I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

MARTIRI OGGI

LINDA PERINO

Sia gloria a Marguerite, Anselma, Reginette, Judith e al nostro don Tom

Martiri della Misericordia

La loro ultima lettera: «Insieme viviamo, insieme moriamo con Gesù, Maria e la nostra Madre”.

Quattro sari bianchi bordati di azzurro sulle tormentate rive del Golfo di Aden. Quattro volti mansueti apparsi fugacemente su qualche sito cattolico, un accenno sui media internazionali, poi più niente, cancellati, eliminati dallo tsunami degli attentati, dagli sproloqui degli esperti, dai roboanti servizi sensazionali. Erano solo quattro suore, così piccole, così straordinariamente ordinarie che era quasi impossibile sapere il loro nome e la loro nazionalità. Marguerite, Reginette, Judith, Anselma. Due ruandesi, una keniota, un'indiana. E poi un prete indiano. Quasi un simbolo dell'universalità del cristianesimo e della sua vitalità. Formavano una comunità e don Tom Uzhunnalil faceva da cappellano nei momenti sacri, venendo dalla casa salesiana. Era l'unico sacerdote cattolico rimasto ad Aden.
Nessuno osava più venire o restare in questo paese poverissimo, insanguinato da una guerra tribale, religiosa e geopolitica che ha fatto più di diecimila morti e due milioni di profughi. Loro sapevano benissimo i rischi che correvano. Ma rifiutarono di lasciare Aden, perché significava lasciare i poveri, gli anziani, gli infermi, i bambini e i ragazzi che contavano solo su di loro. Fedeli a questa loro vocazione così sottostimata erano rimasti a servire anziani e disabili.

“Le Missionarie della Carità hanno deciso di rimanere qui fino alla morte. Se la mia missione è per loro, dovrò rimanere con loro”

Nello Yemen il cristianesimo è fuorilegge, ma Gesù è stato nuovamente (e realmente) crocifisso il 4 marzo, quando due assassini hanno fatto irruzione nel convento delle Missionarie della Carità. Le hanno ritrovate con il loro grembiule da lavoro, mentre si preparavano a servire la colazione ai ricoverati. Una pallottola nella testa. Si tenevano per mano. Una dozzina di volontari laici esanimi con loro. La superiora si trovava nella dispensa e non fu trovata. Don Tom avrebbe potuto fuggire, ma era corso nella cappella per evitare che le ostie consacrate fossero profanate dai terroristi. Un gesto forte, come quello che unisce il Giovedì santo al Venerdì santo. Di lui, fino ad oggi, non si sa più nulla. Aveva scritto alcuni mesi fa: “Le Missionarie della Carità hanno deciso di rimanere qui fino alla morte. Se la mia missione è per loro, dovrò rimanere con loro”.
Nell'ultima lettera inviata alle consorelle di Roma le suore hanno scritto così: «Ogni volta che i bombardamenti si fanno pesanti noi ci inginocchiamo davanti al Santissimo esposto, implorando Gesù misericordioso di proteggere noi e i nostri poveri e di concedere pace a questa nazione. Non ci stanchiamo di bussare al cuore di Dio confidando che ci sarà una fine a tutto questo. Mentre la guerra continua ci troviamo a calcolare quanto cibo potrà essere sufficiente. I bombardamenti continuano, le sparatorie sono da ogni parte e abbiamo farina solo per oggi. Come faremo a sfamare domani i nostri poveri? Con fiducia amorevole - scrivevano le suore - e abbandono totale, noi cinque corriamo verso la nostra casa d'accoglienza, anche quando il bombardamento è pesante. Ci rifugiamo a volte sotto gli alberi pensando che questa è la mano di Dio che ci protegge. E poi corriamo di nuovo velocemente per raggiungere i nostri poveri che ci attendono sereni. Sono molto anziani, alcuni non vedenti, altri con disabilità fisiche o mentali. Subito iniziamo il nostro lavoro pulendo, lavando, cucinando utilizzando gli ultimi sacchi di farina e le ultime bottiglie d'olio proprio come la storia del profeta Elia e della vedova. Dio non può mai essere da meno in generosità fino a quando rimaniamo con lui e i suoi poveri. Quando i bombardamenti sono pesanti ci nascondiamo sotto le scale, tutte e cinque sempre unite. Insieme viviamo, insieme moriamo con Gesù, Maria e la nostra Madre”.
Proprio la misericordia vissuta accanto agli ultimi in un paese poverissimo e scosso da decenni di tensioni politiche è la chiave della presenza nello Yemen delle Missionarie della Carità e dei sacerdoti salesiani. Fu proprio Madre Teresa - quando nel 1973 accolse l'invito delle autorità dell'allora governo dello Yemen del nord ad aprire una casa per i disabili nel paese - a insistere perché con le sue suore potessero essere presenti anche dei sacerdoti. Un desiderio realizzatosi grazie alla provincia salesiana dell'India, presente con i propri missionari nello Yemen da 29 anni: padre Uzhunnalil è uno dei cinque preti tuttora nel Paese, al servizio di una piccolissima comunità cristiana formata totalmente da immigrati provenienti dall'Asia e dall'Africa (anche cinque dei lavoratori uccisi nella strage erano etiopi). Il sacerdote di cui non si hanno più notizie ha 57 anni ed è originario di Ramapuram, nel Kerala; è missionario nello Yemen dal 2012.

“Papa Francesco:
«L'uccisione delle quattro Missionarie della Carità nello Yemen svegli le coscienze, guidi a un cambiamento dei cuori e ispiri tutte le parti a deporre le armi e a intraprendere un cammino di dialogo»”