I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SANTI DELLA FAMIGLIA SALESIANA

TERESIO BOSCO

Simone Srugi
Coadiutore salesiano venerabile

(15 aprile 1877 - 27 novembre 1943)

Nato nel paese di Gesù, fu come lui servo di tutti

Nella casa di Àazar Srugi veniva conservata tra i documenti preziosi la «genealogia», come quella di Gesù che si legge nei Vangeli. È un'usanza rispettata dalle famiglie palestinesi. Si leggeva: Ăaz figlio di Tannus, figlio di Faddùl, figlio di Gìrges, figlio di Jùssef... La genealogia risaliva fino a Faraòn, che aveva abitato nella Siria meridionale nel 1550, ed era emigrato con la famiglia verso la Palestina. Nell'ultima riga della genealogia si leggeva: «Ăazar ha sposato Dàlleh, ed hanno generato Simàan il 15 aprile 1877, a Nazareth».
Simàan (che noi all'europea chiameremo Simone) ricevette il Battesimo a Nazareth il 10 maggio di quell'anno: concittadino di Gesù, e da quel giorno anche suo fratello. Solo tre anni dopo, Simone ebbe la più grave disgrazia che possa toccare a un bambino: nello spazio di pochi mesi perse il papà e la mamma. Fu accolto dalla nonna, e venne su esile come un filo d'erba, con un'ombra di tristezza in fondo agli occhi, e con un prepotente bisogno di amore.
Di orfani, in quel tempo, ce n'erano tanti in Palestina. Affollavano le viuzze di ogni villaggio. L'Impero Turco, a cui la Palestina apparteneva da milleduecento anni, non manifestava molto interesse per loro. Un prete italiano, don Antonio Belloni, che si trovava a Gerusalemme, cominciò ad aprire case per quei «ragazzi di nessuno». Amico e imitatore di don Bosco, don Antonio nelle sue case dava agli orfani scuola, mestiere, catechismo, e tanta tanta bontà. Fu ribattezzato dalla gente Abuliatama, padre degli orfani.
Nel 1888 Simone compiva 11 anni, ed entrò nella casa dell'Abuliatama aperta a Betlemme. Dopo aver dato addio al papà e alla mamma, aveva dato addio anche alla faccia buona e rugosa della nonna. Ma trovò la faccia buona e gentile di don Antonio, che in poco tempo Simone sentì come un nuovo papà. Andò a scuola, imparò a impastare la farina nella panetteria, a governare il forno.
Nel 1891 succede un avvenimento grande, che influenzerà tutta la vita di Simone Srugi. Don Antonio Belloni e tutti i sacerdoti che l'aiutano nella cura degli orfani, diventano «salesiani»: entrano nella congregazione di don Bosco. Simone, che proprio in quell'anno si era deciso a restare con don Antonio per mettersi come lui al servizio degli orfani, diventò «di don Bosco, per sempre». Aveva 17 anni quando andò nell'Orfanotrofio-scuola agricola di Beit Gemàl, fondato da don Antonio Belloni sulle ultime colline della Giudea, che vanno declinando nella pianura di Shefèlah.

Le file rumorose dei contadini
Vi andò come «aspirante salesiano». Vi completò i suoi studi, nel 1895 fece il noviziato, e nel 1896 si consacrò al Signore con i voti di povertà, castità e obbedienza, diventando salesiano. Aveva 19 anni.
La casa di Beit Gemàl era collocata in alto sul colle come un'antica abbazia, ed era autosufficiente in tutto. Aveva il mulino, il forno, il torchio per le olive, le cantine, i granai. Alla sua imponente costruzione si aggrappavano le casette dei contadini musulmani, che si appoggiavano alla grande casa per poter vivere. E in file sempre rumorose e litigiose entravano nella grande casa perché il mulino trasformasse il grano in farina bianca, le olive in olio profumato...
Quel ragazzo mite e gentile arrivato da Betlemme cominciò a trasportare, curvo e silenzioso, taniche d'olio, sacchi di grano e farina. Era gracile, ma faticava volentieri. Quello sguardo profondo e vivace sorrideva appena incrociava un altro sguardo, e la sua voce esile salutava con parole gentili e scherzose.
Cominciò così (e continuerà per 45 anni) la vita del salesiano Simone Srugi, servo di tutti. Fu incaricato di moltissime cose. Sembravano incompatibili tra loro, ma la sua bontà riuscì a metterle in fila quasi tutti i giorni della sua vita. Al mattino serviva la Messa, guidava la meditazione dei salesiani, assisteva i ragazzi orfani in chiesa, in cortile, faceva scuola. Contemporaneamente trovava il tempo di mettersi al banco di una botteguccia dove i contadini venivano a comprare le cose di prima necessità. Era anche l'infermiere per chi si ammalava, badava al forno e al mulino (l'unico nel raggio di trenta chilometri). In tutte queste occupazioni che bruciavano ogni attimo del suo tempo, Simone seppe unire sempre due cose quasi inconciliabili: la laboriosità instancabile e la gentilezza delicata. Un ragazzino musulmano che veniva a scuola scalzo e denutrito, durante la lezione di arabo verso mezzogiorno si addormentò profondamente nel banco. Neanche la campana che segnava la fine delle lezioni riuscì a svegliarlo. Il dito sulle labbra di Simone fece uscire gli altri ragazzi in punta di piedi. Quando il ragazzino si svegliò non riusciva a capire dov'era, e come mai il maestro Srugi gli era accanto e gli porgeva i panini del pranzo.

Le mani bianche di farina
1915. L'ltalia entra nella prima guerra mondiale contro Austria, Germania e Impero Turco. I Salesiani italiani, poiché la Palestina fa parte dell'Impero Turco, vengono imprigionati il 23 agosto. I ragazzi sono inviati dal governo in un orfanotrofio musulmano.
Nel 1917 la Palestina è conquistata dalle truppe inglesi. I Salesiani possono tornare al loro lavoro. Simone ha 40 anni. Comincia per lui il periodo luminoso della piena maturità. Gli viene affidato in maniera totale il mulino. Stare al mulino vuol dire stare nel cuore della zona. Ogni giorno dai cinquanta villaggi intorno vi sale una carovana di muli e di cammelli carichi di sacchi di grano. Nel cortile, durante l'attesa o prima di ripartire, si combinano gli affari, si comunicano le notizie, scoppiano anche litigate solenni. Srugi macina la farina di tutti, incontra tutti, parla con tutti, sorride a tutti. Durante le liti più clamorose esce con le mani bianche di farina e si caccia tra i contendenti con il rischio di prendersi una coltellata. Riporta la pace. A volte li rimprovera con parole forti, ma non se la prendono: «È come il padre di tutti», dicono. E si fidano. La farina che mette nei sacchi è la razione giusta che spetta a ciascuno, nessuno discute. Dicono: «Dopo Allah c'è Srugi». Simone vede in loro i suoi fratelli. Anche dei più litigiosi, maneschi, ladri, dice: «Anche loro sono figli di Dio». Poco per volta viene ribattezzato Muàllem, cioè maestro. I suoi consigli sono il condensato del Vangelo. Comincia quasi sempre: «Gesù dice...», «Maria SS. ti direbbe...». Si giunge al punto che sulla bocca di quei musulmani i nomi di Gesù e di Maria diventano familiari.

Da Muàllem ad Haqìm
Molte di quelle persone accoccolate al sole in attesa del loro turno al mulino erano scosse dai brividi della malaria, soffrivano per piaghe aperte e non curate. Muàllem Srugi, infermiere nella casa salesiana, cominciò a diventare l'infermiere di tutti. Iniezioni, pomate, medicine fatte con le erbe. E così, accanto alla fila dei muli che portavano i sacchi di grano al mulino, cominciò a salire un'altra fila, più lenta, più silenziosa. Uomini, donne, bambini e vecchi, vestiti in tutte le fogge, con il volto contratto dalla sofferenza. Arrivarono a cento, centoventi al giorno. Muàllem divenne Haqìm, il medico. Non avevano molte medicine i salesiani in quegli anni. Haqìm Srugi metteva a disposizione il poco che c'era: alcool per disinfettare, tintura di iodio per pulire, bende per fasciare, medicine ricavate da piante e da erbe. Chi poteva gli dava un soldo, chi non poteva sussurrava «Viva Gesù!», il suo saluto preferito. Sovente le mamme gli portavano i loro bambini, che stavano bene. Ma volevano che lui mettesse la mano sulla testolina, dicesse una preghiera. E andavano via contente. I salesiani costruirono un dispensario. Ma sovente più che di cure, quella gente aveva bisogno di cibo. Haqìm Srugi distribuiva il pane fragrante del forno agli «ammalati di fame». Ai bambini portava dolci e la frutta a cui i confratelli rinunciavano per loro.
Qualcuno confidava che nelle case vicine alla sua c'erano altri malati, e Srugi andava a cercarli. Un giovane yemenita, povero in canna, stava morendo nella sua stanza sporca, abbandonato da tutti. Haqìm Srugi andò a trovarlo, lo persuase ad andare con lui. Nella casa salesiana gli fece le cure necessarie e lo nutrì. Nella lunga convalescenza persuase l'economo a tenerlo come domestico.
Il direttore lo trovava sovente a notte alta nel dispensario a preparare le medicine con le erbe, e anche a vegliare quei poveretti che per qualche giorno non potevano tornare a casa. Un giorno gli portarono un malato così grave che solo all'ospedale poteva essere curato. Ma l'ospedale era lontano, gestito da stranieri, e quella povera famiglia aveva paura, non ne voleva sapere. Allora Simone dette qualche medicina che sapeva insufficiente, e mormorò: «Pregate Sitti Màriam. Se lei vuole, Dio lo guarirà». Tornarono qualche giorno dopo a ringraziare, con il malato perfettamente guarito. E lui disse: «Ringraziate Sitti Màriam, la Vergine Maria. È lei che ottiene da Dio ciò che vuole».

La storia camminava
Mentre Haqìm Srugi lavorava e serviva in quel cantuccio dimenticato della Palestina, la storia andava avanti, con il suo bene e il suo male.
Nel 1936 gli arabi si ribellarono all'amministrazione inglese, e iniziarono la guerriglia contro le installazioni ebraiche. L'Inghilterra intervenne militarmente, e tentò di imporre la spartizione della Palestina in due stati. L'intransigenza delle due parti fece fallire ogni tentativo.
Nel 1938 anche la casa salesiana di Beit Gemàl fu coinvolta nella guerriglia. Sospettando che con il telefono il direttore salesiano tenesse contatti con gli inglesi, i guerriglieri palestinesi lo sequestrarono e lo uccisero. Al dispensario, Srugi vide arrivare giovani armati e violenti che portavano un loro ferito da arma da fuoco. Urlavano a Srugi di curarlo subito, una suora intervenne per rimproverarli, nel parapiglia Simone fu gettato per terra. Si alzò con calma dicendo: «Suora, Gesù ha detto: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. Così dobbiamo comportarci anche noi». E curò il ferito.
Nel 1939 il mondo fu travolto dalla seconda guerra mondiale. Il 10 giugno 1940 anche l'Italia entrò in guerra contro Francia e Inghilterra. I salesiani italiani furono arrestati, e gran parte del lavoro piombò sulle spalle stanche di Simone Srugi. Aveva ormai 63 anni, e un anno prima era stato colpito dalla malaria e da una doppia polmonite.
Il progresso aveva camminato. Attorno, nei villaggi, c'erano ormai medici, farmacie, ospedali. Ma la gente veniva ancora da Haqìm Srugi, perché «le sue mani avevano la potenza e la dolcezza di Allah».
Nell'ottobre 1943 la tosse e l'asma lo sigillarono nella sua cameretta. Dopo una crisi disse: «È terribile quando manca il respiro. Ma se il Signore vuole, va bene». Morì da solo, nel silenzio della sua cameretta, durante la notte tra il 26 e il 27 novembre. I contadini musulmani sporchi, rissosi, accorsero con le lacrime agli occhi, con i bambini in braccio, perché vedessero ancora una volta Haqìm Srugi. Lo portarono loro al cimitero. Mormoravano: «Dopo Allah c'era Srugi. Era un mare di carità».