I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

RASTISLAV HAMRAČEK

DON ERNEST MACÁK

Morto a Cerovà (Slovacchia) il 13 ottobre 2016, a 96 anni

Don Macák nacque nel 1920 a Vištuk (Slovacchia). Racconta: “Da piccolo ero un appassionato arrampicatore sugli alberi”. A otto anni cadde da un tiglio e rimase in coma per una settimana. Nel suo paese fece anche il chierichetto e per la prima volta si pose la domanda se diventare sacerdote. Suo zio salesiano Anton Macák lavorò a Šaštín e nell'autunno del 1932 Ernest frequentò il liceo salesiano e nel 1936 emise la prima professione salesiana.
I superiori lo mandarono a studiare teologia a Torino nell'autunno 1942. Qui subito dall'inizio visse le difficoltà dei bombardamenti e della carestia. Lo studentato si spostò nella campagna di Bagnolo Piemonte. Gli anni successivi studiò in Slovacchia a Hronský svätý Beňadik. Ma neanche qui mancano le difficoltà della guerra, dei bombardamenti e delle evacuazioni. Durante questi anni riceve grandi doni spirituali. Lui stesso racconta il primo dono: “Il primo dono inaspettato l'ho ricevuto l'8 dicembre 1944. Mi ricordo che ero seduto nella chiesa davanti, rivolto verso un pilastro grande. Nel momento quando ho ricevuto la santa comunione, Gesù Cristo stesso, nel silenzio del mio cuore ha fatto risuonare una voce: 'Voglio e devo diventare santo!'. Sentivo questa frase chiara come qualcosa di nuovo e profondo, che s'imprimeva e scriveva nella mia anima. Nella mia vita Dio mi faceva essere felice anche se mi chiedeva qualcosa che era sopra le mie forze.
Ordinato sacerdote nel 1946, si occupava dei giovani e chierici salesiani. Nel 1950 venne deportato con tutti gli altri Salesiani nel campo di concentramento per religiosi di Podolínec, dove visse in profonda fraternità riuscì a scappare dal campo e si mise a lavorare clandestinamente e ad organizzare la vita religiosa nascosta dei giovani confratelli.
Nel 1952 la polizia segreta comunista lo arrestò e gli inflisse durissime persecuzioni, fisiche e psichiche. Per non rivelare i nomi degli altri religiosi don Macák finse di essere matto. Provava un grande terrore pensando fino a quando avrebbe potuto fare così e se un giorno sarebbe veramente potuto diventare folle. Allora lo spostarono dal carcere di Bratislava all'ospedale del Palazzo di Giustizia. Tutto terminò, quando suo padre chiese di farlo ritornare a casa. Fino all'aprile del 1968, quando fece il viaggio in Italia, lavorò come un semplice contadino nel paese nativo di Vištuk continuando a fingere di essere folle. Solo sette persone nella famiglia conoscevano la verità.
Quando nel 2008 ha scritto il suo ultimo libro, confessa: “Pensando a queste cose, ancora si aprono nel mio cuore le ferite non guarite e con loro anche la sofferenza interna e un dolore forte. Perdonatemi, non scriverò più del mio carcere e della mia follia. O Dio! O Dio mio! Quanta Grazia e dono era tutto questo! E soltanto piano, piano, a volte goccia dopo goccia riuscivo ad accettarlo! Quando la rifiutavo, mi difendevo da questa grazia! Ma oggi sono consapevole che tutto questo era veramente una grazia e un dono”.
Dopo essere arrivato a Roma nel 1968, don Ernest entrò in collaborazione con suo fratello e prepararono insieme i programmi per i giovani nella Radio Vaticana. Il programma si chiamava Giovane onda e lo portò avanti per otto anni. Nell'altro periodo (dal 1985) fu direttore della comunità salesiana di via Cassia nell'Istituto slovacco dei Santi Cirillo e Metodio e insegnava nel liceo slovacco. Dall'anno 1987 lavorò tra gli Slovacchi a Basilea (Svizzera) dove fu anche il direttore della comunità. Da questa “vigna del Signore nella terra straniera” nel 1990 tornò in Slovacchia, dove ricevette il compito di direttore della comunità e preside del Liceo di San Giovanni Bosco a Šaštín.
Nel 1993 fu nominato ispettore dei Salesiani di don Bosco in Slovacchia. Lo aspettava un compito non facile di ricostruire l'opera salesiana.
Dopo sei anni di servizio ai confratelli e ai giovani nel ruolo di “padre” tornò nella sua Šaštín per essere sempre a disposizione dei confratelli e soprattutto degli studenti del liceo. Quando cominciò a sentire il peso della vecchiaia si spostò nella comunità delle suore della Santa Croce, nel paese di Cerovà.
Nel 2008, ripercorrendo la sua vita, segnata da numerose prove, ebbe a scrivere: “Tutto è una grazia e un dono. O Dio, valeva la pena per me di vivere. Grazie! Grazie! Confratelli, perdonatemi di non avervi amato di più!”.