone sono fatte di relazioni, di dono, di gratuità, di passioni.
L'economia civile può essere rappresentata come la via al mercato propria dei paesi mediterranei, che non si basa solo sull'individuo e sulle sue libertà, ma pone al centro la persona, le sue relazioni e anche le comunità di riferimento.
Anche nella normale attività di impresa ci può essere spazio per concetti come reciprocità, gratuità, rispetto della persona. Oggi invece si pensa ancora che l'impresa possa operare nel mercato come meglio crede, o non rispettare in pieno la dignità dei lavoratori, e poi magari fare donazioni filantropiche, oppure concedere in cambio l'asilo per i figli dei dipendenti. Ecco, non dovrebbe funzionare così.
È difficile essere donna, suora e occuparsi di economia civile?
Io la trovo una missione carica di sfide e per questo molto interessante. Normalmente l'ambiente degli economisti vede poche donne come protagoniste: quando vado ad un convegno, quello che mi stupisce non è che io sia l'unica suora, ma che a volte sia l'unica donna tra i relatori. Sono profondamente convinta, invece, che il femminile abbia tanto da dire all'economia. Il femminile porta con sé alcuni primati. Innanzitutto il primato della vita sulla legge, ma anche quello della prassi sulla teoria. Infine alla donna è stata da sempre riconosciuta la caratteristica di vivere i rapporti umani non solo strumentalmente, ma come fine in sé. E oggi, in un momento in cui la domanda di beni relazionali (che da qualche anno sono riconosciuti come beni economici) è in crescita, l'offerta di tali beni, in famiglia, nei luoghi di lavoro, nel mercato, è profondamente legata anche alla donna, e al suo “genio”.
Qual è l'apporto del carisma femminile all'economia?
La teoria economica ha iniziato ad occuparsi dei beni relazionali quando gli studiosi si sono accorti che le lenti con cui l'economia guardava il mondo non vedevano il valore della relazione e, non vedendolo, rischiavano di distruggerlo. Un'altra dimensione squisitamente femminile è quella della creatività e dell'intuizione: dimensione fortemente schiacciata e sottovalutata in un mondo economico in cui hanno valore la logica deduttiva e la razionalità (in particolare quella strumentale), che si è affermata, soprattutto a partire dall'Illuminismo, come una forma di conoscenza vera o “scientifica”. La grande tradizione cristiana e umanistica, invece, aveva riconosciuto un valore pari, se non superiore, all'intuizione, che veniva attribuita agli angeli in modo perfetto. L'intuizione è più tipica della donna, che proprio per questo coglie aspetti della realtà che sfuggono ad una logica solo deduttiva. Anche la creatività, altra caratteristica molto legata alla donna, ha bisogno di rientrare nell'economia: dalle crisi si esce anche grazie a soluzioni innovative. Infine, alla donna è spesso legata la dimensione della gratuità, perciò, ad esempio, tutti i lavori di 'cura' sono considerati strettamente femminili. La categoria antica che più dice che cosa è la gratuità è agape. Luigino Bruni ci ricorda che “la gratuità non va quindi associata al 'gratis', di cui spesso è proprio il suo opposto, poiché l'atto gratuito non corrisponde ad un prezzo nullo ma ad una assenza di prezzo o, più propriamente, ad un prezzo infinito”.
C'è una relazione tra l'economia civile e il carisma salesiano?
Ne vedrei tante. Pensiamo ad esempio al partire dal positivo che c'è nelle persone per far sviluppare comportamenti virtuosi. Partire dal positivo, dal punto accessibile di ogni persona è molto importante in ambito educativo, ma anche le imprese ne hanno un grande bisogno. Dove non c'è questo sguardo, ma si pensa invece che le persone siano scansafatiche, ci sono regole rigide e controlli, e gli ambienti di lavoro diventano tristi e invivibili. Dove invece c'è fiducia le persone possono crescere, si respira un clima bello e si lavora meglio. Anche il senso della gioia e della festa sono importanti, in oratorio come nei luoghi di lavoro.
L'economia civile è la via di uscita o una delle vie di uscita all'attuale crisi?
L'economia civile affonda le sue radici, prima ancora che negli economisti mediterranei della fine del '700, come Antonio Genovesi, nell'umanesimo civile. La storia economica, civile e culturale dell'Europa è anche la storia dell'azione pervasiva dei carismi che hanno rinnovato la cultura del lavoro (San Benedetto), hanno aperto la via all'economia di mercato (la scuola francescana), hanno fatto nascere le prime università, le prime scuole, i primi ospedali, i primi contratti di lavoro a tutela dei giovani (don Bosco).
Quale posto occupa la dimensione economica nella formazione professionale e nell'inserimento lavorativo dei giovani?
Attualmente la dimensione economica nella formazione professionale e scolastica in genere mi sembra molto schiacciata sul versante aziendale e di apprendimento di tecniche. La separazione tra cultura tecnica e cultura filosofica ha portato a non considerare in Italia l'economia come una scienza della formazione di base. Scriveva a tal proposito il filosofo italiano Giovanni Vailati nel 1899: «E veramente ci dovrebbe sembrare molto strano, se non vi fossimo abituati, il fatto che mentre da un giovane, che aspira a ottenere un certificato di idoneità [un diploma], ... si richiede che sappia i nove nomi delle muse o dei sette re di Roma, o in che sistema cristallizzano lo zolfo e la pirite, e non si esige invece che abbia la più vaga nozione della differenza tra imposte dirette e indirette o di ciò che sia una banca o una società anonima» (Scritti, III, p. 262). Far tornare la dimensione economica nella formazione vuol dire impegnarsi a formare persone nuove per un'economia nuova e per un mondo migliore.
E oggi, dunque?
Oggi ci è chiesto di creare nuovo lavoro dal basso: attenzione, non nuovi posti di lavoro, ma lavoro nuovo, e in questo i giovani possono essere protagonisti. C'è bisogno di una maggiore cooperazione e anche il movimento cooperativo andrebbe riscoperto. Occorre intraprendere e lavorare nella custodia dei beni comuni, nel favorire i beni relazionali ecc. Ma per fare tutto questo occorre che anche la politica abbia uno sguardo nuovo, sia aperta all'idea, propria dell'economia civile, dell'importanza della biodiversità (la piccola cooperativa ha diritto di esistere accanto alla multinazionale perché entrambe concorrono allo sviluppo del Paese). Oggi c'è invece una tendenza al riduzionismo, a volere che tutte le imprese siano uguali (la piccola cassa rurale di un paese e la banca multinazionale, la scuola di un ordine religioso e una business school per manager): si continua a pensare, nonostante la crisi, che sia solo uno il modello di impresa. Se non si inverte questa tendenza credo che come Italia non ce la passeremo bene, perché ritorneremo a crescere solo se, invece, faremo tesoro della specifica vocazione italiana al mercato e all'impresa. Ma occorrono nuova classe politica e nuovi programmi scolastici dove si studi anche l'economia, fin da piccoli.

ECONOMIA DI COMUNIONE
L'economia di comunione è un'esperienza che rappresenta una realizzazione concreta dei principi dell'economia civile. Ne parliamo con Luigino Bruni, responsabile a livello mondiale di questo progetto.

Che cos'è il progetto di economia di comunione?
È un movimento di imprenditori, cittadini, poveri, lanciato da Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, nel maggio del 1991 a San Paolo. Nasce da uno sguardo sulle ineguaglianze del nostro capitalismo, favelas e grattacieli, e dal desiderio di fare qualcosa per ridurla. Chiara invitò gli imprenditori a condividere i loro profitti per alleviare la povertà, contribuendo a cambiare la cultura dell'avere in quella che lei chiamò la 'cultura del dare'. Oggi, dopo 25 anni, sono circa un migliaio le imprese che vivono questa cultura, oltre 500 le tesi di laurea e di dottorato, sei poli industriali in Sud America e in Europa, e c'è un crescente interesse anche per la cultura accademica cresciuta attorno a questa esperienza.
Qual è il significato delle tre parti degli utili?
Chiara invitò le imprese a suddividere i profitti in tre parti: una per i poveri, una per la diffusione della cultura tra tutti e i giovani in primis, e una reinvestita nell'impresa. Il valore aggiunto ha una funzione sociale, lo sappiamo, e la tassazione non basta. Senza una cultura nuova, poi, non si costruisce un'economia nuova, ecco il senso dell'investimento in cultura, che oggi significa sostenere migliaia di giovani negli studi, il finanziamento dell'Istituto universitario Sophia a Loppiano, e molti progetti per i giovani. Ma l'impresa deve vivere e crescere, quindi una parte dei profitti viene reinvestita, anche per creare nuovi posti di lavoro.
Coinvolge solo le imprese o è un progetto più ampio?
Si parte dalle imprese, la principale istituzione del capitalismo, ma poi il suo raggio di azione è più ampio. Slotmob, un'iniziativa contro l'azzardo in Italia, la nascita di banche e di progetti di microcredito (Mecc), progetti di cooperazione allo sviluppo, dicono che le imprese non bastano. L'EDC è un movimento economico globale, che opera in tutte le dimensioni dell'economia.
Quali le sfide per l'economia di comunione oggi?
Molte, ne indico tre. 1) Dare vita ad una nuova fase dell'intreccio comunità-imprese. 2) L'Economia di Comunione si salverà e crescerà se resterà popolare, fraterna e quindi povera. 3) È auspicabile che il tema dei diritti di proprietà, con forme più in linea con la cultura di comunione, venga posto al centro dei nuovi esperimenti imprenditoriali che stanno fiorendo un po' in tutto il mondo.