I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Salesiani e prima guerra mondiale
Maggio 1915 giugno 1916

«I salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno iniziato o inizieranno al più presto nelle loro Case, non escluse quelle adibite ad usi militari, opere svariate di assistenza, di ricovero e di protezione a vantaggio dei figli dei richiamati».

Lo stesso giorno di entrata in guerra (24 maggio 1915), il Prefetto generale don Rinaldi invitò i direttori delle singole case a non cedere immediatamente i locali in caso di ordine di requisizione per uso militare, onde poter continuare a svolgere la propria opera educativa. Prima avrebbero dovuto consultarsi con gli ispettori, i quali, uditi a loro volta i Consiglieri generali di Torino, avrebbero dato disposizioni in merito. Nel caso però di dover acconsentire alla richiesta, si chiedesse che un sacerdote salesiano richiamato in servizio ne divenisse cappellano. (A fine guerra ben 72 case salesiane d'Italia risulteranno esser state requisite).
La settimana dopo fu la volta del Rettor Maggiore don Albera ad inviare agli ispettori e ai direttori una serie di Disposizioni varie per i chiamati sotto le armi: chiese loro di tenersi in corrispondenza con i soldati, aiutandoli in tutto e procurandosi i loro indirizzi da trasmettere sempre a Torino. Insistette che si attivassero perché fossero assegnati alle Compagnie di sanità, in quanto attività meno pericolosa e più confacente a religiosi (ruolo assegnato del resto agli ecclesiastici in sacris dallo stesso governo). Suggerì di insistere perché fossero dispensati dalla chiamata alle armi i direttori degli oratori in quanto insostituibili nel loro servizio pastorale. Aggiunse infine che non si anticipasse la chiusura dell'anno scolastico per non danneggiare allievi e famiglie. Tre giorni dopo raccomandò che non favorissero le vacanze dei salesiani in famiglia, in quanto avrebbero dovuto sostituire le “centinaia e centinaia” di confratelli mobilitati.
Si trattava di condividere fino in fondo con i connazionali la difficile situazione del Paese. Non per nulla meno di un mese dopo in sintonia con la politica adottata in tempo di guerra, scriveva loro: “I salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno iniziato o inizieranno al più presto nelle loro Case, non escluse quelle adibite ad usi militari, opere svariate di assistenza, di ricovero e di protezione a vantaggio dei figli dei richiamati. Dare asilo notturno a giovani senza tetto, offrire una minestra ai più poveri, raccogliere, istruire e assistere lungo il giorno gli abbandonati, è parte genuina del nostro programma”.
I problemi da affrontare erano tanti e gravi, incominciando dalla trentina di salesiani appartenenti agli Imperi centrali (il nemico!) che per motivi di studio risiedevano in Italia, soprattutto a Roma e a Foglizzo (Ivrea). Si riuscì con fatica a mandarli in case salesiane di Sardegna e poi 15 di loro tornarono a studiare a Foglizzo nel 1916.
In luglio venne poi organizzato a Torino un incontro tra il Capitolo Superiore e gli ispettori d'Italia e d'Europa. Ne emersero varie disposizioni, fra cui quella di iniziare con regolarità l'anno scolastico il 1° ottobre e di adoperarsi “con prudenza, fermezza ed energia”, presso le autorità perché gli istituti, già occupati per scopi militari o sanitari, fossero riconsegnati in tempo e sgombri in tutto o almeno in parte. Non si voleva rinunciare alla propria missione educativa pure in tempo di guerra.
Era ormai imminente la stagione autunnale e invernale ed ecco allora don Rinaldi invitare i direttori a spedire ai salesiani militari indumenti pesanti. In ottobre invece inviò a quelli assegnati agli ospedali “pacchi di libri ed oggetti utili a distribuirsi” gratuitamente ai degenti in ozio. Come aveva fatto don Bosco, la stampa “cattiva” andava combattuta con quella “buona”.
Nella circolare di novembre era invece presentato un bilancio della situazione: accresciuta coesione tra salesiani e i loro superiori di Torino; celebrazioni modeste ed esclusivamente religiose per il duplice centenario (festa di Maria Ausiliatrice e nascita di don Bosco) per motivi bellici; sospensione di pur utili iniziative; trasformazione di varie case in caserme e ospedali; durissima vita nelle trincee, nelle caserme, negli ospedali e lazzaretti di molti salesiani, senza contare i morti e feriti. Fortunatamente il buon nome dei salesiani e la simpatia verso di loro avevano fatto sì che la maggior parte degli arruolati fossero assegnati al settore sanitario, dove potevano più facilmente esercitare un fecondo apostolato.
I primi mesi del 1916
Passavano i mesi e motivo di grave apprensione era quello di tenere uniti ed incoraggiare i salesiani in armi. Uno dei modi per cercare di ovviarvi fu la posta. Uno speciale rapporto si instaurò fra i salesiani mobilitati e il Rettor Maggiore, che all'inizio cercò di rispondere di persona a tutti, ma per l'eccessivo numero dovette limitarsi a circolari mensili (da 19 marzo 1916), cui però sempre andava unito il Bollettino Salesiano. Don Albera invitava i confratelli in armi alla fedeltà al loro dovere, all'osservanza delle Costituzioni salesiane nel limite del possibile, a non prendere cattive abitudini (alcool, fumo), ad evitare discorsi e comportamenti immorali ecc. Chiedeva poi loro il cosiddetto “rendiconto spirituale” ai direttori, i quali oltre a mantenersi in contatto epistolare con i salesiani della loro casa, dovevano accogliere quelli presenti nelle vicinanze, perché potessero trovarvi un luogo per mangiare, riposare, scrivere, studiare, essere seguiti spiritualmente.
Sul fronte interno il 6 aprile 1916 don Albera comunicava al Presidente del Consiglio Salandra, che i salesiani mettevano a disposizione la propria casa di Pinerolo (Torino), appena acquistata, per l'accoglienza e l'educazione degli orfani.
Continuavano però gli arruolamenti anche di sacerdoti, per cui il Capitolo Superiore il 24 maggio 1916 tentò di sottrarli almeno temporaneamente all'arruolamento, nominandoli economi spirituali nelle parrocchie vacanti. Vi riuscì solo in parte, mentre molto più efficaci furono gli interventi dell'ispettore di Roma (e poi Consigliere generale per gli studi) don Conelli. Grazie a lui vari salesiani nativi di paesi in guerra con l'Italia ma quivi residenti per motivi di studio, poterono così evitare l'internamento in campi di concentramento e vari direttori e professori non vennero mai mobilitati, neanche dopo la disfatta di Caporetto. Don Conelli salvò anche dalla requisizione varie opere salesiane.
La situazione di queste per la mancanza di personale si fece critica al punto che i vuoti degli arruolati vennero riempiti dai chierici studenti di filosofia, con le ovvie conseguenze per i loro studi. E intanto al fronte nel primo anno di guerra erano già caduti una decina di salesiani.

[continua]