I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

PIERLUIGI CAMERONI

“Di Beltrami ce n'è uno solo”

Ricordando don Andrea Beltrami nel 50° della Venerabilità

Durante la notte si alzò da solo e indossò la talare adagiandosi poi sul letto. Così lo colse la morte, il mattino del 30 dicembre, presenti vari confratelli. Aveva 27 anni. Appena tre mesi prima era morta, a 24 anni, Teresa di Lisieux, consumata anch'essa dalla stessa malattia.

Deciso a farsi salesiano... e santo
Nacque ad Omegna (Novara) sul lago d'Orta il 24 giugno 1870. Andrea, di carattere vivace, a tredici anni entrò nel collegio salesiano di Lanzo, nel quale trascorse tre anni, passando dagli studi commerciali iniziati ad Omegna agli studi classici che concluse con ottimi risultati. Rivelò subito una spiccata volitività. Tra le sue pubblicazioni c'è un prezioso libretto dal titolo: Il vero volere è potere (1896). Furono anni felici quelli trascorsi nella casa di Lanzo. “In questo collegio - scriveva alla mamma - io sto bene”. Nella casa salesiana infatti egli trovava la giusta risposta ad alcune sue aspirazioni profonde: un cammino spirituale serio, una forte esperienza sacramentale, un corroborante clima di famiglia. Erano i segni di un'autentica vocazione. Dopo un lungo colloquio con don Bosco si decise per la vita salesiana.
Nel 1886 iniziò il noviziato e fece la vestizione per le mani dello stesso don Bosco, che del giovane novizio dirà: “Di Beltrami ce n'è uno solo”. Il 2 ottobre 1887, sempre nelle mani del santo fondatore, emise la professione religiosa. “Da questo istante, io le prometto - dirà al suo direttore don Giulio Barberis - di raddoppiare l'impegno di farmi santo. Niente e mai quello che piace a me; tutto e sempre quello che piace al Signore”. Nei due anni (1888-1889) che trascorse a Torino-Valsalice portò a termine i due corsi triennali, concludendoli con le rispettive maturità come privatista. Risale a questo periodo la conoscenza del principe polacco, oggi beato, Augusto Czartoryski, da poco entrato in Congregazione. Questi si ammalerà presto di tubercolosi e sarà don Beltrami, entrato subito in sintonia spirituale con lui, a fargli da angelo custode sia a Torino-Valsalice sia nelle altre località dove l'ammalato avrebbe soggiornato. Tra i due nasce una profonda amicizia spirituale che si trasforma anche in aiuto fraterno. Quando poi a propria volta don Beltrami si ammalerà della stessa malattia, tra le probabili cause bisognerà annoverare anche questa dimestichezza di vita con l'amico infermo.
Per il tirocinio pratico è inviato a Foglizzo tra i novizi. La mole di lavoro diventò davvero eccezionale: docente di italiano e latino a 80 chierici, studente di teologia, iscritto alla facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Torino. Ma ancor più eccezionale era il lavoro spirituale che compiva su se stesso. Più tardi, parlando di questo periodo dietro invito del suo direttore, dirà: “L'unione con Dio era intensa, profonda; aveva raggiunto un grado tale che io credevo di morirne... Il freddo, il ghiaccio, la neve, i venti gradi sotto zero, perché quell'inverno fu rigidissimo, non bastavano a calmare gli ardori interni”.

Nel pergolato delle rose e delle spine
Fu proprio in una freddissima giornata del febbraio del 1891 che si rivelarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto alla morte: aveva solo 20 anni! Sollecitamente curato, sembrò che migliorasse. Ma fu per poco: la malattia progredì inesorabilmente. Scriverà lui stesso alla madre: “La zia mi dice: 'So purtroppo il tuo stato di salute'. Quel 'purtroppo' indica una disgrazia. Quanto s'inganna. Questa malattia l'ho chiesta io al Signore. Propriamente non ho chiesto la malattia, ma di soffrire e molto. E Dio mi ha mandato questo male... Non voglio guarire. È la pazzia della Croce. Vedremo nell'eternità chi avrà avuto ragione”.
Sembra avere soltanto la paura di non fare in tempo a diventare sacerdote e così i superiori, molto saggiamente, mentre facevano novene per la sua guarigione, affrettarono anche la sua preparazione e le necessarie dispense per poterlo ammettere all'ordinazione sacerdotale, che ebbe luogo l'8 gennaio 1893, a 23 anni non ancora compiuti. Fu ordinato sacerdote nelle camerette di don Bosco da monsignor Giovanni Cagliero, primo vescovo e cardinale salesiano. Ed eccolo sul calvario: un calvario lungo cinque anni. Fu il quinquennio in cui maturò la sua santità, grazie ad una sofferenza accettata, amata, offerta. Grazie a una volontà tenace, a tutta prova, con un desiderio veementissimo della santità, consumò la propria esistenza nel dolore e nel lavoro incessante. “La missione che Dio mi affida è di pregare e di soffrire”, diceva. “Né guarire né morire, ma vivere per soffrire”, fu il suo motto.
Esattissimo nell'osservanza della Regola, ebbe un'apertura filiale con i superiori e un amore ardentissimo a don Bosco e alla Congregazione. Il suo letto diventerà altare e cattedra, in cui immolarsi insieme a Gesù e da cui insegnare come si ama, come si offre e come si soffre. La sua cameretta diventa tutto il suo mondo, da cui scrive e in cui celebra la sua cruenta Messa: “Mi offro vittima con Lui, per la santificazione dei sacerdoti, per gli uomini del mondo intero”, ripete; ma la sua salesianità lo spinge ad intrattenere anche rapporti con il mondo esterno. Negli anni che gli rimasero di vita dopo il sacerdozio, scrisse alcuni opuscoli ascetici molto pregiati, ma soprattutto si dedicò all'agiografia, scrivendo varie biografie di santi, e alcuni volumi di letture amene ed educative. Lasciò anche altri lavori inediti e incompiuti, tra cui è da segnalare la traduzione italiana dei primi volumi dell'edizione critica delle opere di san Francesco di Sales. Aveva scoperto infatti la vocazione dello scrittore e l'assecondava volentieri. “La parola mi viene facile ed elegante. Sarei contento se potessi trafficare questo talento che Dio mi ha dato, a sua gloria ed onore. Le malattie di petto non danno disturbo alla mente; anzi pare che tolgano le forze al corpo per aggiungerle allo spirito, che acquista maggior lucidità e penetrazione. Almeno se non c'è febbre, come nel mio caso”. L'elenco dei suoi scritti è lungo: biografie, studi ascetici, lavori storici, opere narrative...

La fecondità del “cetera tolle
La sua camera dava sul coretto della cappella, per cui gli era possibile scorgere il Tabernacolo. Davanti a quel Tabernacolo egli trascorreva lunghi periodi di adorazione silenziosa. “Son persuaso che soffrire e pregare sia più utile per me e per la Congregazione che non il lavorare”. Ma il lavoro non gli mancò. Anzi, a dare uno sguardo all'orario della sua giornata di ammalato si resta allibiti. Dalle 5 del mattino alle 9 in preghiera: celebrava su un altarino allestito nella cameretta; la Messa durava due ore e in quel periodo veniva completamente liberato dalla tosse, egli che tossiva in continuazione; dalle 12 e mezzo alle 17 di nuovo in preghiera; dalle 20 a mezzanotte ancora in preghiera di adorazione davanti al Santissimo. Negli altri periodi studiava e scriveva. Si offrì come vittima d'amore per la conversione dei peccatori e per la consolazione dei sofferenti. Don Beltrami colse in pieno la dimensione sacrificale del carisma salesiano, voluta dal fondatore don Bosco. Il chierico salesiano Luigi Variara, allora studente di filosofia a Valsalice, fu intimamente colpito da don Andrea, e a lui si ispirò nella fondazione delle future Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria: vivere con gioia la vocazione vittimale insieme con Gesù.
Il 20 febbraio 1897, anniversario della sua malattia, volle andare a celebrare nella basilica di Maria Ausiliatrice. Fu la sua ultima uscita. Poi andò man mano peggiorando. Il 29 dicembre la situazione precipitò. Durante la notte si alzò da solo e indossò la talare adagiandosi poi sul letto. Così lo colse la morte, il mattino del 30 dicembre, presenti vari confratelli. Aveva 27 anni. Appena tre mesi prima era morta, a 24 anni, Teresa di Lisieux, consumata anch'essa dalla stessa malattia.
Don Beltrami lancia alla Famiglia Salesiana il difficile messaggio della sofferenza redentiva, anzi di una sofferenza che può diventare misteriosamente gaudiosa in proporzione dell'amore con cui la si accetta. “Creda - scrisse un giorno al suo direttore don Scappini - in mezzo ai dolori, io sono felice di una felicità piena e compiuta, sicché mi vien da sorridere quando mi fanno condoglianze ed auguri di guarigione!”.
Il 15 dicembre 1966 il papa Paolo VI, oggi Beato, riconosceva che don Andrea Beltrami aveva vissuto in forma eroica tutte le virtù cristiane decretandogli il titolo di “Venerabile”.

OMEGNA RICORDA IL SUO FIGLIO ILLUSTRE
In occasione del 50° della Venerabilità di don Andrea Beltrami la sua città natale ha voluto commemorare questo suo figlio illustre, riconoscendo in questo salesiano un “dono spirituale grande” che ha dei riferimenti concreti con la Città di Omegna: la sua casa natale in via Alberganti, la sua sepoltura in Collegiata dal 1921, il legame del Cusio con il carisma salesiano, gli oltre 250 ex-voto conservati in Chiesa Parrocchiale, segni che rimandano a un impegno per rinnovare devozione e dare “spessore e qualità” alla vita spirituale delle comunità cristiane chiamate a vivere il cammino del 21° sinodo diocesano novarese anche sul tema della pastorale giovanile e della famiglia con la riscoperta della “vocazione alla santità”.
In occasione della ricorrenza del cinquantesimo anniversario (1966-2016) della definizione del venerabile don Andrea Beltrami, la Parrocchia S. Ambrogio di Omegna guidata da monsignor Gianmario Lanfranchini, ha programmato eventi culturali (annullo filatelico, mostra, pubblicazioni, visita della casa, momenti di preghiera e di celebrazione, incontri di presentazione della vita e del messaggio di don Beltrami per i laici e per il clero).