I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA MIA AFRICA

SUOR MARIA PIA

Cronaca di Moukondo

Le prime toccanti impressioni di una suora che inizia la sua missione in un villaggio del Congo Brazzaville.

Moukondo, 11 maggio 2016.
Fuori tira un piacevole venticello, mi dicono che sta arrivando la stagione secca e il caldo smetterà di essere così caldo. È già un bel regalo a Moukondo!
Sono andata all'orfanatrofio di Mamma Celeste. Un grappolo di bambini, da 1 a 3 anni in un fazzoletto di cortile! Sono corsi “tutti” a ritagliarsi il loro piccolo spazio di attenzione, di coccole, di salti in braccio. In pochi secondi mi sono sentita avvinghiata da quelle manine, piccole morse, che a tutti i costi non volevano mollare la presa.
Charles, Tomas, i più intraprendenti, mi si erano già appesi al collo. Non portavo nulla con me, in quel momento, ma cercavo i loro occhioni e mi sorridevano! Prendevo tra le mie mani i loro visetti neri, macchiati di terra e altro! e li accarezzavo. Se mi spostavo si spostavano, se mi fermavo si fermavano. Erano troppo belli con i loro pochi stracci su un corpicino libero ai quattro venti. Per un attimo mi sono rivista i nostri bambini strasazi di tutto e con le lacrime a telecomando per ottenere capricci su capricci. Perché?
Chiediamocelo pure!
Sono entrata nella cameretta dei piccolissimi da 0 a 1 anno. Nelle loro culle di legno povero, tendevano le braccine, spalancavano gli occhioni spauriti, sembravano supplicare: «Prendimi, prendimi almeno per un attimo!» Ne ho stretto due tra le mie braccia, proprio come avrebbe fatto la loro mamma se avesse potuto amarli! Vi assicuro che la 'maternità' entra in circolo! Non ha titoli, è innata, non ha bisogno di lezioni speciali, perché solo UNO l'ha messa nel cuore della donna per farla uscire al momento opportuno. E quello era il mio momento!
Ma è arrivata l'ora di staccarseli di dosso. Una vera impresa. Charles, Tomas e altri hanno capito benissimo. Smettono di sorridere ed ecco la disperazione. Lasciarli così vuol proprio dire farti spezzare il cuore. Non c'è altra scelta. Bisogna andare! Fuori dal cancello, mi guardo intorno, mi sento più povera che mai, ma mi si vedono stampati addosso i segni di quelle manine imbrattate di terra e di altro! Mi passo una mano sul viso e mi appiccico tutta! È quanto di più bello potessero lasciarmi quei visetti impiastricciati di lacrime e di altro!
Ecco, ho trovato 'un perché' sono entrata in questa 'favola africana!' “Qualunque cosa avrete fatto a uno di questi piccoli, l'avrete fatta a me!” Ne vale la pena? Certissimamente!
Moukondo, 17 maggio 2016
Qualche mattina fa, mentre esco dal cancello, mi si inchioda davanti un bambino tra i 7 e gli 8 anni. Mi sorride, aspetta da me qualcosa? Gli dico: «Ciao!» Mi sorride. Gli chiedo: «Come ti chiami?» mi sorride. Forse non mi capisce, penso, glielo richiedo in francese: «Comment tu t'appelle?». Un sorriso birichino, scuote la testa come a dirmi: «Non ho nome!». Ma l'aria furbetta sembra dirmi: «Non te lo dico!». Vorrei capirne di più. Chiedo aiuto a suor Rosetta. Viene e si intrattiene qualche minuto con lui, poi il bambino si allontana. Rosetta torna e mi racconta che quel mattino il papà l'aveva abbandonato lungo la strada, se n'era andato, la mamma non sa dove sia e il bambino che non vuole dire il suo nome, non sa dove andare. E noi non abbiamo dove accoglierlo!!! E la rabbia ti grida dentro! Che fai? Abbassi gli occhi, vedi solo sabbia senza consistenza e ti senti sprofondare come i tuoi piedi! Dove sarà andato il bambino senza nome? Non lo so. L'ho visto girare l'angolo e regalarmi ancora un sorriso, triste, ma pur sempre un sorriso!
E io? Ho cercato di trattenere almeno quel sorriso per spedirlo al cuore di COLUI che mi ha voluta qui e al Quale chiederò con tutta l'anima di fare qualcosa per soccorrere tanti abbandoni! Tanta solitudine! Tanta sofferenza!
E dovrà soccorrere pure la giovane mamma che pochi minuti fa ha suonato il campanello. Ho aperto. Pochi secondi sono bastati per riversarmi con tanta dolcezza e immensa tristezza il suo cuore gonfio. L'ho ascoltata, l'ho abbracciata, sono entrata nei suoi occhi segnati dal dolore! Purtroppo la povertà della mia lingua francese ha potuto ben poco!...
Moukondo, 26 maggio 2016
Una ragazzina del Corso di Alfabetizzazione, 13 o 14 anni, stamattina, all'inizio lezione, si è seduta sul suo scanno, e facendosi scudo con una mano, con l'altra continuava ad asciugarsi le lacrime che scorrevano a rigagnoli sulla guancia di un nero levigato. Vergognosa, timida, cercava di sottrarsi alla vista delle compagne e della stessa insegnante, ma era impossibile per suor Rosetta non vedere quegli occhi arrossati, quelle labbra tremanti.
Le va vicino, le chiede il perché di quel pianto: labbra cucite, silenzio ermetico! La invita ad uscire dal banco e l'accompagna da noi, fuori dalla vista delle compagne. La vedo arrivare asciugandosi gli occhi con il polsino della divisa di scuola e mentre suor Rosetta mi informa di quel pianto inarrestabile, incrocio più volte quegli occhi e non servono tante parole! Ma ce lo facciamo raccontare da lei: il padre è un militare, ha abbandonato la mamma con 4 figli; lei è la più grande, il più piccolo ha due anni. Ogni tanto questo padre torna ubriaco, picchia la mamma e pretende soldi. E la mamma non ha di che sfamare i figli. Da ieri non toccano cibo e, con un singhiozzo da rompere anche il cuore più duro, ci dice: «Io posso ancora farcela, ma il mio fratellino piange e piange e piange!» Che fare? Come rimanere sordi a tanto dolore? La invitiamo a rientrare in classe e le assicuriamo che per oggi i suoi fratellini avranno il pranzo. Poi vedremo!
Mentre il cancello è aperto, ne approfitta una giovane mamma. Si appoggia su una stampella, perché la gamba destra non è cresciuta abbastanza e il piedino deforme penzola sotto la lunga gonna che qui chiamano 'le pagne'. Le saltellano intorno due vispi bimbetti: lei di 9 anni, lui di 7 anni. La mamma chiede aiuto, perché il marito che faceva il sarto in un botteghino lungo la strada, ha rotto la macchina da cucire, quindi non può più lavorare e non sanno come trovare i soldi per comprare qualcosa da mangiare.
Questa è ancora la mia Africa!