I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

WALLY PERISSINOTTO

L'oratorio più bello del mondo

L'opera salesiana di San Donà di Piave

«Avverto di seguire una direzione già tracciata, di stare sulle spalle dei giganti che mi hanno preceduto: dei tanti validi Salesiani che hanno fatto onore alla loro vocazione lasciando ricordi indelebili e permettendo a quanti li seguono di vedere più lontano».

La vivace articolazione architettonica dell'Oratorio Don Bosco di San Donà si impone per classica bellezza e possente volumetria sulla fisionomia moderna della città lambita dall'ultimo tratto del Piave. Ed è proprio in queste acque 'placide' che possiamo scorgere la prima traccia di don Bosco: alcune “viole mammole primaticcie colte sul greto del Piave ai primi soli di marzo” del 1918 dal futuro R.M. don Ziggiotti, in pieno conflitto bellico, sembrano essere l'annuncio profetico della straordinaria fioritura dell'opera sandonatese.
Un'opera che affonda le sue radici proprio fra le rovine di un paese devastato dalla Grande Guerra (1915-18). Con la premura di un padre, il giovane arciprete Saretta individua come prioritaria la necessità di prendersi cura dei tanti ragazzi abbandonati che il conflitto ha lasciato senza pane e senza tetto e pensa a don Bosco. La fama del prete torinese e del suo straordinario metodo educativo ha già varcato i confini del Veneto (la Casa di Mogliano è a sole poche ore di calesse da San Donà) e don Saretta è bramoso di sperimentarne l'efficacia.
Dopo un primo tentativo di approccio con don Albera, solo a settembre del 1920 presenta formale richiesta all'Ispettore veneto don Giraudi. La trattativa si rivela lunga e faticosa tanto che don Saretta deve ricorrere all'intercessione della 'Madonna dei Salesiani': la statua lignea dell'Ausiliatrice viene esposta per un mese al centro della chiesa per “strappare alla madre ciò che i suoi figli non hanno potuto concedere”.
I risultati non si fanno attendere: il Rettor Maggiore don Rinaldi, giunto a San Donà nel 1926 per un sopralluogo, dà garanzia di aprire la nuova Casa “anche a costo di sacrifici”.
L'intera cittadinanza si sente subito investita di tale responsabilità: le poche famiglie benestanti prendono a cuore le sorti di un paese con troppi ragazzi “dediti a monellerie...” mentre la gente umile mette a disposizione ciò che può: le braccia forti, qualche soldo sottratto all'indispensabile, il sostegno incondizionato e la preghiera.
I primi Figli di Don Bosco (il direttore don Riccardo Giovannetto, il chierico Luigi Ferrari e il coadiutore Mauro Picchioni) fanno ingresso in città il 24 settembre del 1928, temporaneamente ospitati all'orfanotrofio dove sono costretti a rivolgere il loro intervento ai soli ospiti maschi del convitto. Quando a settembre del 1930 viene inaugurato l'edificio attuale, il nuovo direttore, don Castellotti, dà avvio ad ogni sorta di attività. La risposta è sorprendente: i tanti ragazzi poveri, cui si sono aperte prospettive culturali, ricreative e spirituali insperate, accorrono in massa proprio “come mosche attirate dallo zucchero”. E l'arrivo di don Zaio, testimone in gioventù di alcuni fatti prodigiosi (il miracolo delle nocciole e la guarigione della sciancata), permetterà a don Bosco di rendersi quasi percepibile.
Il cortile sempre gremito e vivace diventa il motore di ogni attività. È talmente spontaneo il richiamo a Valdocco, che don Domenico Moretti, direttore dell'oratorio sandonatese negli anni Cinquanta, lo definisce senza indugio: “l'Oratorio più bello del mondo”.

TRE DOMANDE AL DIRETTORE
Al giovane direttore di oggi, don Enrico Gaetan, chiediamo quali punti di forza giustificano tale appellativo e se in qualche modo avverte di essere inserito in un solco che lo guida e lo sospinge.
Avverto di seguire una direzione già tracciata, di stare - parafrasando Newton - sulle spalle dei giganti che mi hanno preceduto: dei tanti validi Salesiani che hanno fatto onore alla loro vocazione lasciando ricordi indelebili e permettendo a quanti li seguono di vedere più lontano.
Gli ingredienti che determinano il successo dell'opera sandonatese sono molteplici: l'Oratorio, cresciuto in stretta sinergia con la città, ha conquistato nel tempo una felice posizione centrale che ha favorito il richiamo dei giovani ed un'ampia opportunità di dialogo con le parrocchie (pur dipendendo solo da quella del Duomo) e con la città, che pur nella sua evoluzione sente ancora forte il legame con i valori fondanti del passato, in primis quello della fede.
La disponibilità delle strutture (ampie e ben attrezzate) permette l'accoglienza di molti ragazzi: solo le associazioni ADS, SCOUT, Calcio, Banda raccolgono mediamente 800 giovani e giovanissimi.
La ricchezza di proposte, la piena disponibilità dei Salesiani, svincolati da obblighi parrocchiali, ne fanno luogo privilegiato di aggregazione e di incontro. Il supporto delle famiglie è palpabile con una bella presenza di laici che ha a cuore l'opera e si spende con gioia per il bene dei giovani, stimolando i Salesiani con suggerimenti e sempre nuove iniziative.
Ma quali progetti offre l'oratorio alla città?
Con la sua poliedrica ricchezza, l'opera salesiana s'impegna quotidianamente a prevenire il disagio giovanile proponendosi come supporto alle famiglie, in sinergia con le agenzie educative del territorio.
Già a partire dal 1932, l'apertura del biennio elementare e del ginnasio inferiore aveva garantito l'accesso agli “studi superiori” a molti giovani privi di prospettive. Leggendo provvidenzialmente i segni dei tempi, negli anni Cinquanta i Salesiani decisero di convertire la scuola privata in Centro di Addestramento Professionale puntando sul settore Meccanico, Elettrico, Chimico e sulla Falegnameria. Nel tempo alcuni corsi sono stati soppressi, altri attivati. Da una decina d'anni il centro ha ampliato la sua offerta formativa investendo sui settori meccanico, elettrico, dell'auto e in quello informatico. In un'ottica di apertura e di accoglienza, il Centro di Formazione Professionale rivolge la sua attenzione alla fascia più debole dei ragazzi, molti dei quali sia comunitari sia extracomunitari (sono presenti studenti di 8 credi e 15 differenti nazionalità), nel tentativo di contrastare l'insuccesso scolastico e l'abbandono ma soprattutto con l'impegno di educare e formare bravi professionisti e valide persone.
Il progetto “Dopo la campanella” da quasi vent'anni svolge una valida azione di supporto all'attività scolastica favorendo il processo di interazione tra oratorio, famiglia e istituzioni. Rivolto agli alunni della scuola primaria e secondaria di primo grado, coinvolge un centinaio di ragazzi che vengono seguiti da una decina di operatori qualificati affiancati dai volontari.
Ma il fiore all'occhiello è rappresentato dalla P.E.R., la proposta estiva che offre un'alternativa positiva e significativa al tempo libero improduttivo di tanti ragazzi. Per cinque settimane consecutive l'oratorio si riempie di vita fino a tarda serata: laboratori, tornei, escursioni settimanali al mare o ai parchi di divertimento, momenti di preghiera, giochi in cortile coinvolgono un migliaio tra ragazzi e giovani animatori in un clima gioioso che contagia anche i genitori.
Rimane la curiosità di conoscere l'evoluzione di un ambiente tanto vitale. Sollecitiamo don Enrico a fare uno sforzo di immaginazione per definire i lineamenti dell'“Oratorio Don Bosco” di domani.
Non ho la capacità di prevedere il futuro. Ma so di certo che l'oratorio è sempre stato in grado di rinnovarsi: le diverse iniziative che stiamo portando avanti (dalla didattica digitale al sistema duale per quanto riguarda la Formazione Professionale, alla proposta del cinema in 3D, al lavoro di collaborazione con i laici) vanno in questa direzione. Il mio sogno è che si continui ad accogliere generazioni di ragazzi che sappiano attingere ad un pozzo ricco di valori e di opportunità per essere poi capaci di impegnarsi nel sociale, portando il carisma salesiano ovunque.
Ora che i nostri confini assumono sempre più le dimensioni europee e mondiali, don Bosco ci suggerisce di essere coraggiosi e di seminare prospettive audaci.
Come ci ha ricordato don Chávez in occasione della sua visita del 2013, dobbiamo lavorare per costruire già nel presente uomini che sappiano rendere la propria vita un capolavoro, tendendo alla santità. Solo allora l'Oratorio di San Donà potrà orgogliosamente dirsi, non il primo, ma il terzo oratorio più bello del mondo, dopo quello di Valdocco e quello di Poznań che ha sfornato grandi santi.