I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

Ora è la Nigeria la mia patria

Don Vincenzo Marrone: dall'oratorio di Valdocco a Koko

La Nigeria è il paese africano più popoloso, con una popolazione stimata di circa 178 milioni di persone, ricca di materie prime, vive però il problema della disoccupazione, delle migrazioni e dei conflitti religiosi. I Salesiani di don Bosco sono presenti in Nigeria dal 1982 e operano attualmente in otto località del Paese con scuole, centri di formazione professionale, parrocchie ed oratori.

Com'è cominciata la tua storia?
Sono di Novello, stupendo paese delle Langhe cuneesi; sono stato ordinato nel 1967 e, dopo aver conseguito la licenza in Teologia, ho ricevuto l'incarico di delegato di Pastorale giovanile, a Torino Valdocco; un incarico che non aveva ancora una fisionomia precisa. Era l'anno 1968, l'anno delle contestazioni giovanile in Italia e in Europa, con manifestazioni, contestazioni in campo giovanile e grande volontà di trovare vie nuove nella società e tra i giovani. Ho avuto la fortuna, come giovane prete, di trovarmi accanto a salesiani, redattori o scrittori di riviste giovanili, studiosi del fenomeno giovanile, impegnati a organizzare incontri per giovani e salesiani; eravamo un gruppo di amici salesiani, che attorno alle riviste Note di Pastorale Giovanile, Dimensioni Nuove, Catechesi si scambiavano riflessioni ed esperienze in campi scuola per gli oratori, nei campi di lavoro dell'Operazione Mato Grosso o in giornate di studio della Pastorale Giovanile.
E così mi sono trovato a lavorare accanto a don Gigi Ricchiardi, mio parroco a Maria Ausiliatrice, e a don Franco Delpiano incaricato dei giovani nel centro giovanile di Valdocco e sempre più impegnato a seguire i gruppi dell'Operazione Mato Grosso in Italia e in Brasile. Nel 1972 don Franco morì, a 42 anni, di leucemia. Mi trovai incaricato dei giovani del Centro giovanile di Valdocco. La contestazione giovanile del '68 aveva colpito anche i giovani del Centro Giovanile Valdocco; invitai i giovani dell'Operazione Mato Grosso a unirsi a quelli di Valdocco per rilanciare il Centro e le sue attività il quartiere di Valdocco era la nostra missione.

Come nacque in te il “sogno africano”?
Nel 1980 la Congregazione Salesiana aveva lanciato il “Progetto Africa” affidando ad una o due Ispettorie Salesiane una nazione africana; era una forma di gemellaggio che si realizzava inviando confratelli volontari e aiuti a questa ispettoria sorella; alla Ispettoria di Torino era affidata la Nigeria.
Nel 1982 era stato nominato nuovo Ispettore del Piemonte don Luigi Testa; con tre giovani di Valdocco siamo andati a dare il benvenuto e fare gli auguri al nuovo Ispettore, allora direttore a Lombriasco. Durante la conversazione chiesi a don Testa se avesse già delle richieste per la nuova missione Nigeria; mi rispose: “non ancora” e io aggiunsi d'istinto: “se hai bisogno conta su di me!” Tre mesi dopo mi invitava ad andare in Irlanda per studiare l'inglese e prepararmi alla partenza in Nigeria. Ai giovani presenti, sorpresi, e a tanti altri amici nei mesi seguenti dovetti spiegare il perché di quella scelta. In realtà non era una mia scelta, ma un mettermi disponibile a Dio e alla Congregazione. A Valdocco ho vissuto per 14 bellissimi anni, con difficoltà ma con molte soddisfazioni; avevo in Valdocco molti amici ed ero molto soddisfatto di quello che facevo. Ma il mondo è più vasto di Valdocco ed ero ancora abbastanza giovane per offrire me stesso a nuove sfide e nuovi orizzonti.

La prima tappa è stata Akure
Il 5 novembre 1982, con un confratello, Riccardo Castellino, sono atterrato a Lagos, allora capitale della Nigeria.
Per tre mesi siamo stati ospiti del Vescovo, imparando la lingua locale e celebrando alla domenica nella cappella del seminario; il 31 gennaio 1983 il vescovo istituì una nuova parrocchia che affidò a noi; venendo da Valdocco fu immediato per noi scegliere il nome: parrocchia Maria Ausiliatrice, che diventerà anche Santuario e meta di pellegrinaggi.
Accanto alla Chiesa Santuario, negli anni, sono sorti il Centro giovanile, i laboratori e una scuola tecnica, una tipografia, una clinica per assistenza sanitaria e consulenza per i malati di AIDS; ogni mese si contano circa 1500 casi di persone che consultano il Centro.

Come sono nati i Bosco Boys?
Nell'anno 2000, dopo un “anno sabbatico” per aggiornamento spirituale e apostolico, trascorso a Gerusalemme, Roma e Moshi in Tanzania sono stato mandato a Ibadan a completare la costruzione e dare inizio al PostNoviziato; i postnovizi sono giovani salesiani, ancora in formazione, mentre completano gli studi fanno la prima esperienza pastorale nei fine settimana.
Ibadan è la città più grande e più estesa della Nigeria e in essa facilmente si rifugiano tutti i ragazzi che sfuggono dalle loro famiglie e scappano dai loro villaggi, per diverse ragioni e finiscono a vivere sotto i ponti, tra mucchi di cartone; fanno i portatori nei mercati e facilmente alle mercè di bande della malavita. Ai giovani salesiani abbiamo proposto di incontrare settimanalmente questi ragazzi, e come don Bosco, farseli amici, giocando con loro, sentendo le loro difficoltà, scoprendo il loro passato per aiutarli nell'affrontare il futuro. Ogni mese li radunano nel Centro Giovanile e trascorrono insieme una giornata di festa, di amicizia, con un buon pasto, qualche vestito, creando amicizia e solidarietà tra di loro. Ad Ibadan si sta costruendo una piccola casa (20/25 posti) di accoglienza per i più piccoli, per momenti di malattia e per incontrarsi con persone che possono aiutarli a ritornare in famiglia a progettare il futuro. Ad Ibadan la gente li chiama “Bosco Boys” e sono proprio i ragazzi a cui don Bosco manda i suoi salesiani; con questi ragazzi i giovani salesiani imparano ad amare i ragazzi poveri ed abbandonati secondo lo stile di don Bosco.

Come ti sei incontrato con i ragazzi musulmani?
Nel 2008 riparto per una nuova destinazione: Abuja. Da anni il Cardinale di Abuja, dal 1991 nuova capitale della Nigeria, richiedeva la presenza dei Salesiani di don Bosco in quella città in continua espansione a spese dei tanti piccoli villaggi che la circondano; i contadini che abitano i villaggi sono costretti ad abbandonare le loro terre per lasciare spazio ai grandi palazzi che avanzano; in queste periferie il Cardinale chiede la presenza dei salesiani.
Per ora il Cardinale ci ha affidato una parrocchia; con il suo aiuto siamo riusciti a comperare il terreno per costruire l'opera salesiana, che prevede scuole tecniche e un Centro Giovanile.
Abuja è al centro della Nigeria; il sogno dei Salesiani in Nigeria è sempre stato quello di raggiungere anche i ragazzi del Nord, principalmente musulmani; don Bosco ama tutti i giovani, al di là della razza, tribù, religione. E l'opportunità è venuta con una proposta del vescovo di Kontagora. Con un lungo viaggio di 10 ore raggiungiamo Koko nello stato di Bininkebi, in pieno mondo hausa-musulmano.

Com'è andata la prima messa in territorio musulmano?
Prima della messa abbiamo fatto visita all'Emiro: massima autorità musulmana del posto. È un uomo che conosce il suo popolo, contento di collaborare con la Chiesa Cattolica, che stima. Koko è un grande villaggio, per la maggior parte fatto di case di terracotta coperte da frasche e un nugulo di bambini che sbucano da ogni parte. Poi messa in una chiesa non ancora finita; piena, strapiena, anche se non ti so dire quanti per curiosità (non hanno niente da fare tutto il giorno e sono curiosi) e quanti perché credenti. Ma è stata una bella funzione, ben preparata, ben cantata, con la gioiosa partecipazione della gente con i loro battimani e i loro urli di consenso. Nella messa il vescovo ha consegnato ai tre salesiani (due preti e un chierico, tutti miei exallievi) la cura della quasi-parrocchia. Durante la messa, nelle mie riflessioni, mi sono ripetuto più di una volta “avessi meno anni!”. Mi hanno colpito la povertà, la semplicità di questa gente. Ma questo è il mio presente lavoro: consegnare il campo ai miei allievi. I 3 sono parte della mia comunità di Abuja, e di tanto in tanto dovrò andare a trovarli, ma grazie a Dio i telefoni funzionano anche là. Non ancora internet.
Ho letto quella giornata come una conclusione di un ciclo della mia vita; ho riconfermato la mia vocazione missionaria, ma se dovessi ricominciare chiederei proprio di cominciare da Koko.