I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Dagli emigrati italiani e dai collegiali argentini... agli indios della Patagonia

Un autentico cambio di prospettiva

Don Bosco attendeva un segno dall'alto per avviare l'azione missionaria. Il segno gli venne, dopo l'approvazione definitiva delle Costituzioni (aprile 1874), con un provvidenziale contatto estivo con il console argentino in Savona, Giovanni Battista Gazzolo. Suo tramite gli pervenne la richiesta sia di provvedere preti per la Chiesa della misericordia in Buenos Aires da parte del Vicario generale monsignor M.A. Espinosa, sia di gestire un erigendo collegio a San Nicolás de los Arroyos (Buenos Aires) da parte di una Commissione di laici e di un parroco di origine italiana.
Don Bosco accettò immediatamente. Sapeva bene che in America Latina era in corso una forte evangelizzazione attraverso i religiosi. Inoltre si sarebbe trattato di lavorare fra italiani, in un ambiente culturalmente vicino a quello italiano e con una lingua facile da apprendere. Quanto all'attività, se la società salesiana - che all'epoca comprendeva il ramo femminile delle Figlie di Maria Ausiliatrice - aveva come suo primo obiettivo la cura della gioventù povera (con catechismi, scuole, collegi, ospizi, oratori festivi), non escludeva però di estendere i suoi servizi a ogni tipo di sacro ministero. Dunque in quel fine 1874 don Bosco non offriva all'Argentina altro di quello che già si faceva in Italia.

Una svolta importante
Le cose cambiarono nel volgere di pochissimi mesi. La sera del 29 gennaio 1875 - festa di san Francesco di Sales (!) - don Bosco da un palco eretto nella sala di studio tenne un solenne discorso a tutta la comunità salesiana di Valdocco, ragazzi compresi. Aveva al suo fianco in pittoresca uniforme, il console Gazzolo. Annunciò che erano state formalmente accolte le due suddette domande in Argentina alla sola condizione che tali “Missioni in sud America” (cosa che in questi termini invero nessuno aveva offerto) ricevessero l'approvazione papale. Don Bosco con un colpo da maestro presentava così a Salesiani e giovani un entusiasmante “progetto missionario”.
A Valdocco l'ardore missionario si impadronì di tutti, e tutti intuirono che una nuova storia stava per incominciare. Don Bosco avviò immediatamente una febbrile preparazione della spedizione oltreoceano, prevedibile per ottobre. Il 5 febbraio con una circolare invitò i salesiani ad offrirsi liberamente per tali missioni, dove, a parte alcune aree civilizzate, essi avrebbero esercitato il loro ministero fra “popoli selvaggi sparsi in immensi territori”. Se anche aveva individuato nella Patagonia la terra del suo sogno missionario di qualche anno prima - dove selvaggi crudeli di zone sconosciute uccidevano missionari ed invece accoglievano benevolmente quelli salesiani - tale piano di evangelizzazione di “selvaggi” ancora una volta andava ben oltre le richieste pervenute ed accolte dall'America. Di certo non ne era consapevole, almeno in quel momento, l'arcivescovo di Buenos Aires, monsignor Léon F. Aneyros.
In estate i salesiani prescelti si trasferirono in Liguria per imparare un po' di spagnolo con il console Gazzolo. Il 31 agosto don Bosco comunicò al cardinale prefetto di Propaganda Fide di avere accettato la gestione del collegio di S. Nicolás de los Arroyos come “base per le missioni”. Pertanto aveva bisogno di facoltà spirituali e di quei contributi economici solitamente concessi in tali casi. Ebbe le prime, ma non i secondi, perché l'Argentina non dipendeva dalla Congregazione di Propaganda Fide, in quanto con un arcivescovo e quattro vescovi residenziali non era “terra di missione”. Evidentemente le decine di migliaia di indios sparsi negli sconosciutissimi due terzi del Paese non esistevano! Pazienza, avrà pensato don Bosco. Avrebbe fatto diretto appello ai soliti generosi benefattori.

Una svolta ribadita
Nella cerimonia di addio ai dieci missionari - tenutasi l'11 novembre 1875 nella chiesa di Maria Ausiliatrice - don Bosco si soffermò sulla missione universale di salvezza data dal Signore agli apostoli e dunque alla Chiesa. Parlò della carenza di sacerdoti in Argentina, delle famiglie di emigranti e soprattutto del lavoro missionario fra le “grandi orde di selvaggi” della Pampa e nella Patagonia: regioni “che circondano la parte civilizzata”, dove “non penetrò ancora né la religione di Gesù Cristo, né la civiltà, né il commercio, dove piede europeo non poté finora lasciare alcun vestigio”. Stranamente non fece però alcun accenno diretto alle due sedi di lavoro concordate con l'altra sponda dell'Atlantico.
Lavoro per gli emigrati - e in prospettiva per radicare i salesiani nel nuovo paese - e poi plantatio ecclesiae nella Patagonia: ecco il duplice obiettivo che don Bosco assegnava al manipolo di missionari (sei sacerdoti, quattro coadiutori) che quell'11 novembre, dopo la solenne cerimonia di addio, abbracciò ad uno ad uno ai piedi del quadro di Maria Ausiliatrice. Li accompagnò poi fin sulla soglia della chiesa fra due ali di salesiani, di giovani, di amici commossi fino alle lacrime. Anche la piazza antistante era gremita di popolo e di carrozze per il corteo.
I missionari andavano, via mare, a Buenos Aires, “quasi alla fine del mondo”. Da là, dopo cinque anni, alcuni di loro sarebbero partiti per la sospirata Patagonia, dove avrebbero vissuto un'epopea. Ma sempre da là, 138 anni dopo, un figlio di piemontesi come loro, addirittura un “loro” allievo, Francesco Bergoglio, sarebbe stato chiamato in Italia, al soglio di Pietro. Quel “piccolo granellino di miglio o di senapa”, come ebbe a dire don Bosco in quel lontano 1875, aveva fruttificato e “prodotto un gran bene”.