I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

INIZIATIVE

GIULIA TOSANA

Qui si tratta di esseri umani
Qui si tratta di essere umani

Stop Tratta: la campagna di VIS e Missioni Don Bosco che contrasta la migrazione irregolare con progetti di sviluppo concreti in Africa. L'unica vera soluzione del più grave problema del nostro secolo.

Sensibilizzazione in loco sui rischi del viaggio verso l'Europa e progetti di sviluppo concreti per costruire un'alternativa valida alla migrazione irregolare; questi i due pilastri su cui si fonda Stop Tratta, la campagna realizzata da VIS Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e Missioni Don Bosco, avviata nell'ottobre 2015 in cinque paesi dell'Africa sub-sahariana: Ghana, Senegal, Etiopia, Nigeria e Costa d'Avorio.
“Qui si tratta di esseri umani. Qui si tratta di essere umani” è il motto, nonché il pilastro, su cui si fonda l'intera campagna. Lo slogan, infatti, definisce le due dimensioni su cui Stop Tratta lavora incessantemente: sensibilizzazione e progetti di sviluppo in Africa sub-sahariana e informazione, formazione ed engagement dell'opinione pubblica italiana che, di fronte al fenomeno migratorio e alla percezione dello stesso, necessita di riscoprire la propria umanità e solidarietà.
Stop Tratta nasce prima di tutto dall'ascolto, dal contatto diretto con le persone, dall'analisi dei loro sogni, delle loro speranze, delle loro necessità. In Senegal, Ghana, Etiopia, Nigeria e Costa d'Avorio i cooperanti e i volontari del VIS, insieme ai Salesiani di don Bosco, hanno studiato il territorio e la popolazione locale, attraverso indagini, analisi e un profondo dialogo. Questa delicata fase di assesment ha permesso di comprendere quanto i potenziali migranti non siano assolutamente coscienti della difficoltà e della durata del viaggio, così come dei rischi a cui vanno incontro affidandosi ai trafficanti. Esiste, inoltre, una profonda disinformazione per quanto riguarda l'Europa e le opportunità che potrebbe offrire.

«Vorrei poter restare nel mio paese»
La prima urgenza, dunque, è stata quella di sensibilizzare e rendere consapevoli le popolazioni locali. Attraverso spettacoli teatrali, incontri porta a porta, manifestazioni e spot radiofonici Stop Tratta ha raccontato i rischi del viaggio nel deserto e in mare e i pericoli a cui va incontro chi si mette nelle mani dei trafficanti di esseri umani.
In molti non lo sanno, non lo immaginano, ma nell'Africa sub-sahariana si sente spesso dire “vorrei poter restare nel mio paese”. A questo grido d'aiuto Stop Tratta ha voluto rispondere, perché partire deve essere una scelta, non l'unica opzione. I progetti di sviluppo della campagna vogliono offrire un'alternativa concreta alla migrazione irregolare.
In Ghana, ad esempio, i motivi che spingono la popolazione a migrare sono prevalentemente la mancanza di un mercato del lavoro e un'agricoltura arretrata e di sussistenza. Stop Tratta, dunque, interviene nell'ambito dell'agricoltura eco-sostenibile e nella gestione proficua delle risorse naturali nella Brong Ahafo Region: la scuola agricola salesiana di Sunyani formerà i giovani più vulnerabili e i migranti di ritorno in botanica, concimazioni, entomologia, agricoltura biodinamica e consociazioni, fitofarmaci e pedologia. La costruzione della green house, una serra didattica, consentirà inoltre di coltivare diversi tipi di ortaggi e fornire così sostegno alimentare al Centro salesiano per i bambini di strada di Sunyani. Gli studenti che completeranno con successo i corsi di agricoltura avranno accesso a un fondo di microcredito (da restituire entro un anno a un tasso di interesse inferiore a quello di mercato) attraverso il quale potranno avviare la propria impresa agricola.
In Senegal Stop Tratta risponde all'urgenza del mercato locale potenziando e ampliando il Centro di formazione professionale Don Bosco di Dakar. Già attivo dal 2014, il centro ora non è più in grado di sostenere il gran numero di domande e di fornire un'offerta formativa ampia e diversificata. Il progetto di Stop Tratta prevede dunque l'ampliamento del centro, la costruzione di una biblioteca, di aule e di un laboratorio di informatica dotato di computer, rete wireless e stampanti. Inoltre, saranno attivati corsi di idraulica e sartoria, oltre che di informatica. Tra le attività previste, anche corsi di orientamento al lavoro, autoimpiego e imprenditorialità.
In Etiopia la mancanza di lavoro e le compromettenti condizioni economiche costringono i giovani più vulnerabili, tra cui i rifugiati eritrei, a migrare per cercare condizioni di vita più sostenibili. Stop Tratta agisce dunque in tre aree geografiche, individuate come prioritarie. A Mekanissa (Addis Abeba) la lotta contro la migrazione irregolare di Stop Tratta parte dalla formazione professionale; sono stati attivati corsi di formazione tecnica in elettronica, manifattura, idraulica e cucina, che consentiranno ai giovani rifugiati eritrei e ai potenziali migranti di acquisire abilità e competenze pratiche, realmente spendibili sul mercato del lavoro. Saranno create sei cooperative, in grado di acquistare i beni di prima necessità direttamente dai grossisti, riducendo i prezzi dei prodotti e facilitandone l'accesso.

LA STORIA DI LEILA
“Voglio lanciare un messaggio ai miei connazionali che vivono fuori dal Senegal. Se state male, non abbiate paura di rientrare. Dobbiamo credere nel nostro Paese. Se avessimo avuto la forza di unirci non saremmo dovuti emigrare. Perché anche con poco si può costruire qualcosa.”

Leila ha 39 anni. È nata in Senegal e lì ha studiato per diventare operatrice turistica. Una volta ottenuto il diploma ha chiesto ed ottenuto un visto per venire in Italia, a Bergamo, e raggiungere il marito. Pensava di restare solo qualche mese, ma durante il soggiorno è rimasta incinta e dopo il primo figlio ne sono arrivati altri due. Così, a Bergamo, ha vissuto undici anni. In Italia dice di esser stata bene dal punto di vista umano, mentre economicamente è stato molto più difficile. Nel settore del turismo non è riuscita a lavorare ma ha comunque ottenuto un diploma in italiano e uno come badante.
Racconta di esser stata costretta a tornare in Senegal per un disguido. Perché nel 2013, quando aveva deciso di volare in Patria per curare un'infezione, si era trattenuta troppo tempo. Leila non sapeva che la legge italiana annulla il permesso di soggiorno per chi lascia l'Italia troppo a lungo. Così, una volta tornata a Bergamo aveva scoperto di non essere più in regola con i documenti. “Dopo 11 anni in Italia mi sentivo a casa mia - racconta - era la terra dove erano nati i miei figli. È stato difficile lasciarla, ma non me la sentivo di rimanere come clandestina. Preferisco vivere in un Paese dove posso camminare tranquilla per strada, senza la paura che la polizia mi fermi.”
Adesso in Senegal per lei la vita è molto difficile. A 39 anni è considerata vecchia e le possibilità di trovare un impiego sono quasi inesistenti, perché gli alberghi preferiscono assumere giovani appena diplomati. Il suo sogno è quello di aprire una sartoria o di fare la parrucchiera. La Caritas, con cui è entrata in contatto in Italia, le ha promesso che la aiuterà nel suo progetto.
Nonostante tutto Leila crede nel suo Paese. Pensa che unendo le forze sia possibile costruire qualcosa. Il problema, spiega, è che chi è partito ha paura di tornare, anche se all'estero sta male, perché teme di deludere la famiglia che aveva creduto in lui e che aveva messo da parte i soldi per farlo emigrare. “Se torni senza soldi - spiega Leila - dicono che non sei stato coraggioso, che ti sei dato alla bella vita.”

LA STORIA DI ASHIN
“Lavoro per mandare i soldi alla mia famiglia: mia madre e mio padre sono ancora vivi, quindi li devo aiutare. Non importa dove, se qui, al Nord o in un altro paese: per me ora l'unica cosa importante è avere un lavoro. Se ne avessi l'opportunità, andrei ovunque.”

Ashin Ada ha 22 anni, è nato nel nord del Ghana e da due anni si è trasferito ad Accra, la capitale, insieme a suo fratello. Ha lasciato la scuola e il resto della famiglia per lavorare.
Come tanti giovani del nord, Ashin fa lo scrap dealer. Ricicla i rifiuti e li rivende. Il suo mestiere consiste nel riparare vecchi computer, radio, elettrodomestici e materiale elettrico di ogni tipo. Lo fa a mani nude, in mezzo a mucchi di metallo arrugginito.
Insieme a lui vivono e lavorano un milione e mezzo di persone, in una città-discarica, a cielo aperto, con baracche di legno, appoggiate sul fango, sotto i cavi dell'alta tensione. Guadagnano pochi dollari al giorno e dividono le baracche con mogli e figli.
“Vivere qui è davvero difficile - dice Ashin - questa non è la mia città, non è la mia casa.”
Finché c'è il lavoro, finché c'è qualcuno che compra i suoi apparecchi, però, lui resta lì, in mezzo alle baracche e ai rifiuti.
Da ragazzo giocava a calcio ed era molto bravo in tanti altri sport.
Come tutti i giovani della sua età sognava di diventare un campione, di andare a giocare all'estero, in Europa.
Oggi il suo sogno è di tornare a casa, di riabbracciare i suoi genitori, di ricominciare a frequentare la scuola. Non può farlo, per ora. Deve lavorare, deve guadagnare, deve mantenere la famiglia.

LA FALSA PARTENZA DI BABACAR
“Lo rifarei? No. Da quando sono rientrato mi hanno proposto più volte di partire per l'Europa. Ho sempre rifiutato. Vorrei lasciare il Senegal, certo, ma solo attraverso vie legali. È troppo pericoloso. Troppo doloroso.”

Prima di partire per l'Europa Babacar (nome di fantasia) faceva il pescatore. Viveva a Thiaroye sur mer, sulla costa del Senegal, alla periferia di Dakar. Un tipico villaggio africano, fatto di baracche di legno senza pavimenti, né porte e finestre. Fatto di strade sterrate e di bambini che giocano felici, in mezzo alla polvere. Fino a cinque anni fa Thiaroye sur mer viveva di pesca. La gente riusciva a sfamarsi con ciò che i pescatori tiravano fuori dal mare. Poi arrivò la crisi, il pesce cominciò a scarseggiare e gli uomini non riuscivano più a sfamare le proprie famiglie. Un giorno si presentò un signore con una barca. “Se volete andare in Europa so io come fare”. Poi disse che il viaggio costava 400 mila franchi (700 euro).
Grazie all'aiuto delle famiglie, Babacar ed altri pescatori riuscirono a mettere insieme la cifra necessaria per partire. La sera della partenza una barca piccola li portò su un'imbarcazione più grande, che aspettava ancorata al largo. Erano in 70, a bordo. Il mare era mosso, tirava vento forte e faceva freddo. C'era chi veniva dalle zone interne del Paese e non aveva mai visto il mare. Furono loro a soffrire di più, mentre Babacar era abituato alle onde.
La barca impiegò 12 giorni ad arrivare in Marocco. In molti si ammalarono, in tre morirono e vennero buttati in mare, per evitare infezioni. Dopo esser sbarcati sulla terraferma, il viaggio proseguì in macchina. Dopo una settimana di viaggio, passata senza mangiare, l'uomo che guidava il gruppo si fermò. Disse a Babacar e agli altri che la Spagna era vicina e che avrebbero dovuto proseguire a piedi, mentre lui andava a cercare provviste. Si allontanò e non si vide mai più.
Poi arrivarono tre poliziotti marocchini, che domandarono ai pescatori da dove venissero e dove fossero diretti. “Gli abbiamo raccontato di essere pescatori, fuggiti dal Senegal per cercare una vita migliore”, racconta Babacar. “Ci hanno detto di non preoccuparci, che ci avrebbero aiutati.”
Invece li caricarono tutti sulle loro macchine e li portarono in aeroporto. Ormai conoscevano la loro nazionalità. Li misero su un aereo e li rispedirono in Senegal.

STORIA DI VINTA, CHE NON VUOLE PERDERE
“Sono stata in Europa otto anni. Ho vissuto in Italia e in Spagna. Il lavoro non mancava, ma non avevo il permesso. Un giorno la polizia mi ha fermata, mi ha messa su un aereo e mi ha rimandata in Senegal. Qui sto male, il lavoro non c'è, non so come far mangiare mia figlia.”

Vinta è nata in Senegal e giovanissima è riuscita ad emigrare in Italia. È arrivata in aereo, non con i barconi. La sua famiglia aveva messo da parte un po' di soldi per lei, che le sono bastati per il volo e per i primi mesi di soggiorno italiano. Ha vissuto a Milano, con il suo compagno, ma solo per un anno, perché il lavoro non si trovava e il visto era scaduto. Meglio provare con la Spagna, dove vivevano alcuni amici. Ci arrivarono passando per il Portogallo, in macchina.
Otto anni è durata la sua permanenza in terra spagnola. Ha vissuto a Madrid e a Cuenca. Lì aveva un lavoro, faceva le treccine ai capelli e guadagnava i soldi sufficienti per mantenersi. Non era un impiego regolare, però, e Vinta non aveva il permesso di soggiorno. Un giorno la polizia la fermò e le fece un ordine di espulsione. Riuscì a scappare e rimase in Spagna, come clandestina. Qualche settimana più tardi fu catturata nuovamente e mandata in un centro d'accoglienza per stranieri, in cui rimase per 30 giorni.
“La polizia mi diceva che ero fortunata - racconta - perché non c'erano voli per rimandarmi nel mio Paese”. Da Madrid Vinta riuscì a trasferirsi a Cuenca, insieme al suo compagno. Era da poco rimasta incinta. “Cuenca era un posto molto piccolo - ricorda - e noi eravamo troppi neri”. Così un giorno, quando era uscita a comprare il pane, la polizia la arrestò, la portò al commissariato e nel giro di due ore la mise su un aereo e la rimandò a casa.
In Senegal oggi vive male e si commuove quando racconta della Spagna e dell'Italia. Non ha lavoro, non ha soldi per mangiare. Ha una figlia piccola che non riesce a sfamare. I genitori, che l'avevano aiutata a partire, sono morti. I fratelli se ne sono andati tutti. Un giorno la sua bambina si è ammalata e lei non è riuscita a pagare un medico che la visitasse. Giura che resterebbe in Senegal, se solo trovasse un lavoro degno di questo nome. “L'unica cosa che conta - dice - è riuscire a mantenermi e a dar da mangiare a mia figlia”.

Aggiornamenti sui progetti e su tutte le attività di Stop Tratta sono disponibili sul sito www.stoptratta.org