I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

RAPHAËL KATANGA

Traduzione di Marisa Patarino

Ruanda Rango

L'impegno dei Salesiani al servizio dei rifugiati del Burundi

A partire dall'inizio della crisi politica in Burundi, cominciata nel mese di aprile del 2015, decine di migliaia di famiglie che risiedevano nel Paese sono fuggite dalle violenze che hanno caratterizzato il periodo pre-elettorale per cercare rifugio nel vicino Ruanda.

Dopo le elezioni presidenziali del 21 luglio 2015, che hanno assegnato un terzo controverso mandato all'attuale presidente, altre famiglie hanno lasciato il Paese per stabilirsi in Ruanda. Hanno così abbandonato un Paese francofono per stabilirsi in una nazione di lingua inglese.
Nel mese di settembre del 2015, i Salesiani di don Bosco che lavorano a Rango (Huye/Butare) hanno aperto le porte delle loro scuole a 75 giovani rifugiati provenienti dal Burundi, ragazze e ragazzi ai quali viene data l'opportunità di imparare l'inglese in vista dell'inserimento nella scuola, dove seguiranno programmi insegnati in questa lingua.
Nello stesso tempo, i cristiani della parrocchia salesiana di Rango si sono impegnati per offrire generi alimentari, abiti e altro materiale per aiutare i rifugiati che vivono fuori del “campo profughi”. Molti di loro vivono in condizioni difficili e hanno perso la speranza nel futuro a causa dell'insicurezza che regna in alcune zone del loro Paese. Dato che molti di questi rifugiati hanno perso il lavoro che svolgevano in Burundi e sono fuggiti all'improvviso senza portare nulla con sé, nelle loro famiglie vi sono molti “disoccupati” che vivono in condizioni precarie dal punto di vista materiale.
I rifugiati provenienti dal Burundi che vivono nel territorio della parrocchia di Rango non ricevono un'assistenza adeguata e alcuni sono traumatizzati dalla perdita dei benefici di cui godevano nel loro Paese. Tutto ciò rende più fragile il tessuto sociale. Molti giovani non hanno i mezzi per studiare. Al momento, alcuni di loro seguono corsi presso il Centro di Formazione Professionale dei Salesiani di don Bosco di Rango.
Una guerra civile lontano dagli occhi del mondo
Thierry vuole parlare, scrive The Guardian, ma si blocca al ricordo dei colpi e delle coltellate accompagnati dalla voce di suo padre che implorava di aver salva la vita, prima che uomini dal volto coperto lo facessero a pezzi. Si richiude in se stesso, freddo e piccolo su un'umida panca di legno in Tanzania. L'inferno si trova a un paio di chilometri di distanza, al di là di un fiume, nel paese che fino a due ore fa era la sua patria.
“Il sangue scorre ovunque in Burundi, le cose stanno così”, racconta il giovane agricoltore, arrotolandosi i pantaloni e una manica della camicia per mostrare tagli e lividi. Ha chiesto di cambiare il suo nome per proteggere i famigliari che si trovano ancora in Burundi. Profugo all'età di 27 anni, è solo una delle tante vittime di una crisi che ha costretto più di 250 mila persone all'esilio e che adesso minaccia la fragile stabilità di una regione con un tetro passato di genocidi. I racconti di chi è fuggito sono pieni di torture, aggressioni, rapimenti e omicidi.
“Voglio dimenticare tutto del Burundi, anche i nostri nomi”, dice un altro giovane, crollato a terra davanti a un centro di registrazione per i profughi. Per metterla in salvo, ha trasportato dall'altra parte del fiume sua sorella di sedici anni, incinta in seguito a uno stupro. Si sono lasciati alle spalle la tomba di un'altra sorella, uccisa l'anno scorso da un proiettile sparato da un soldato.
Mentre in Burundi cresce la violenza e circolano voci insistenti sulle milizie dell'opposizione che si starebbero addestrando nei paesi vicini, i sopravvissuti avvertono che il governo, nel timore di perdere il potere, sta facendo ricorso alla stessa velenosa propaganda etnica che ha alimentato le guerre nel paese e il genocidio nel vicino Ruanda.
Eppure il mondo sembra non accorgersene. A quanto pare la comunità internazionale non percepisce l'urgenza di fermare l'implosione del Burundi e, secondo le organizzazioni umanitarie, ancora meno di fornire cibo e rifugio alle vittime.
L'urgente necessità di assistere questi giovani rifugiati richiede da parte di tutte le componenti della società un impegno concreto. È questo il motivo per cui la comunità salesiana si è mobilitata nella sua missione pastorale al servizio di questi rifugiati provenienti dal Burundi.
In questo momento i Salesiani di Rango bussano alla porta dei benefattori per cercare i mezzi necessari a coprire le spese per la scuola e altro materiale per questi giovani in difficoltà.
Il loro obiettivo è chiaro: aiutare i giovani rifugiati e i loro genitori a costruire una nuova società in cui siano in grado di provvedere a se stessi.
Accompagnare i rifugiati è un nuovo apostolato in cui i Salesiani di Rango si impegnano con costanza. Organizzano anche attività extrascolastiche, formative e ricreative per i bambini e i giovani rifugiati.

Non dimenticateci!

Alcune testimonianze di studenti poveri che frequentano il Centro di formazione professionale di Rango

Emmanuel Niyomugabo, allievo del primo anno del corso per saldatori

Mi chiamo Emmanuel Niyomugabo. Sono nato nel 1994 in una famiglia di cinque figli. Mio padre è morto quando avevo tre anni. La nostra famiglia era povera e io sono l'unico che abbia potuto frequentare la scuola e che sappia leggere e scrivere nella nostra lingua materna.
Purtroppo, quando frequentavo la prima media è mancata anche mia madre. Sono rimasto nella nostra casa con il mio fratellino, il più giovane della famiglia. Dopo la morte di mia madre, ho cominciato a sperimentare l'amarezza della vita. È stato l'inizio del mio calvario su questa terra. Il mio fratellino e io abbiamo cominciato ad andare a scuola senza aver mangiato.
Poiché non sono riuscito a trovare nessuno che potesse pagare le tasse scolastiche per me, ho abbandonato la scuola. Un anno dopo, un mio amico ha pregato i suoi genitori di ospitarmi a casa loro e ha ottenuto il loro assenso.
Mi sono iscritto al Centro professionale San Giovanni Bosco di Rango perché desidero imparare il mestiere che mi aiuterà a guadagnarmi da vivere.
La famiglia che mi ospitava mi ha messo alla porta.
La mia vita è di nuovo un calvario. Non ho più speranze di trovare le risorse necessarie per pagare le spese scolastiche. Sono disgustato da questo stile di vita, nonostante i consigli che mi vengono dati da alcune persone. I miei genitori sono morti e non c'è più nessuno che mi asciughi le lacrime. Un volatile vale più di me. Maledico il giorno in cui sono nato. Per me, la morte è meglio della vita.
Chiedo aiuto. Vorrei almeno terminare gli studi per cercare di provvedere alla mia vita.

Ishimwe Hyacentha, allieva del primo anno del corso di cucina

Mi chiamo Ishimwe Hyacentha e sono nata nel 1996, nel campo profughi dei rifugiati ruandesi, nella Repubblica Democratica del Congo. Da quando sono nata, non ho mai vissuto nella casa dei miei genitori. Sono la più giovane di quattro figli.
Nel 1994, nel corso del genocidio, i miei genitori avevano lasciato il Ruanda, il nostro Paese, per rifugiarsi nella Repubblica Democratica del Congo. I miei genitori e i miei fratelli vivevano nel campo profughi e là io sono nata nel 1996. Tre mesi dopo la mia nascita, scoppiò la guerra in Congo. I ribelli attaccarono il nostro campo profughi. Fu una disfatta. Così mia madre e mio padre furono separati contro la loro volontà. Mio padre fuggì portandomi in braccio. Dato che non sapeva dove andare con me fra le braccia, decise di tornare in Ruanda. La mia nonna materna, che era rimasta in Ruanda, mi accolse a casa sua e mio padre decise di sposare un'altra donna. L'esperienza con mio padre finì così. Non è mai venuto a trovarmi. Mia nonna faceva tutto il possibile per pagarmi le spese scolastiche e acquistare il materiale necessario per la scuola.
Nel 2008 mia madre, che credevamo fosse morta, tornò dal Congo. Aveva però avuto un altro figlio da un marito che non conoscevamo, un uomo che aveva incontrato in Congo. Quando arrivò nel nostro paese, scoprì che mio padre aveva venduto tutti i campi e anche la casa ed era andato a vivere in un'altra provincia dello Stato con la sua seconda moglie.
Adesso mia nonna è anziana e non ha più la forza di lavorare nei campi per pagarmi le spese scolastiche e provvedere alle mie necessità di base. Mia madre vive in Congo e nessuno ha notizie di lei. Mio padre vive con sua moglie e i loro cinque figli e non si occupa di me. Sono infelice su questa terra. Sono nata per soffrire. Per me la vita è una via crucis. Sono stata rifiutata dai miei genitori anche se sono innocente. Solo mia nonna mi vuole bene, ma non ha più forze. A stento ho da mangiare. Penso che lo studio sia l'unica via che possa aiutarmi a preparare un futuro. Frequento il primo anno presso il Centro di Formazione Professionale. Non ho alcuna speranza di portare a termine il corso biennale di formazione professionale perché non dispongo del denaro necessario a pagare le tasse scolastiche. Sono addolorata e scoraggiata.

James Nsengiyumva, allievo del primo corso di falegnameria

Mi chiamo James Nsengiyumva. Sono il primogenito di una famiglia di tre figli. Mio padre è morto di AIDS e mia madre è in carcere. Anche lei è affetta da AIDS ed è stata condannata a trent'anni di reclusione. È stata accusata ingiustamente da una persona che voleva impossessarsi della nostra casa.
La nostra vita è difficile, perché nostra zia non ha un lavoro.
Ho deciso di imparare un mestiere per prepararmi ad affrontare il futuro e per aiutare mia zia che ci ospita a casa sua. Purtroppo, mia zia non dispone dei mezzi necessari per pagare le mie spese scolastiche. Non sono certo di riuscire a portare a termine il corso biennale di formazione a causa della mancanza di risorse finanziarie.

Iragukunze Alice, allieva del primo anno del corso di cucina

Mi chiamo Iragukunze Alice e sono nata nel 1997. Da quando sono nata, non ho mai sperimentato la gioia della vita. La mia vita è sempre stata triste. Non ho conosciuto mio padre, non ho avuto l'opportunità di apprezzare l'amore paterno come gli altri bambini. Questo spiega la ferita che porto nel cuore.
Prima del genocidio del 1994 (in Ruanda), mia madre viveva con suo padre e sua madre, in una famiglia di 7 figli. Tutti i suoi famigliari sono stati uccisi nel genocidio. Solo lei è sopravvissuta.
Per consolarsi, mia madre ha sposato un altro uomo. Purtroppo il mio patrigno è alcolista e irresponsabile. Non vuole saperne di me. Spesso mi insulta chiamandomi bastarda e spazzatura. Ne sono addolorata e questo è il motivo della disperazione che vivo ora. Il mio patrigno mi ordina di andare da mio padre, il quale non mi accetta. Da chi dovrei andare? Sono tra l'incudine e il martello. Una volta intendevo togliermi la vita, per non essere più oggetto di scherno e di derisione, ma mia madre ha ostacolato questa intenzione.
Ora sto seguendo un corso di formazione professionale per prepararmi ad affrontare il futuro. Prego sempre di trovare una persona di buona volontà che possa aiutarmi a completare gli studi perché io possa farmi strada in questo mondo, perché vedo tutto buio. Gli studi sono la mia salvezza.

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