I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

«Con don Ángel faccio il giro del mondo!»

Incontro con don Horacio López
segretario personale del Rettor Maggiore

Nato a Mar del Plata, in Argentina, 51 anni fa, è stato Ispettore di La Plata dal 2005 al 2010. Don Horacio Adrián López ha già visitato un terzo del mondo salesiano, una cinquantina di paesi, a fianco del Rettor Maggiore. Dice: «Mi tocca partecipare a ogni festa, perché ovunque il Rettor Maggiore va in visita è sempre una festa, ma sono come l'asinello di Gesù a Gerusalemme, che è al centro di tutto, ma come asinello».

Com'è nata la tua vocazione?
Vorrei dire “quasi per scherzo”. Ma quel “sì” che ho detto a 17 anni è stato il “sì” alla base di tutti gli altri “sì” della mia vita sino a oggi. Fino a quel momento io non volevo farmi religioso salesiano, e nemmeno prete diocesano. Ma volevo essere “salesiano” per sempre, perché avevo scoperto che volevo restare con don Bosco. Mi preparavo infatti a fare la promessa come salesiano cooperatore (l'ho fatta poco prima dei diciott'anni). Il mio progetto era di diventare professore di lingua (spagnola) o di musica, o anche di matematica o, possibilmente, di teologia (mi piaceva quasi tutto) e vivere intensamente l'impegno cristiano salesiano laico come proposto per i salesiani cooperatori.
Come ti era venuta questa idea?
Ho avuto il dono di Dio di crescere in un ambiente sano e positivo: una famiglia aperta alla vita cristiana pur se non praticante, onesta e dove ci volevamo molto bene. Papà e mamma, Mario e Elena, erano operai. Era con noi anche la nonna materna, Angela, arrivata in Argentina quando aveva 18 anni, curiosamente sulla stessa nave del papà e del nonno di papa Francesco. Tutti loro si erano salvati perché avevano “perso” un'altra nave che poi, durante il viaggio, era affondata. Mia nonna pugliese (della bella Trani), è stata molto significativa per me perché mi ha trasmesso la sua fede semplice e forte. È stata lei a portarmi al catechismo di prima comunione quando avevo 8 anni.
Come hai conosciuto i salesiani?
In terza elementare ho cominciato a frequentare una scuola salesiana. Mi sono sentito a casa, uno in più della famiglia di don Bosco. Il dono che Dio mi ha fatto fin da piccolo di un grande “senso di Dio”, cioè di sentirlo molto vicino, amichevole, di vivere intensamente il rapporto con Lui. Durante il catechismo mi affascinava ascoltare le storie su Gesù e le sue parabole.
Arrivato all'ultimo anno del liceo classico, da un momento all'altro ho cominciato a sentire una grande insoddisfazione e tristezza che non riuscivo a capire. Quel “senso di Dio” mi ha fatto intuire che quello che sentivo veniva da Lui, e una sera gli ho detto: “Signore, penso che questo che mi capita ha a che vedere con te. Non lo capisco, ma intuisco che tu sei responsabile di questo. Non giocare con me, ti prego. Dimmi cosa vuoi e io ti dico di sì”. Dopo questa preghiera, fatta una volta ma in modo molto intenso, la tempesta è passata e quel sentimento un po' diffuso di disagio è sparito. Però avevo firmato un assegno in bianco! Un paio di settimane dopo il direttore salesiano mi invita a partecipare a un ritiro vocazionale che si faceva dentro all'evento di un Congresso Vocazionale Diocesano. Mi sono rifiutato perché quello “non era per me”. Il direttore però non si scoraggiò e mi invitò a partecipare tra i catechisti.
In una pausa dell'assemblea, quasi dal fondo dell'auditorium dove mi trovavo con un gruppo di giovani venuti dai salesiani, vedo che dalla prima fila si alza il vicario generale della diocesi che io conoscevo come figura pubblica, ma lui non conosceva me. Mentre lui passa per uscire e io chiacchieravo con i miei compagni, i nostri sguardi si incrociarono e quando fu vicino puntò il dito dicendo: «Tu vai a fare il prete», con l'aria di uno scherzo. Il punto sorprendente, è che io, dentro di me ho detto un chiarissimo “Sì, hai ragione, è questo che mi chiede Dio e quindi dico di sì”».
I miei compagni hanno cominciato a prendermi in giro e io a negare, ma dentro un'immensa allegria mi invadeva. Papà e mamma non capivano e nemmeno condividevano la mia decisione, ma mi hanno detto: «Se questo è buono per te, noi siamo con te e ti appoggiamo in tutto, e se in futuro tu volessi tornare indietro noi saremo qui con le braccia aperte».
Come sei arrivato a fianco del successore di don Bosco?
È stato Lui a chiedermi questo servizio lo stesso giorno della sua nomina. Io mi trovavo già a Roma perché lavoravo nel dicastero per la formazione e pensavo di tornare alla mia Ispettoria argentina. Ero membro del Capitolo Generale perché eletto delegato della Casa Generalizia. È vero che a quel momento non ci conoscevamo tanto con don Ángel, perché quando lui è andato in Argentina come Ispettore, io avevo finito il mio servizio là e andavo a Roma e quindi non abbiamo condiviso troppo laggiù. Una cosa è sicura, sono arrivato a fianco del Rettor Maggiore più per una sua intuizione che per un gran discernimento. Subito, quello stesso giorno, quattro o cinque ore dopo la sua nomina ho cominciato a lavorare per lui e con lui.
Che cosa pensi di questa tua esperienza?
È un vero dono, direi che è anche un privilegio. Non immaginavo che potesse capitarmi una cosa del genere. Ma è anche un impegno intenso. Tante volte sento la nostalgia di una vita salesiana “ordinaria”, di trovarmi in una casa “ordinaria”, con un determinato gruppo di giovani, di salesiani e di laici, condividendo con loro la vita. Però allo stesso tempo mi meraviglio della scuola di vita che sto facendo a fianco del successore di don Bosco e della possibilità di incontrare tanti confratelli e altri membri della famiglia salesiana per il mondo, di incontrare tanti giovani diversi.
Forse nessuno come te può immergersi nella totalità del mondo salesiano.
Che ne pensi?
Questo è vero, per ciò dicevo che sono un privilegiato. Fino adesso, in meno di tre anni abbiamo visitato già 44 ispettorie e visitatorie, questo significa 52 nazioni, abbiamo potuto salutare personalmente più di 5000 salesiani e tantissimi altri fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana, tantissimi giovani.
Secondo te, qual è lo stato di salute della nostra Congregazione?
Penso che lo stato generale sia ottimo, godiamo di una buona salute. In una visione micro, non è difficile trovare delle difficoltà, debolezze, sintomi di poca vitalità e problemi vari, ma anche tanta virtù, fedeltà, impegno per il Regno e persino santità. In una visione macro, brilla molto di più la buona salute della Congregazione. Il Rettor Maggiore dice sempre che non possiamo valutare la Congregazione dai problemi che arrivano alla sua scrivania o a quelle degli ispettori, e io sono d'accordo.
Hai sentito più ottimismo o senso di scoraggiamento?
Assolutamente più ottimismo pur conoscendo di più e avendo una visione più realistica della Congregazione. Penso che dall'inizio dei nostri viaggi e ancora oggi, tante volte tornando a casa ci troviamo stanchi ma felici. Ogni visita ribadisce in noi la nostra vocazione. L'espressione più comune che condividiamo è: “Siamo felici e fieri di essere salesiani”.
Dove e in quali settori i salesiani “funzionano” meglio?
Io vedo che noi salesiani siamo bravi in tantissimi settori. C'è una varietà e ricchezza immensa in Congregazione, ma dove si vedono i salesiani più felici e riusciti è quando si trovano con i giovani più bisognosi. In queste presenze si vede risplendere il sistema preventivo che appartiene proprio a questi ragazzi poveri, abbandonati e in pericolo. Abbiamo trovato scuole, CFP, parrocchie, centri giovanili, oratori, casa famiglia ecc., dedicati a loro e io vedo che non è il tipo di opera che la fa più significativa, ma i soggetti che la abitano. Incontrare i ragazzi più poveri ci connette con il dono della nostra vocazione, con il profondo del nostro cuore, dove ci troviamo con Dio, e quindi, è tra loro che “funzioniamo” meglio.
Com'è don Ángel visto da vicino?
Voglio rispondere con grande onestà: è uguale a come lo si vede da lontano. Una delle sue virtù è la sua trasparenza, semplicità e sincerità. Lui non è in un modo e “lavora” o si mostra in un altro. Penso che questo lo renda credibile. Io personalmente apprezzo la sua “normalità” intrecciata con una grande capacità di leadership.
Quanto è faticoso “fare il Rettor Maggiore”?
Tanto e poco. È tanto perché si tratta di una grandissima responsabilità che si porta addosso 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Arrivano a lui tante questioni urgenti o no, che rendono faticoso “fare” il Rettor Maggiore. Ma vivendo il compito come lo fa padre Ángel, cioè essendo se stesso, il fare e l'essere si mettono in linea e la grazia fa il resto.
L'ottimismo spirituale e l'energia salesiana di don Ángel sono un buon propellente per il futuro?
Penso proprio di sì, ma lo sono per il futuro perché sono un buon propellente per il presente. Io sono testimone di questo, del suo incontro con i confratelli nelle diverse ispettorie, nei diversi contesti, negli incontri personali: contagia tutti con il suo ottimismo e la sua energia.
Questo mondo ha ancora bisogno dei salesiani?
Sicuramente sì finché i salesiani saranno fedeli a loro stessi. In una delle visite di quest'anno abbiamo conosciuto il carcere di una città capitale. Questo carcere era come la Generala di Torino di 170 anni fa. Il Rettor Maggiore pensa che fosse anche peggio della Generala ottocentesca.
Nel 2017 ci sono ancora giovani che aspettano un amico che si prenda cura di loro.
La domanda più difficile: sei felice?
Assolutamente sì.