I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

GIOVANI

O. PORI MECOI

Piccoli atei crescono?

Incontro con il sociologo Franco Garelli

È senza dubbio il maggiore esperto italiano di sociologia religiosa e, da buon exallievo salesiano, ha sempre conservato un occhio attento al mondo dei giovani. La sua ultima fatica è il libro “Piccoli atei crescono” edito da il Mulino.

Perché questo libro?
Questo libro è l'esito più rilevante di una recentissima ricerca nazionale (che si compone di un'indagine quantitativa e di molte interviste dirette) che mette a fuoco la situazione in campo religioso dei giovani dai 18 ai 29 anni che vivono nelle più diverse zone della penisola, abitano le nostre città e campagne, e - a seconda dei casi - sono ancora alle prese con gli studi, già affacciati al mondo del lavoro, oppure fanno parte di quel mondo di precari e inoccupati che è uno dei crucci del paese. Si tratta della versione nostrana dei Millennials, della generazione Net o Next (e in parte Neet), da molti descritta come l'anello debole del sistema, o con una preposizione che sa di privazione: «senza fretta di crescere», senza un lavoro stabile e prospettive certe, senza un'intenzione ravvicinata di famiglia, senza le prerogative sociali possedute dai coetanei del passato, senza spazi e ruoli di rilievo capaci di offrire sicurezza e di far sentire la propria impronta generazionale.

Il Dio dei millennials sta veramente poco bene?
Il Dio dei millennials non sta troppo bene, ma restiamo pur sempre il paese dove «anche gli atei sono cattolici», si sposano in chiesa e preferiscono il funerale religioso. Il nostro zoccolo duro dei ragazzi non credenti (28%) resta poca cosa rispetto a paesi come Svezia, Germania, Olanda, Belgio e Francia, dove «il vento della morte di Dio è già soffiato con forza» raggiungendo tra i più giovani percentuali intorno al 50/65% (mentre nei fervidi Stati Uniti gli scettici non raggiungono quota 18%). Quel che da noi colpisce è il ritmo di crescita degli agnostici (non arrivavano al 10% nel passaggio di secolo), forse favorito dal mutato clima culturale. Oggi i ragazzi italiani si sentono più liberi di negare Dio, avvertendo «che è venuto meno lo stigma che prima colpiva increduli e miscredenti». E poi la religiosità resta comunque sullo sfondo, «anche se è un fondale sempre più lontano dal palcoscenico della vita». Al momento, in sostanza, non si registrano tracolli. In attesa di vedere come sarà il prosieguo della recita.

Davvero una generazione senza Dio?
L'immagine è troppo forte, ma certo una nuova realtà sta emergendo con grande vigore nelle nuove generazioni.
C'è un grande movimento nel rapporto tra i giovani e la religione nel nostro paese, che si manifesta - come s'è visto - in una forte crescita (rispetto al recente passato) di quanti si ritengono ormai «senza Dio» e «senza religione», nell'assottigliarsi del gruppo dei credenti convinti e impegnati, a fronte di una larga quota di soggetti che mantengono un legame esile con la religione, la tradizione, più per motivi culturali che spirituali. Si tratta di cambiamenti rilevanti rispetto al recente passato, la continuazione di quella «secolarizzazione dolce» che da tempo sta interessando la società italiana. Molti giovani ammettono di credere di meno rispetto alle generazioni precedenti, ma nello stesso tempo dichiarano di essere alla ricerca di una fede religiosa o di forme di spiritualità e percorsi di senso più in sintonia con la coscienza moderna. E contrastano l'idea diffusa di essere la prima generazione incredula, in quanto ritengono che l'incredulità abbia radici lontane, individuabili in genitori solo formalmente credenti e cattolici e in nonni la cui religiosità rifletteva più un mondo di destino che di scelte.

Quanto gli under 30 italiani sono interessati ai valori dello spirito?
Una larga quota di giovani ha un'idea assai nebulosa della spiritualità, come di una dimensione difficile da decifrare o che non produce in essi una particolare risonanza emotiva. Altri invece sembrano coinvolti in una tensione spirituale di impronta profana, che si manifesta in forme diverse. La maggior parte dei giovani tuttavia tende a vivere i valori dello spirito all'interno della religione in cui più si riconosce (nel cattolicesimo), pur ritenendo che la ricerca spirituale sia senza confini e abbia nel singolo soggetto il suo protagonista. In sintesi, la nozione di spiritualità divide l'insieme dei giovani. Una parte sembra del tutto priva di antenne per questa dimensione dell'esistenza, non ne coglie il senso, preferendo concentrarsi sulla concretezza della vita; altri la valorizzano per migliorare se stessi dal punto di vista umano e interiore; altri ancora la interpretano come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa.

Dicono «Portiamo a compimento ciò che è stato seminato».
Che cosa significa?

Noi «la prima generazione incredula»? Non scherziamo, risponde la maggior parte dei giovani interpellati. Quella dell'età dell'oro della fede - coltivata dai nonni, conservata dai genitori e dissipata dai figli - è una rappresentazione fuorviante che mette su una strada sbagliata. Perché a rompere il patto religioso, con i loro comportamenti ondivaghi e improntati al conformismo sociale, sono stati mamma e papà. E anche sul terreno della religiosità si ripropone l'alleanza generazionale con i nonni che spesso si verifica nella politica o in altre zone dell'esistenza: quello dei nonni è giudicato un modello criticabile e culturalmente lontano ma nitido e coerente. Mentre il comportamento dei padri e delle madri risulta incerto, sfocato, intermittente. In una parola, deludente sul piano della testimonianza. «Noi portiamo a compimento ciò che è stato seminato nel passato», dice un ragazzo non credente. La rottura della tradizione è un'eredità, non una elaborazione originale. «La mia generazione non è incredula quanto piuttosto arrabbiata per il senso di abbandono profondo e viscerale», reagisce un altro millennial. E la sintesi arriva da una ragazza loro coetanea: la religione è mistero e fiducia, e noi non possiamo permetterci né il mistero né la fiducia.

Il rapporto con la parrocchia?
In questo scenario, tuttavia, le parrocchie e la chiesa di base svolgono ancora un ruolo nella socializzazione delle giovani generazioni, anche se non sembrano più rappresentare un luogo di riferimento né esclusivo né riconosciuto come rilevante per la vita religiosa e spirituale degli individui.

Ci sono possibilità di ricupero?
Un numero cospicuo di soggetti intende l'incredulità giovanile non tanto alla stregua di un passaggio decisivo verso lo smantellamento della fede religiosa, quanto piuttosto come una piattaforma di partenza per iniziare una riflessione e un ripensamento dell'intera «questione religiosa», da condursi in forza dei maggiori gradi di libertà e di facoltà riflessive di cui si dispone oggi, nonché alla luce di un bagaglio cognitivo ed esperienziale per molti versi più ampio rispetto a un passato anche recente.

C'è spazio per una pastorale giovanile?
Certo. Un comune denominatore a molti dei giovani intervistati è l'importanza da essi attribuita a incontrare qualcuno che li aiuti, specificando come la qualità dell'aiuto, dal loro punto di vista, si misuri oggi innanzitutto sul piano comunicativo: in primis capacità di ascoltare e poi di consigliare nel rispetto dell'intelligenza, dei tempi e della libertà di ciascuno.

Quindi servono ancora preti e suore?
Più del 40% dei giovani oggi di età compresa tra i 18 e i 29 anni dichiara di aver conosciuto nel corso della propria vita una o più figure religiose di singolare rilievo. Si tratta perlopiù di sacerdoti, religiosi, suore che operano nei vari ambienti o gruppi ecclesiali o di persone che vivono in un monastero, che per qualche tratto particolare (carisma, sensibilità umana, dedizione sociale, capacità di ascolto, qualità spirituali) hanno destato una favorevole impressione in non pochi giovani che li hanno incontrati, tanto da meritarsi uno spazio nella loro memoria vitale. Una quota dunque consistente di soggetti con dei trascorsi adolescenziali negli ambienti religiosi conserva un ricordo positivo, magari a fianco di momenti e volti da dimenticare, e al di là del fatto di essersi poi allontanata nel tempo da questo tipo di esperienze. Chi ha beneficiato dell'incontro con queste figure sono perlopiù giovani caratterizzati oggi da livelli medio-elevati di religiosità.

PAPA FRANCESCO
• È un papa che può proprio fare la differenza, ci voleva. Tra Giovanni Paolo e Francesco c'è stato papa Ratzinger, che secondo me era un buon papa, però un po' troppo timoroso, mentre questo papa può essere di nuovo uno spunto per noi giovani, per farci un po' ricredere nei confronti della religione. C'è sfiducia nella religione per tanti motivi, non necessariamente per colpa dei preti: si è presi da tantissime altre cose e quindi si perdono un po' i valori. Questo papa, io lo vedo anche la domenica in televisione, quando lui fa le sue messe e tutto, fa proprio venir voglia di pregare; io quando lo sento mi dico «Dai, mi metto lì e prego con te», e quindi questo può essere un inno per noi giovani a intraprendere questo cammino (F, 27, credente non troppo praticante).
• Credo che questo nuovo Papa abbia fatto sì che molti giovani rivalutassero la chiesa come istituzione e la necessità di avere una fede (F, 24, credente).