I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

CLAUDIA KLINGER; Foto: RAFAEL LEDSCHBOR (DAL DON BOSCO MAGAZIN)
Traduzione di M. Patarino

Cinque giovani martiri

Dresda, 24 agosto 1942. Nel cortile dell'allora Palazzo di Giustizia, cinque giovani dell'Oratorio dei Salesiani di Don Bosco di Poznań sono uccisi dai nazisti. Erano stati condannati a morte per “cospirazione all'alto tradimento”. Chi erano questi cinque giovani? Che cosa aveva dato loro il coraggio di ribellarsi contro quel regime iniquo?
E perché ora sono venerati come beati?

Da molto tempo il ricordo di Jarogniew Wojciechowski, Czesław Jóźwiak, Franciszek Kęsy, Edward Kaźmierski ed Edward Klinik era vivo a Poznań, la loro città natale. La vicenda che vissero insieme ebbe inizio presso l'Oratorio dei Salesiani di don Bosco in Wronieckastraße. Negli ambienti in cui ancora oggi i giovani si incontrano con la guida dei Salesiani, già oltre 75 anni fa c'erano ragazzi che insieme ridevano, giocavano, scherzavano, cantavano e pregavano. Tra loro c'erano anche i cinque giovani che oggi sono venerati come beati.
Nel 1939, quando i tedeschi attaccarono e occuparono la Polonia, Edward Klinik, Czesław e Franciszek frequentavano il liceo. Jarogniew ed Edward Kaźmierski erano apprendisti. Impiegavano il loro tempo libero soprattutto all'oratorio, con gite e nell'animazione di gruppi giovanili. Quando però la loro città fu occupata dai nazisti, la loro vita cambiò bruscamente: i tre giovani che frequentavano il liceo dovettero abbandonare gli studi, perché l'istruzione superiore era vietata ai polacchi. Franciszek, che sarebbe voluto entrare nel noviziato dei Salesiani, dovette rinunciare anche a questo sogno.
I locali dell'oratorio furono sequestrati e utilizzati dalla Wehrmacht. In tutta la Polonia furono compiuti retate e arresti, deportazioni ed esecuzioni.
Le famiglie di Czesław, Franciszek, Jarogniew e dei due Edward cercarono di adattarsi e di continuare a vivere una parvenza di normalità. Di sera, però, gli amici si incontravano in segreto in un piccolo giardino nella parte orientale del centro storico. Mantennero i contatti con i Salesiani e quando nel mese di gennaio del 1940 un ex compagno di scuola invitò Czesław a entrare a far parte di un gruppo clandestino, anche gli altri quattro amici dell'oratorio si avvicinarono alla resistenza.
«Secondo gli atti processuali, furono accusati di spionaggio in merito alle posizioni dei militari tedeschi e di aver letto e diffuso periodici proibiti», dice la dottoressa Birgit Sack, storica e responsabile del monumento commemorativo che si trova a Dresda, in Münchner Platz. Il monumento ricorda tutte le persone che furono condannate a morte a Dresda in epoca nazista, ma anche nei primi anni della DDR. L'esecuzione dei cinque giovani, infatti, non fu un caso eccezionale. Nella sola Dresda i nazisti decapitarono 1343 persone. Il monumento riporta un ricordo di ognuno di loro. Di alcuni sono noti solo il nome e la data dell'esecuzione, mentre di altri è rimasto un ricordo più ampio, com'è accaduto nel caso dei cinque giovani di Poznań.

Non si sa invece dove attinsero tanto coraggio
«Ciò che sappiamo di loro è frutto dei documenti, delle lettere che scrissero mentre erano detenuti e di testimonianze», spiega la storica. Non si sa invece dove attinsero il coraggio di opporsi all'ingiustizia.
«Il coinvolgimento personale ha certamente avuto un ruolo», spiega Birgit Sack.
In definitiva, i nazisti avevano distrutto i progetti che questi giovani avevano per il loro futuro e, vietando loro di frequentare l'oratorio, li avevano privati della loro seconda casa.
Un'altra cosa però impediva a questi giovani di rimanere a guardare l'ingiustizia senza agire: la loro fede. Il vescovo Joachim Reinelt è fermamente convinto che la fede cristiana, profondamente radicata nei cinque giovani, abbia svolto un ruolo fondamentale: «Sicuramente i Salesiani insegnarono loro che i cristiani sono chiamati ad assumersi responsabilità. Anche oggi noi possiamo imparare ciò da questi giovani martiri: non dobbiamo rimanere fermi e lasciare che la politica agisca. La Chiesa non ha solo la funzione di accompagnare lungo la strada verso il cielo, ma ha anche una responsabilità in questo mondo».
Questi cinque giovani, comunque, si assunsero una responsabilità, anche se la loro decisione ebbe conseguenze fatali per loro: il 21 settembre 1940 Edward Klinik fu prelevato dalla Gestapo mentre era al suo posto di lavoro. Due giorni dopo furono arrestati anche i suoi quattro amici. Uomini della Gestapo li portarono via dalle rispettive case nel cuore della notte. Furono interrogati e torturati. Vennero portati in carcere e furono trasferiti varie volte. A volte si trovarono insieme a molti altri prigionieri, a volte furono tenuti in isolamento. Patirono la fame, furono sottoposti a lavori forzati, subirono violenze immotivate e umiliazioni.
«Signore, perché mi hai punito così duramente? Ho davvero meritato questo? Perché mi hai messo sulle spalle una croce così pesante?», scrisse Edward Klinik nel suo diario. Era seduto in cella di isolamento, solo con i suoi timori, quando scrisse: «Sono solo in cella, la porta è chiusa. Quattro pareti nude, sbarre alle finestre, la porta di ferro nero: un'impressione terribile, un'atmosfera opprimente». Subito dopo però aggiunse: «Mi sono raccomandato alla divina provvidenza».
Di fronte a ogni ansia e dolore, Edward e i suoi amici trovavano conforto nella fede. Chi oggi legge il diario o le lettere che i cinque giovani inviarono ai loro cari mentre erano detenuti può solo ammirare l'incrollabile fiducia che riponevano in Dio e che emerge dai loro scritti. «Cara mamma, vorrei consolarvi», scrisse ad esempio Edward Kaźmierski nel mese di marzo del 1942, «ma tutto è nelle mani di Dio. Nulla accade senza di Lui. Sento sempre la Sua protezione su di me. Dunque non possiamo disperare. Dio è con noi. Lui ci ha dato la croce e Lui ci darà la forza per portarla». Edward aveva allora 22 anni. Lui e i suoi amici da un anno e mezzo erano detenuti in condizioni disumane, ma si affidavano a Dio, si inchinavano alla Sua volontà.

«Tenga la croce in alto!»
Per la Chiesa cattolica, questa grande fede è stata una ragione per dichiarare beati i cinque giovani. Il vescovo Reinelt dice che i giovani di oggi possono imparare dalla storia di questi giovani di allora che la fede offre un sostegno anche nei momenti difficili. «Vale la pena lottare e cercare un significato più profondo dell'esistenza. Questi cinque giovani avevano questo obiettivo e non disperarono». E il vescovo continua: «Dalle loro lettere emerge chiaramente che non pensavano alla propria sofferenza, ma a consolare i loro famigliari. È un atteggiamento cristiano, più che eroico».
Nelle loro lettere non c'è traccia di vendetta o di odio, né in quelle ufficiali, né in quelle portate in segreto fuori dal carcere. Nella maggior parte dei casi parlavano del conforto che trovavano nella fede, della preoccupazione che nutrivano per i parenti e della speranza che la prigionia si concludesse: «Ma non mi uccideranno e che mi condannino a uno o a quindici anni di detenzione per me non fa differenza, perché starò in carcere fino alla fine della guerra», scrisse Edward Kaźmierski ai suoi genitori. Mentre erano in prigione, i giovani ebbero notizia del bombardamento avvenuto in Germania. Sperarono dunque che la guerra stesse per finire. E poco prima del loro processo arrivò un detenuto a cui erano contestate accuse simili e che era stato condannato a un solo anno di detenzione.
Il 31 luglio 1942 i cinque giovani furono processati. Il processo fu breve, la sentenza dura: «Pena di morte». Tutti gli appelli alla clemenza presentati dai loro genitori furono respinti. I giovani trascorsero le ultime tre settimane che li separavano dalla data dell'esecuzione in celle singole, ammanettati, nel centro di detenzione presso l'allora palazzo di giustizia di Dresda in Münchner Platz. La storica Birgit Sack avanza un'ipotesi: «Sicuramente volevano vivere. Nessuna persona così giovane va incontro alla morte volentieri. Alla fine però accettarono l'esecuzione, ritenendo che quella fosse la volontà di Dio». È noto che il 24 agosto 1942, giorno dell'esecuzione, i cinque giovani testimoniarono ancora una volta della profonda fede che aveva dato loro il coraggio di resistere mentre erano detenuti. Trascorsero le ultime ore prima dell'esecuzione nella stessa cella, insieme ad altri tre giovani polacchi pure condannati a morte. Ognuno scrisse una lettera d'addio alla famiglia e poi pregarono insieme nella loro lingua madre, cercando per l'ultima volta conforto in quelle parole familiari, sostegno in quella situazione di prigionia, speranza nella fede cristiana. Nel cortile interno del centro di detenzione fu allestita la ghigliottina. È ancora oggi visibile il luogo in cui era collocata: in quella sede si trova ora una grande lastra in pietra grigio chiara in mezzo alla pavimentazione in calcestruzzo. «Poco prima delle 21,30, gli otto detenuti intonarono un canto religioso, a bassa voce nella loro lingua madre», ricordò l'allora cappellano del carcere, padre Franz Bänsch, che accompagnò i giovani nelle loro ultime ore di vita. «Alla fine, poco prima che il primo di loro fosse condotto fuori, mi chiesero: “Tenga la croce in alto, in modo che possiamo vederla!”. Ognuno di loro andò in silenzio alla ghigliottina».

JAROGNIEW WOJCIECHOWSKI
“Pensate come sono fortunato: me ne vado unito a Gesù con la Santa Comunione. Ora vado via e vi aspetto in cielo. Pregate tutti per me: ve ne sarò grato”.

Nacque il 5 novembre 1922. Crebbe in una famiglia in difficoltà, perché il padre era alcolista e i suoi genitori erano separati. Non riuscì a terminare gli studi liceali; frequentò allora una scuola professionale e iniziò poi un periodo di apprendistato come farmacista. Era molto legato a sua madre e alla sorella maggiore, da cui apprese la devozione.

CZESŁAW JÓŹWIAK
“Miei cari, vi dico che lascio questo mondo con gioia. Arrivederci in cielo”.

Nacque il 7 settembre 1919 a Łążyn ed era il secondo di quattro figli. Nel 1930 la sua famiglia si trasferì a Poznań. Czesław frequentò il liceo finché la scuola fu chiusa dai nazisti. Cominciò allora a lavorare in un negozio di cosmetici. Si formò all'interno della sua famiglia, che condivideva una fede molto profonda e valori patriottici, e nell'oratorio dei Salesiani, che frequentò fin da quando aveva dieci anni.

FRANCISZEK KĘSY
Il buon Dio mi prende con sé. Vado in cielo. Arrivederci. In cielo pregherò Dio per voi”.

Nacque il 13 novembre 1920 nel quartiere Wilmersdorf di Berlino da una coppia di polacchi emigrati per lavorare. Dopo la prima guerra mondiale, i genitori e i cinque figli tornarono nella loro nazione di origine, dove Franciszek cominciò a frequentare la scuola. Desiderava entrare nel noviziato dei Salesiani di Don Bosco, ma non poté realizzare il suo progetto a causa dell'occupazione nazista. Cominciò allora a lavorare come imbianchino in un'azienda.

EDWARD KAŹMIERSKI
Ringrazio Dio per la sua immensa misericordia. Mi ha dato la pace. Tra poco lascerò questo mondo accogliendo la Sua santa volontà”.

Nacque a Poznań il 1° ottobre 1919 e aveva quattro sorelle. Persero presto il padre. Per contribuire al sostentamento della famiglia, quando frequentava ancora la scuola Edward già lavorava per un artigiano nel pomeriggio. Nel 1938 cominciò a seguire un corso di meccanica presso una scuola professionale, ma a seguito dell'occupazione della città da parte dei nazisti dovette abbandonare gli studi perché la Wehrmacht confiscò la struttura che frequentava. Edward aveva una notevole attitudine per la musica e coltivò il suo talento soprattutto nell'oratorio dei Salesiani.

EDWARD KLINIK
“Vado tranquillamente incontro all'eternità con una grande fede nel cuore. Ho compreso il significato della mia vita, la mia vocazione e sono felice di poter esprimere la mia gratitudine in cielo”.

Nacque il 21 luglio 1919 a Werne bei Bochum, in Germania. Era il secondo di tre figli. I suoi genitori avevano una fede profonda ed erano impegnati nella comunità di lingua polacca a Werne. Dopo la prima guerra mondiale, la famiglia tornò in Polonia, la loro terra di origine. Edward frequentò dapprima il collegio dei Salesiani di Don Bosco ad Auschwitz, poi il liceo di Poznań. Nel 1939 superò l'esame di maturità, ma dopo l'invasione della Polonia a opera dei nazisti dovette rinunciare a proseguire gli studi e cominciò a lavorare in un'impresa di costruzioni.