I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO

Pedagogia targata misericordia

I sei verbi della misericordia

6. «Facciamo festa!»

Ed eccoci all'ultimo verbo della più ricca parabola regalataci da Gesù: “Facciamo festa!”. 'Festeggiare': verbo sereno, verbo simpatico, ma anche verbo impegnativo. L'educatore che non ha la festa nel sangue non può avere la patente pedagogica, come il ferro non può essere di legno, né il quadrato rotondo. Festeggiare, verbo quanto mai serio: con la gioia non si scherza, con la gioia si vive!

Il padre disse ai servi: “Presto, portategli il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, mangiamo e facciamo festa!” (Lc 15, 22-23). Stupendo un simile padre! La voglia di festa gli dà la patente pedagogica a punti pieni. Vi è una ragione imbattibile che ci porta ad essere così sicuri: è perché (si noti!) l'educatore sereno migliora sempre chi gli è affidato, l'educatore triste, all'opposto, lo peggiora sempre.
La gioia è un fattore di crescita in sé e per sé. Lo aveva intuito bene il geniale scienziato e filosofo del secolo scorso Teilhard de Chardin quando sosteneva che “il pericolo più grave non è la bomba atomica, ma la possibilità che l'uomo perda il gusto della vita”.
Dicono che il mondo sia di chi si alza presto al mattino. Sbagliato! Il mondo non è di chi si alza presto, ma di chi è felice di alzarsi!
Dunque possiamo avere in mano il metro per valutare il nostro successo pedagogico: far sì che ogni mattina il figlio svegliandosi dica: “Buongiorno vita!”.
Per fortuna il segreto per giungere a tanto non è dell'altro mondo.
È nelle nostre mani. Si tratta di mettere in atto almeno le sei strategie che seguono.

Le sei strategie vincenti
1. Non spremiamolo!
Poveri ragazzi con l'agendina! Al mattino a scuola, al pomeriggio a nuoto, a danza, a karaté. A equitazione. Per favore, diamoci una calmata! Basta con i ragazzi che soffrono di ingorgo psichico! Quando arriverà il giorno in cui tutti i genitori del mondo si metteranno in testa che il bambino che non gioca gioia ne ha poca?
Quando tutti i padri e tutte le madri si convinceranno che è infinitamente meglio avere figli felici che famosi? Da quel giorno benedetto, i piccoli della Scuola Primaria non scriveranno più ciò che ha scritto un bambino di otto anni che alla domanda della maestra: “Che cosa farai da grande?” ha risposto: “Da grande mi riposo!” (autentico!).
2. Teniamo d'occhio la vita di coppia
Non ci vuole molto ad ammettere immediatamente che la gioia dei figli è legata a quella dei genitori. È un dato di fatto che quando papà e mamma fanno scintille chi viene turbato è il figlio. “Quando due elefanti si combattono chi ci rimette è l'erba del prato” dice la sapienza africana.
3. Tutte le mattine stracciamo le parole invalidanti
Mini campionario: “Bisognerebbe pestarti!”. “Ma che figlio abbiamo!”. “Sai solo fare pasticci!”. Parole che graffiano l'anima del figlio, la amareggiano, la avvelenano contro tutti e contro tutto. Parole da gettare subito nel cestino della carta straccia.
4. Cambiamo gli occhiali
Perché non partire da oggi stesso a cercare il lato buono che è nascosto nel figlio? Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012), dopo un incontro con alcuni genitori, scriveva sul suo diario personale: “Niente è più opprimente che incontrare genitori che si lamentano in continuazione e non si accorgono delle meravigliose opportunità che hanno a portata di mano!”.
Già lo sappiamo: Dio non crea scarti! Anche nella persona più slabbrata vi è almeno un 5% di buono. Diceva bene il profondo scrittore francese Albert Camus: “Nell'uomo vi sono sempre più cose da ammirare che da disprezzare”.
5. Accettiamo il figlio fino in fondo
Anche se non sempre corrisponde ai nostri sogni. Specialmente se adolescente, accettiamo anche qualche suo 'pallino'. I genitori che accettano pienamente il figlio, lo aiutano a volersi bene. Opera preziosissima: chi non vede in sé un amico, muore di disperazione!
6. Facciamolo sentire utile almeno due volte al giorno
Due sono le cose certe: la prima: chi non si sente utile sente d'aver sbagliato a nascere; la seconda: solo chi può dimostrare una qualche sua bravura trova una ragione per vivere e gustare la vita.
In breve: il senso dell'inutilità azzera la felicità!
Tutti gli psicologi dicono che, soprattutto il bambino, ha una voglia matta di fare, di aiutare, di imparare. Scusate la franchezza, ma ci preme andare subito al cuore del problema: non è arrivato il tempo di smetterla di far sentire incapaci i nostri figli? Ormai ha sei anni e l'arancia può sbucciarsela con le sue mani. Ormai ha otto anni e lo zainetto scolastico può benissimo gestirselo da solo. Ormai ha quindici anni e può far sentire la sua opinione a riguardo dell'auto che stiamo per cambiare. Mettere al mondo un figlio e farlo sentire incapace di vivere è da crudeli: è impedirgli di sperimentare l'esaltante avventura della vita.
Siamo sulla sponda opposta dello squillante “Facciamo festa!”.