I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

B. F.

Don Janez Jelen
«Siamo il cuore di don Bosco in Serbia»

Don Rua ha detto ai primi salesiani sloveni a Ljubljana: «Voi non dovete andare nelle missioni estere, voi avete le missioni nei Balcani!»

Puoi autopresentarti?
Io sono nato in Slovenia, nel comune di Velenje, una città mineraria in cui i comunisti non hanno consentito fino ad oggi di costruire una nuova chiesa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i partigiani di Tito hanno ucciso un gran numero dei loro avversari ideologici; tra loro anche alcuni salesiani molto giovani. Tra gli assassinati ci fu anche mio zio France Brenčič, fratello di mia madre. Come tanti altri cristiani, è stato ucciso senza alcun processo, in una foiba (una grotta carsica).
La mia mamma da giovane scriveva e pubblicava poesie. Mio padre, che aveva un vivaio di piante, comprò un libretto di poesie, “Canto della valle silenziosa”. Gli piacquero molto le poesie e anche la poetessa. Così la sposò. Dal loro amore nacquero nove bambini. Secondo i medici, il primo bambino non avrebbe dovuto nascere, ma i miei genitori non si arresero, fidandosi totalmente della divina provvidenza. Mia sorella nacque sana e fu gioia e sostegno dei genitori. È interessante che il mio fratello maggiore si chiami Antonio, il minore Giuseppe e io Giovanni, proprio come nella famiglia di don Bosco.
Com'è nata la tua vocazione salesiana?
Mio padre coltivava piante da frutto. Quando i nazisti occuparono la nostra regione, mio padre forniva loro frutta e verdura di giorno e di notte la forniva ai partigiani. Una volta arrivarono insieme, ma mia madre riuscì a convincere i tedeschi a ritirarsi senza sparare perché c'era un bambino in casa. Ero io, nato il 25 luglio 1944. I miei genitori e mia sorella maggiore furono deportati, ma si salvarono grazie all'intervento di un soldato cattolico austriaco. Sotto il comunismo, mio padre si rifiutò di iscriversi al partito, cosicché dovemmo sempre pagare tasse molto più elevate.
Ma, grazie alla Provvidenza, non ci mancò mai nulla. Fui iscritto nel Liceo dei Salesiani a Križevci in Croazia (64 km nord-est di Zagabria). La scuola era gratuita, ma quando capii che era un aspirantato decisi di tornare a casa. Durante le vacanze invernali feci gli Esercizi Spirituali, guidati da due bravissimi salesiani. Sperimentai la vicinanza di Dio, una pace e una gioia speciali. In quel momento nacque la mia vocazione. Anche mia sorella Ivanka, nata nel 1958, decise di farsi suora. Penso che le nostre vocazioni siano il frutto della vita cristiana esemplare dei genitori, ma anche dell'intercessione degli innumerevoli martiri sloveni sotto il comunismo.
Perché ti trovi in Serbia?
Ho ricevuto l'ordinazione sacerdotale nel 1972 a Celje. In quell'anno in Slovenia furono ordinati 61 sacerdoti novelli. Fui mandato poi a Cerknica come cappellano, dove provai la gioia di lavorare come catechista dei bambini. Nel centenario delle Missioni Salesiane, ho chiesto di partire come missionario, ma i superiori mi hanno mandato in Serbia dicendo: «Don Rua ha detto ai primi salesiani sloveni a Ljubljana: “Voi non dovete andare nelle missioni estere, voi avete le missioni nei Balcani!”». Nel 1975 sono arrivato a Belgrado, allora capitale della Jugoslavia. L'Ispettoria jugoslava nel 1970 è stata divisa. Alla Slovenia sono rimaste le case della Serbia, il Kosovo, la Vojvodina e il Montenegro (Titograd, adesso Podgorica). Esiste però una grande differenza tra il lavoro veramente missionario e questo in diaspora. Questo in diaspora, per certi motivi, è il lavoro più difficile e più pericoloso, perché i pagani accettano i missionari, ma qui i fedeli cattolici sono dispersi, in una maggioranza ortodossa o islamica, e sono pieni di indifferenza. Tuttavia questo lavoro mi è molto piaciuto: visitare le famiglie e benedirle, confessare gli ammalati, giocare con i giovani. In seguito i superiori mi hanno trasferito a Mužlja, nel 1984. Qui i salesiani operano nelle parrocchie con la minoranza ungherese e altri piccoli gruppi etnici. La lingua ungherese è molto difficile: inoltre la dittatura antireligiosa comunista ha provocato difficoltà e ostacoli.
Qual è la situazione della Chiesa in Serbia?
La posizione della Chiesa in Serbia è relativamente buona. Dopo la caduta di Milošević è arrivata una sorta di democrazia. Ora si sono aperte nuove possibilità e abbiamo fondato i Vojvodina Scouts e il collegio per i ragazzi Emaus a Mužlja. Dal 2000 abbiamo anche l'educazione religiosa nelle scuole elementari e medie. Il vero problema è la povertà.
La disoccupazione costringe molti ad emigrare. Il nostro arcivescovo salesiano di Belgrado, il mio compagno di classe monsignor Stanislav Hočevar, crea un clima di fiducia, cooperazione ed ecumenismo. Ma i credenti sono ogni giorno di meno, perché lasciano la Serbia. Purtroppo vogliono eliminare la religione dalle scuole superiori, mentre l'educazione religiosa nelle scuole è molto utile per i giovani, perché porta cultura, socialità e democrazia.
Che cosa significa la presenza salesiana?
La presenza salesiana significa molto per la gente di qui. Le persone sono molto affezionate ai salesiani e al loro modo di impartire l'istruzione, così stiamo cercando di realizzare il Sistema Preventivo di don Bosco, che è il miglior sistema educativo nel mondo moderno. È stato attuato in lezioni di religione, scout e nell'internato, guidato dai salesiani di Mužlja. Ognuno di noi ha ricevuto la personale riconoscenza da parte del Comune di Mužlja: Stojan Kalapiš per il lavoro con i giovani dell'internato, Stanko Tratnjek, il parroco, per i buoni rapporti tra la Chiesa e l'autorità civile, Zoltán Varga per gli scouts e Janez Jelen per la cura degli ammalati a casa e negli ospedali.
Come sono i giovani serbi?
I giovani serbi e ungheresi sono simili a tutti gli altri giovani nel mondo. Sognano la pace, hanno voglia di stare insieme, pensano all'amore. La realtà è purtroppo molto dura, perciò manca una speranza di futuro qui, in Vojvodina o Serbia, perché manca la possibilità di lavorare in patria. Quasi tutti vogliono andare in futuro all'estero, soprattutto in Ungheria e in Germania.
La mia impressione è che questa gioventù non abbia generalmente una religiosità di lunga durata o profonda, ma solo temporanea. La stessa cosa succede con la vocazione: non si vogliono impegnare per tutta la vita (nel matrimonio o nella vita religiosa). Per la scelta della vita religiosa spesso manca il supporto di genitori, di parenti e di altri adulti. Il dopo Cresima vede un grande declino o l'abbandono della frequenza della chiesa. Resiste in verità un piccolo “resto”, raccolto in vari movimenti, che è la forza costante nella vita parrocchiale. Qui ci sono i cooperatori salesiani, i gruppi di sposi, il gruppo biblico, gli animatori di oratori, i vecchi, il gruppo di preghiera MeÄ‘ugorje ecc. Qui da noi c'è un gruppo di scout, gli animatori per l'oratorio estivo, i giovani del coro vocale-strumentale don Bosco, che canta ogni domenica alla santa Messa.
I giovani partecipano volentieri ai pellegrinaggi, agli incontri di gioventù a Taizé, agli incontri internazionali o europei con il Papa. Per quanto riguarda le vocazioni è un periodo difficile, sebbene noi salesiani abbiamo alcune buone vocazioni.
Quali sono le caratteristiche della vostra opera?
Qui noi abbiamo due parrocchie: Mužlja e Belo Blato. Credo che la parrocchia sia un buon campo per una pastorale globale e anche giovanile. Questo lavoro ci insegna il rispetto per persone diverse e anche per l'integrazione di diverse generazioni e caratteri nella comunità. Ai nuovi salesiani piace lavorare con i giovani. La mia occupazione primaria è la preoccupazione per gli ammalati. Fin dall'inizio della mia vita sacerdotale, ho dedicato una particolare attenzione agli infermi, perché questi rappresentano il gruppo più a rischio. Si ammalano anche i giovani e con loro ci vogliono gran tenerezza, allegria e pazienza. Io sono anche confessore in un internato, nel quale lavoriamo bene insieme: un confratello è direttore del convitto per ragazzi, un altro è il parroco, un confratello ha la cura degli scout, non solo a Mužlja, ma in tutta la Vojvodina. Ognuno ha un proprio campo, lavoriamo però come una comunità per lo stesso scopo, come aveva detto don Bosco: “Da mihi animas - caetera tolle!”.
Quali sono i tuoi sogni per il futuro?
Mi rendo conto che la morte è forse vicina, ma mi piacerebbe ancora vivere: per visitare i poveri e gli ammalati, e finire alcuni dei bei progetti: leggere e scrivere sulla Storia dei Papi; contattare i giovani e salvarli dai pericoli dell'anima e del corpo. Vorrei suscitare almeno una vocazione salesiana e sacerdotale. Vorrei vivere per vedere la beatificazione di almeno un salesiano sloveno, per esempio, il grande missionario Andrej Majcen, che ha fondato la vita salesiana in Cina e ancora di più in Vietnam. È stato espulso da entrambi i paesi. Lo conoscevo di persona. Nella casa di Ljubljana fu un buon confessore “usque ad mortem”. Infine, vorrei lasciare nella pace con Dio questo mondo e incontrare tutte quelle anime che il mio apostolato e la grazia di Dio hanno salvato e aiutato ad arrivare nella patria celeste.