I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Salesiani e prima guerra mondiale

Un modo alternativo ma indispensabile di servire la patria in armi

Vista la grande presenza dei salesiani italiani in uniforme, ci si può chiedere quale sia stata la loro posizione nell'ampio ventaglio dei giudizi politici in ambito cattolico: da quelle patriottiche, nazionalistiche, a quelle lealiste nei confronti del governo, a quelle di accettazione della guerra come castigo di Dio, fino a quelle rare, di neutralismo.
Punto di partenza per loro fu il principio di saggezza che don Bosco aveva lasciato: quello di “non fare politica” (attiva, partitica). Nel 1914-1918 tale principio si declinò immediatamente con il ripetuto invito rivolto loro dai superiori di evitare, nelle conversazioni delle comunità spesso internazionali “qualsiasi apprezzamento che in qualunque modo possa contristare qualcuno dei nostri confratelli e turbare quell'intima unione che deve starci sommamente a cuore”. Ma tutto ciò, tenuto presente il clima di sospetto che circondava chi si mostrava tiepido verso l'intervento, evidentemente non poteva bastare al di là delle mura salesiane.
Allora i salesiani, evitando di farsi troppe domande sulla “guerra giusta” o meno e sulla legittimità di un patriottismo che sfociasse in un nazionalismo bellico, assunsero una loro particolare posizione: politicamente più defilata, ma socialmente non meno impegnativa.
Anzitutto nel clima generale di consenso patriottico alla guerra, nella sua prima lettera circolare ai salesiani in armi, nel marzo 1916, il rettor Maggiore don Albera, dopo aver elogiato quanti di loro fin allora avevano dato “alla patria terrena” le migliori energie intellettuali e morali con le loro “sante e pacifiche battaglie dell'insegnamento delle scienze e delle arti”, si complimentò con quelli che nella difficile ora presente rispondevano “con la consueta ilarità e disposizione ad ogni sacrificio” alla stessa patria che domandava loro anche le energie fisiche.
Era una presa d'atto di una situazione, ma non ancora una presa di posizione politica sulla guerra in corso, come invece fu quella pochi mesi dopo di don Francesco Cerruti, Consigliere per gli studi e membro influente e intellettualmente ben preparato del Consiglio Superiore Salesiano. In una circolare ad ispettori e direttori scrisse testualmente:
“Noi non ci rifiutiamo, né ci rifiuteremo mai ad alcun possibile sacrifizio per la nostra diletta Italia; no mai. Cattolici ed Italiani, i figli di don Bosco uniscono insieme l'amore alla religione cattolica e l'amore alla patria, il culto della fede e lo slancio del patriottismo, il quale però nel concetto cristiano non precede, ma segue il Cristianesimo, di cui è naturale svolgimento, giacché la carità cristiana è per sua natura ordinata; cristiani e patrioti, non già patrioti e cristiani. Ma alla patria si serve in tanti modi; noi la serviamo in modo particolare con l'educazione della gioventù, specialmente di quella che nell'ora presente richiede le maggiori cure ed i maggiori aiuti; ciò che costituisce lo scopo nostro particolare. Chiusi i nostri istituti, dove andrebbero a finire le migliaia di figli del popolo che frequentano i nostri oratori o ricreatori festivi e quotidiani e le nostre scuole serali e festive? Dove gli orfani e semiorfani pe' terremoti, calabro-siculo ed abruzzese e per tante altre ignorate miserie che i salesiani di don Bosco tuttora accolgono e mantengono nelle loro case? Dove i figli di tante povere famiglie che hanno il padre, o chi loro fa da padre sotto le armi; reclamanti anch'essi, non meno de' primi, carità materiale, morale, educativa? [...] Lavorando dunque perché i nostri istituti educativo-scolastici continuino ad essere aperti [...] rendiamo ancora un segnalato servizio al Governo, alla patria”.
In tal modo, difendendo il proprio carisma educativo, i salesiani non si estraniavano affatto dalle vicende del proprio Paese, come del resto aveva fatto don Bosco ai suoi tempi, ma davano un loro specifico ed insostituibile apporto al bene comune.
In molti comunque, come abbiamo visto, dovettero vestire l'uniforme, perché se essi non contrapponevano il loro essere nello stesso tempo religiosi e cittadini, cristiani e patrioti, pur privilegiando il primo, era stata la stessa Chiesa dell'epoca a sposare fra il 1914-1915 le posizioni patriottiche, a chiedere lealtà dei cattolici alle autorità di governo, favorevoli che fossero alle sue scelte o semplicemente accettando il fatto compiuto.
I mesi precedenti l'entrata in guerra dell'Italia
Nel 1916 era previsto il XII Capitolo Generale dei salesiani, cui dovevano partecipare ispettori e delegati di tutto il mondo. Don Albera chiese ed ottenne dalla Santa Sede di anticiparlo, onde farlo coincidere con la celebrazione di due importanti centenari: quello dell'istituzione della festa di Maria Ausiliatrice e quello della nascita di don Bosco, che cadevano entrambi nel 1915. Solo che lo scoppio della guerra il 28 luglio 1914 fece saltare i piani (anche se l'Italia rimase neutrale fino al maggio seguente).
Le conseguenze furono immediate: Capitolo Generale sospeso e alcune decine di salesiani mobilitati in vari paesi. In novembre il Consigliere generale don Piscetta, incaricato dei confratelli sotto le armi, invitò i direttori delle case salesiane in zona di guerra ad accoglierli fraternamente nei momenti di libera uscita, nei periodi di licenza, ad accettarli alla mensa comune, a vigilare paternamente su di loro. Intanto pensava a redigere un Regolamento specifico per loro.
Nelle singole case poi si assistette con dolore al calo degli allievi, alla diminuzione degli educatori per la chiamata alle armi e all'urgenza di accogliere i terremotati dell'Abruzzo e del Casertano (13 gennaio). Intanto pure i Cooperatori venivano messi nell'impossibilità di aiutare economicamente le opere salesiane, specialmente missionarie.
Ma venne il 24 maggio 1915, allorché l'Italia entrò in guerra.

[continua]