I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

TESTO E FOTOGRAFIE: CHRISTINA TANGERDING

Traduzione di Marisa Patarino

L'ultimo testimone

Don Medard Stepanovsky nato nella ex Cecoslovacchia, sotto il regime comunista, non avrebbe mai potuto diventare sacerdote. È invece riuscito a seguire la sua vocazione grazie a un Salesiano dichiarato beato alla fine di settembre: don Titus Zeman. Don Stepanovsky, recentemente scomparso all'età di 90 anni, ha portato la sua testimonianza al processo di beatificazione del suo confratello.

Don Medard Stepanovsky era di costituzione minuta. Quando rideva, e lo faceva spesso, ci sembrava di rivedere in lui il ragazzo di campagna con i capelli biondi come la paglia che era stato. I suoi occhi brillavano dietro gli occhiali con la montatura di corno marrone. Il suo volto era attraversato da numerose rughe sottili.
Nella casa dei Salesiani di don Bosco di Buxheim, un comune di 3000 abitanti nei pressi di Memmingen, in Alta Svevia (Germania), il sacerdote novantenne camminava con il deambulatore o, come lo chiamava lui, “la mia Mercedes”.
Faceva parte della Comunità Salesiana di Buxheim da oltre 60 anni. Aveva insegnato latino e letteratura al liceo “Marianum” ed era stato educatore presso il centro diurno per giovani. Per dodici anni aveva anche lavorato come parroco in una comunità vicina. A 72 anni era andato in pensione, ma aveva continuato a prestare il suo aiuto nell'ambito della pastorale fino al 2012.
Nei mesi scorsi don Stepanovsky era stato interpellato da referenti della sua Congregazione e del Vaticano. Don Stepanovsky è stato testimone al processo di beatificazione di don Titus Zeman.
Era l'ultimo ancora in vita di un gruppo di giovani Salesiani che don Zeman nell'estate del 1950 aiutò a fuggire dalla Cecoslovacchia e a stabilirsi in Italia. Se non avesse lasciato il suo Paese, senza l'aiuto di don Zeman, la vita di don Stepanovsky sarebbe stata diversa.

Un professore umano e gentile
Medard Stepanovsky era nato il 7 giugno 1927 a Oreské, un piccolo paese dell'allora Cecoslovacchia, nella parte occidentale dell'attuale Slovacchia. «Ero un ragazzo come tanti altri, abbastanza grazioso e molto intelligente», diceva di sé don Stepanovsky. Dopo la scuola elementare si sarebbe potuto iscrivere al ginnasio dei Salesiani di don Bosco a Šaštín come allievo interno, ma non volle. «I ragazzi del mio paese dicevano che si doveva andare in chiesa tre volte al giorno. Per me era troppo», ricordava il sacerdote. Alcuni mesi più tardi, però, un giovane Salesiano celebrò la funzione di Natale a Oreské e parlò del suo lavoro e della sua vita all'interno della Congregazione. Medard decise allora di iscriversi alla scuola dei Salesiani. A 18 anni entrò in Noviziato. Un anno dopo emise la prima professione. Completò poi gli studi liceali frequentando per tre anni l'istituto vescovile di Tyrnau. Qui incontrò don Titus Zeman, che era il suo docente di chimica. «Spiegava con tanta chiarezza che anche gli allievi meno preparati comprendevano. Ed era così umano e così gentile che tutti lo apprezzavamo. Non ha mai alzato la voce, non si è mai mostrato adirato o irritato» ricordava don Stepanovsky.
Negli anni in cui frequentò il liceo, il giovane Salesiano non ebbe occasione di condividere molte esperienze con quello che in seguito sarebbe diventato il suo salvatore. La situazione procedette così fino all'estate del 1950, quando i comunisti assunsero il potere nella Repubblica Cecoslovacca.
«Nella notte tra il 13 e il 14 aprile 1950, tutte le Congregazioni religiose maschili furono sciolte. I religiosi furono arrestati e gli istituti vennero chiusi. Anche la nostra casa subì la stessa sorte. Don Titus Zeman quella notte si trovava fuori di casa e sfuggì all'arresto.
Noi giovani Salesiani, che non studiavamo ancora teologia, fummo rilasciati dopo qualche mese. Dovevamo essere “rieducati” all'ideologia marxista-leninista. Tornai al paese dei miei genitori e decisi di prestare servizio militare e nello stesso tempo di cominciare a studiare teologia privatamente. In seguito un sacerdote mi avrebbe sottoposto all'esame.
Un giorno stavo tagliando la legna in cortile. Mia cognata mi portò un telegramma che diceva: “Raggiungici in fretta. Wilhelm è molto malato”. Don Wilhelm era un Salesiano, un sacerdote che si trovava in un ospedale di Bratislava gestito da suore della Congregazione. Misi una camicia, un asciugamano e il rasoio per la barba in una piccola borsa e partii per Bratislava».
Quando arrivai in ospedale, riscontrai che don Wilhelm stava benissimo. Il telegramma era stato solo una scusa. Arrivarono in ospedale altri giovani Salesiani e un sacerdote diocesano. Arrivò anche don Zeman e spiegò il suo progetto: ci avrebbe fatto attraversare illegalmente l'Austria e ci avrebbe accompagnati in Italia. La partenza era prevista il giorno dopo.

Oltre il fiume
«Era il 31 agosto 1950. Verso sera noi sei giovani Salesiani, il sacerdote diocesano e don Titus andammo alla stazione ferroviaria e acquistammo i biglietti in un luogo lontano dal confine. Di là corremmo nel bosco e aspettammo due uomini che ci avrebbero accompagnati. Quando scese l'oscurità, attraversammo di corsa i campi, in particolare campi di mais, perché permettevano di nascondersi bene, finché arrivammo alla diga sul fiume Morava. La situazione era rischiosa, perché là c'erano le guardie. Scrutavano la diga con il binocolo. Tra il bosco e il fiume c'era una distanza di circa 50 metri. Ci togliemmo i vestiti, perché dall'altra parte avremmo avuto bisogno di indumenti asciutti, e attraversammo il fiume di corsa, reggendo le borse sulla testa. Intorno alle cinque del mattino ci recammo in una stazione. I nostri due accompagnatori ci avevano procurato i biglietti per il viaggio in treno fino a Vienna».
Scesero vicino a Vienna e si recarono in tram in una locanda in cui poterono trascorrere la notte. «Un taxi ci condusse infine dai Salesiani della Hagenmüllergasse. Eravamo a casa!», ricordò don Stepanovsky. Là poterono dormire e mangiare qualcosa. Poi un Salesiano li accompagnò a Linz e di là si recarono a Innsbruck.
«Il percorso attraverso il Brennero fu pericoloso e faticoso. Abbiamo però sempre incontrato persone che ci hanno aiutato, che ci hanno dato qualcosa da mangiare e un riparo. Ci recammo in treno a Verona dai Salesiani. Il giorno dopo, il 12 settembre, festa del Santo Nome di Maria, arrivammo a Torino. Dalla stazione ferroviaria andammo direttamente alla Basilica di Maria Ausiliatrice per ringraziare la Madonna».
Già nel mese di ottobre don Stepanovsky e i suoi confratelli cominciarono a studiare filosofia e teologia. Il 1° luglio 1956 il Salesiano fu ordinato sacerdote a Bollengo, vicino a Torino.
In merito alla sorte di don Titus Zeman dopo il terzo tentativo fallito di espatrio clandestino, don Stepanovsky negli anni successivi apprese solo il poco che venne reso pubblico.
Don Stepanovsky era felice per l'imminente beatificazione di don Titus Zeman. «È un grande onore per il mio Paese di origine e per i Salesiani di don Bosco», disse.

Don Medard avrebbe voluto essere presente insieme a due confratelli alle celebrazioni in programma in Slovacchia alla fine di settembre. Non gli è stato possibile. Il Salesiano è mancato il 12 agosto dopo un ictus.

TITUS ZEMAN MARTIRE PER LE VOCAZIONI
Aprile 1951. Nei boschi che circondano il corso del fiume Morava, tra Slovacchia e Austria, il giovane sacerdote salesiano Titus Zeman viene arrestato dalle forze di polizia della Cecoslovacchia comunista. Catturano, con lui, alcuni sacerdoti diocesani perseguitati dal regime e molti chierici, che egli accompagnava a Torino per sottrarli alla rieducazione ideologica e permettere loro di raggiungere il traguardo del sacerdozio.
Titus era nato a Vajnory - allora piccolo paese agricolo alle porte di Bratislava - nel 1915. Sarebbe morto - dopo 18 feroci anni di torture, vessazioni fisiche, psichiche e morali - lƎ gennaio 1969. Era stato marchiato come «uomo destinato all'eliminazione», condannato per alto tradimento e spionaggio (ma assolto con formula piena pochi mesi dopo la morte, in un Processo di revisione) e trattato infine come «cavia da esperimento». Aveva vissuto nelle carceri più dure, accanto ad assassini e altri ergastolani. Buono sportivo, chimico e professore di materie scientifiche, animo coraggioso e intrepido che non temeva i pericoli di un itinerario tra i boschi e le montagne, dalla Slovacchia sino all'Alto Adige, Titus amava la Chiesa come una madre, «dando se stesso per lei anima e corpo». La sua vicenda - che si intreccia a quella di molti altri testimoni sofferenti della fede del Secolo dei Totalitarismi cui, pure, queste pagine danno voce - si configura come un vero e proprio martirio per il sacerdozio e la salvezza delle vocazioni. Uomo di confine e di frontiera, sempre presente dove si giocava la “Grande Storia”, Titus Zeman interpella oggi ciascuno di noi. Chiedendoci per che cosa siamo disposti a vivere, e sino a che punto la verità, la bontà, la bellezza di Cristo e del Suo vangelo meritino una testimonianza fino al supremo sacrificio della vita.