I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Dove l'amore si fa nido

Costretti ad un perenne nomadismo per inseguire i propri sogni e migliori prospettive lavorative, i giovani adulti del terzo millennio sperimentano, invece, sempre più frequentemente la precarietà abitativa.

Nido, rifugio, dimora accogliente: la casa rappresenta per ognuno il primo riferimento esistenziale, lo spazio in cui si sperimentano l'amore e il calore della famiglia e in cui si impara il linguaggio della reciprocità (o almeno così dovrebbe essere), un ambiente familiare da cui muovere alla scoperta del mondo e dove fare ritorno al termine di ogni viaggio.
Dimensione umana ed affettiva prima ancora che luogo fisico, la casa è sinonimo di radicamento, appartenenza, identità. Allo spazio domestico sono associati i primi ricordi, le prime esperienze di vita, le prime trame di relazioni ed è nell'intimità della casa che, anche una volta cresciuti, si trova ristoro e sollievo dalle difficoltà quotidiane e dalla frenesia della realtà esterna.
Forse è per questo che il passaggio verso l'adultità, solitamente segnato dal distacco dall'ambiente familiare, è quasi sempre accompagnato dalla ricerca di un nuovo spazio in cui “sentirsi a casa”. All'urgenza esistenziale di “uscire dal guscio”, di acquisire autonomia per avventurarsi da soli per le strade del mondo, spesso subentra o si affianca il bisogno di “mettere radici”, il desiderio di circoscrivere una propria dimensione in cui ritrovarsi con le persone amate per assaporare il calore della vita domestica.
Costretti ad un perenne nomadismo che li catapulta da un estremo all'altro della Terra per inseguire i propri sogni, migliori prospettive lavorative, una maggiore stabilità affettiva o professionale, i giovani adulti del terzo millennio sperimentano, invece, sempre più di frequente una precarietà abitativa fatta di scatoloni, continui traslochi, sistemazioni provvisorie, valigie mai disfatte completamente. E in questo loro peregrinare maturano l'esigenza di identificare un luogo cui dare il nome di “casa”, la nostalgia di un'intimità domestica come unico antidoto possibile contro l'incertezza e lo sradicamento.
Non importa che si tratti di una casa ampia e spaziosa o di un monolocale: ciò che conta è l'appropriazione dello spazio e la qualità del tempo trascorso tra le mura domestiche. Non basta, infatti, “metter su casa” in un determinato luogo. L'impresa più ardua, come ha scritto qualcuno, è «costruire una “casa del cuore”. Un posto non soltanto per dormire, ma anche per sognare. Un posto dove crescere una famiglia con amore; un posto non semplicemente dove far passare il tempo, ma dove provare gioia per il resto della vita».
È nell'ambiente domestico, infatti, che l'anima si ricarica e recupera energie per sfidare il mondo, che gli smarrimenti del cuore trovano finalmente ristoro: là dove l'amore si fa nido, dove la presenza dell'altro è sollievo e non stress faticoso da affrontare, dove le difficoltà passano in secondo piano rispetto alla felicità di ritrovarsi.
Ciò non significa che le mura domestiche debbano divenire una fortezza impenetrabile dalla quale tagliare fuori tutto ciò che c'è all'esterno. Affinché la casa non diventi uno spazio angusto e soffocante, è essenziale coltivare la dimensione dell'accoglienza e dell'ospitalità, cercando di non sprangare porte e finestre e di lasciarle, invece, aperte sul mondo. Se è vero, infatti, che l'ambiente domestico è specchio dell'interiorità di chi vi abita, bisogna aver cura non solo di renderlo accogliente e confortevole, ma anche di esaltarne la permeabilità, così da trovare una giusta mediazione tra radicamento e apertura verso l'esterno, tra il bisogno insopprimibile di intimità e raccoglimento e la capacità di guardare il mondo con simpatia e di fargli posto nella propria vita.

La chiamano realtà
questo caos legale
di dubbie opportunità,
questa specie di libertà,
grande cattedrale,
ma che non vale un monolocale,
un monolocale...
La chiamano realtà,
senza testimone
e di dubbia moralità,
questa specie di libertà
che non sa volare, volare, volare, volare...
Come sarebbe bello potersi dire
che noi ci amiamo tanto,
ma tanto da morire
e che, qualunque cosa accada,
noi ci vediamo a casa.
Come sarebbe bello potersi dire
non vedo l'ora di vederti amore,
con una scusa o una sorpresa,
fai presto e ci vediamo a casa...

(Dolcenera, Ci vediamo a casa, 2012)