I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Un fermo invito a “tirare un po' la cinghia”

Per quanto è dato di sapere, a Valdocco non si era mai giunti a raccomandare, anzi a prescrivere, ai salesiani quello che si legge nella lettera che don Bosco consegnò il 22 dicembre 1881 al vicedirettore di Valdocco.

Per don Bosco il fine anno 1881 non è stato terribile unicamente per l'acuirsi delle vertenze con l'arcivescovo Gastaldi di Torino (BS maggio 2017) a farlo soffrire fu anche la critica situazione economica dell'oratorio (e della Congregazione in genere).
Ora, che i conti di don Bosco siano stati quasi perennemente in rosso è un fatto noto, dal momento che è risaputo come le uscite superassero sempre le entrate, per lo meno quelle sicure; egli contava sempre sugli incerti della beneficenza privata e della liberalità di enti pubblici. Ma per quanto è dato di sapere, a Valdocco non si era mai giunti a raccomandare, anzi a prescrivere, ai salesiani quello che si legge nella lettera che don Bosco consegnò il 22 dicembre 1881 al Prefetto (vicedirettore) di Valdocco, don Giuseppe Leveratto.
Invero in quegli anni il problema generale del risparmio - vista la crisi economica in corso nel Paese - si era posto già da tempo a Valdocco, tanto che don Bosco aveva chiesto congiuntamente allo stesso don Leveratto e all'economo don Antonio Sala, di studiare come agire in tal senso.
Ma in attesa delle proposte di tale mini commissione, don Bosco in quel fine dicembre 1881 ribadisce anzitutto quanto richiesto dal Capitolo Generale appena concluso (1880). Infatti nella “distinzione quinta”, l'ultima, relativa all'Economia si erano indicate varie e anche minuziose modalità per l'economia nei viaggi, nei lavori e costruzioni, nella cucina, nei lumi e nella carta. Ecco come esordisce don Bosco nella sua nuova missiva:


Car.mo D. Leveratto,
Le strettezze in cui versiamo in finanze presentemente e il caro del vino e degli altri commestibili ci consigliano a qualche ragionevole economia che si possa introdurre senza variare quanto è necessario alla vita. Per questo motivo ho raccomandato a te e a don Sala di fare studi appositi, per ora cominciate a mettere in pratica alcune deliberazioni prese nel nostro Capitolo Generale.

Precise disposizioni
Ma subito dopo questa generica richiesta aggiunge cinque precise disposizioni, che toccavano indistintamente tutti, a cominciare da chi poteva magari legittimamente permettersi qualche eccezione. E tali pressanti inviti cadono proprio - guarda caso - alla vigilia delle festività natalizie, vale a dire nel tempo dove le eccezioni diventano facilmente regola. Prosegue infatti don Bosco nella sua lettera:


1° Impedire lo spreco di pietanze, pane, vino nella cucina. Si faccia gran conto delle rimanenze [gli avanzi]. Ciò fanno i ricchi, tanto più dobbiamo farlo noi che abbiamo fatto voto di povertà.
2° Si tolga l'abuso delle merende e colazioni particolari, specialmente dove si faccia uso di vino, e perciò sia rigorosamente proibito d'introdursi in camera altrui. Quando è stabilita qualche cosa sia uguale per tutti senza eccezione.
3° Ne' giorni solenni vi sia una pietanza di più secondo le nostre deliberazioni ma senza antipasto o postpasto se non frutta oppure cacio, giusto il meglio per la stagione, ma una cosa sola.
4° Il bicchiere della cosiddetta copa si dia unicamente al giorno di S. Francesco di Sales; ma non mai puro.
5° Si vada adagio nell'accettare a tavola media e si seguano le regole antiche nell'ammettere alcuno.


Come si vede, don Bosco, abituato fin da piccolo ad un'alimentazione modesta, propria del mondo contadino da cui proveniva, data la situazione d'emergenza, non si fa scrupolo di richiamare tutti alla sobrietà alimentare, alla mortificazione in fatto di cibi e bevande, alla stretta osservanza del voto di povertà.
Anzitutto si trattava di eliminare gli sprechi di cucina, al pari di tutte le famiglie, comprese quelle ricche; tanto più che lo richiedeva appunto il voto di povertà. In secondo luogo andavano soppressi alcuni piccoli abusi alimentari, perpetrati da alcuni salesiani, magari in luoghi appartati (camere private): non vi dovevano essere confratelli privilegiati rispetto ad altri. I pasti più abbondanti poi, già previsti per le feste, dovevano essere secondo le norme stabilite, senza ulteriori supplementi. Anche il “vino di ripasso” andava limitato alla festa maggiore, quella di san Francesco di Sales, e pure questo con aggiunta di acqua. Nessuna eccezione neppure per la festa di Maria Ausiliatrice il 24 maggio? Non credo proprio. Tale festa era per altro molto più lontana di quella di san Francesco di Sales a fine gennaio. Infine si raccomandava di limitare l'ammissione di estranei alle tavole speciali o comunque a mensa, giusto i regolamenti della casa.


Un'economia ragionevole
L'economo però non doveva agire di testa sua, magari esagerando nel far tirar la cinghia a tutti; doveva sempre accordarsi con il direttore della casa e soprattutto non doveva assolutamente lasciar mancare agli ammalati nulla di ciò che potesse giovare alla loro salute: “In tutte queste cose procura di essere inteso con D. Lazzero [direttore], e si usino agli ammalati i dovuti riguardi”.
Pochi anni dopo nel suo testamento spirituale ai salesiani così lasciava scritto: “Procurate che niuno abbia a dire: questo suppellettile non dà segno di povertà, questa mensa, questo abito, questa camera non è da povero [...] Ciò s'intende sempre da praticarsi rigorosamente quando ci troviamo nello stato normale di sanità, perciocché ne' casi di malattia devono usarsi tutti i riguardi che le nostre regole permettono”.
Don Bosco concludeva la sua lettera a don Leveratto richiamando nuovamente tutti a vivere il voto di povertà con la moderazione a tavola e a custodire la virtù della povertà con la temperanza ed il lavoro: “Ma non si dimentichi mai che abbiamo fatto il voto di povertà e che perciò dobbiamo vivere da poveri. La temperanza e il lavoro sono i due migliori custodi della virtù”.
Lavoro e temperanza: erano le stesse due realtà che, a giudizio della guida del famoso sogno del settembre 1876, avrebbero fatto fiorire la Congregazione salesiana, che don Bosco avrebbe dovuto lasciar in eredità ad essa e che ne sarebbero state la sua gloria.