I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHE COSA PENSANO I GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

Fuga di cervelli.
Partire o restare?

Se in altre parti del mondo il dilemma per eccellenza è “Essere o non Essere?”, in Italia il dilemma che affligge gran parte della popolazione, soprattutto quella giovanile, è “Partire o restare?”. Che cosa ne pensano i giovani italiani a riguardo?

Lorenzo, 22 anni:
Non si tratta solamente di fuga di cervelli, ma soprattutto di “fuga di forza-lavoro”.

Purtroppo spostarsi oggi non rispecchia solamente una moda ma una vera e propria necessità (se qualcuno lo facesse per moda, sarebbe, a mio parere, solo una minima percentuale). Spostarsi, purtroppo, oggi, credo sia una condizione quasi necessaria per potersi realizzare e soprattutto per poter iniziare a costruire la propria vita. La fuga di cervelli è dettata prevalentemente dalle condizioni ostili in cui questi “cervelli” sono costretti a vivere, e non parlo solo di idee o di astrattismo ma di lavoro, che è la cosa essenziale per poter vivere. Non posso dir nulla a riguardo delle altre Regioni d'Italia, ma, essendo io calabrese, andarsene dalla mia Regione non può che essere una moda perché nel posto in cui viviamo si gode dei migliori paesaggi, del miglior cibo, del miglior clima, dei migliori costi di vita e delle migliori condizioni a 360 gradi rispetto ad altre regioni d'Italia, e sarebbe da sciocchi volersene andare. Non fraintendetemi, ovviamente viaggiare serve. Quello che cerco di dire è che se ci fossero le condizioni economico-lavorative adeguate, nessuno se ne andrebbe via da qui e la fuga di cervelli sarebbe molto ma molto ridotta. Sono poi convinto che non si tratti solamente di fuga di cervelli, ma soprattutto di “fuga di forza-lavoro” nel senso letterale del termine: fuga di braccia possenti capaci di adeguarsi a lavori manuali anche pesanti, braccia appartenenti spesse volte persino a ragazzi laureati, ragazzi disposti ad adeguarsi a qualsiasi condizione pur di poter lavorare solo per poter sopravvivere e andare avanti. Restare in questo Paese rappresenterebbe un vero suicidio per chi non trovasse sbocchi professionali e occupazionali. Certo, fortunato è chi il lavoro lo trova e la posizione se la crea attorniato da quelle condizioni di vita che ho elencato sopra che rendono la vita dell'individuo molto “gradevole”, ma purtroppo non tutti hanno questa fortuna. In poche parole bisogna restare sicuramente ma, a mali estremi, partire. Consiglierei comunque di tornare in Italia a tutti coloro che sono stati costretti a lasciarla solamente quando le cose inizieranno ad andare meglio, solamente quando si riprenderà a vivere e non a sopravvivere.

Alessandra, 21 anni:
Restare è fondamentale per dimostrare che con l'impegno e la passione si possono raggiungere i propri obiettivi anche senza fuggire.

Un paese non può crescere senza la forza motrice che sono i giovani, come l'economia non gira senza investimenti. Restare è fondamentale per dimostrare che con l'impegno e la passione si possono raggiungere i propri obiettivi anche senza fuggire, per dimostrare che il nostro paese ha ancora qualcosa da dare e ognuno ha ancora qualcosa da dare al proprio paese. Non si può negare che dal punto di vista soprattutto economico, tornare in Italia adesso non è sicuramente la via più facile. I laureati italiani sono considerati esperti all'estero, vengono chiamati a svolgere compiti importanti e ben retribuiti (in particolare nel campo scientifico e medico), mentre in patria sono enormemente sottovalutati. Per questo la decisione di vivere per sempre all'estero o fare ritorno, prima o poi, non può che essere solo personale. Intraprendere e portare avanti una carriera solida qui è complicato e richiede un grande sforzo fisico e mentale che solo chi crede fermamente nelle proprie convinzioni può sopportare. Tornare non è certo facile, ma chi dice che non sia giusto?

Nella, 26 anni:
Di certo nessuna delle due scelte esclude difficoltà, sacrifici, impegno, forza e coraggio, ma ciò che più conta è non perdere mai di vista l'obiettivo.

Penso che il merito dell'Italia sia quello di essere un grande paese esportatore di talenti, ma non quello di essere una meta ambita dai vicini esteri, e si neghi, così, la possibilità di accumulare risorse, andando incontro a una rilevante perdita in termini economici e di capitale umano. Stando a ciò credo che i motivi per restare, poiché costretti a respirare un clima soffocante, non siano più forti e non predominino su quelli che spingono noi giovani a lasciare le nostre famiglie, il nostro Paese in cerca di un futuro. Di certo nessuna delle due scelte esclude difficoltà, sacrifici, impegno, forza e coraggio, ma ciò che più conta è non perdere mai di vista l'obiettivo che ognuno di noi si è prefissato. In una società dove il mercato del lavoro è fortemente internazionalizzato e il Dio Denaro ha preso il sopravvento, la necessità di emigrare all'estero è diventata una scelta quanto mai normale. Penso ai tanti casi di suicidi avvenuti negli ultimi quattro anni nel nostro Paese; una strage silenziosa che ha registrato un'accelerazione con l'esplosione della crisi economica. Dunque, il primo consiglio lo darei alle istituzioni che rappresentano l'Italia, affinché non rimangano impassibili di fronte a tutto ciò e affinché si mobilitino per un cambiamento, per una scossa in positivo, provvedendo ad incentivare e concretizzare gli obiettivi dei giovani che sono la società di domani. Infine il consiglio che darei a chiunque, a prescindere che si tratti di qualcuno che è partito per l'estero o che è rimasto in Italia o che ancora sta intraprendendo una carriera da studente, è quello di trovare ogni giorno il coraggio, l'entusiasmo e gli stimoli giusti per affrontare la miriade di scogli che la vita riserverà sempre a ciascuno di noi, anche quando appaiono insormontabili.