I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

JANI ARON

Don Giovanni Barroero

Un salesiano sempre giovane

Dall'Italia all'Ecuador e poi all'Ungheria per tenere a battesimo la rinascita della Famiglia Salesiana nella bellissima terra magiara.

Don Giovanni, di dove sei originario e come è nata la tua vocazione salesiana?
Sono nato in Piemonte; i miei genitori, cuneesi, si erano trasferiti a Torino in cerca di lavoro. Lì sono cresciuto, nel quartiere della Crocetta, dove fin da piccolo frequentavo l'oratorio salesiano. Qualche volta penso che la mia generazione è l'ultima che ha ancora avuto contatti con alcuni che avevano conosciuto personalmente don Bosco; ho così potuto conoscere don Alberto Caviglia, don Eugenio Ceria, don Pietro Ricaldone e altri. È un ricordo che affiora sovente. Dopo il noviziato a Villa Moglia (Chieri), nel 1948 fui inviato in Ecuador.

Sei partito molto giovane verso un altro continente. A quel tempo non c'erano le attuali possibilità di comunicare. Non hai avuto timore? Come hanno reagito i tuoi genitori?
Avevo 19 anni. I miei genitori, pur soffrendo, non hanno messo nessun impedimento alla mia vocazione missionaria. Quando ho comunicato loro la chiamata dei superiori, tacquero per un po' poi mio padre mi disse: “Noi due non abbiamo nemmeno la stessa faccia. Tu devi seguire la tua strada, come io la mia. Solo bisogna seguirla bene, seriamente”.

Come è stata la tua vita in Ecuador?
Nei ventotto anni trascorsi in quella amata Ispettoria, ho affrontato sfide molto positive che, inserito com'ero fin da giovane in un clima fraterno salesiano, mi hanno fatto lavorare con entusiasmo, principalmente nel campo della formazione iniziale salesiana ma anche con periodi di aiuto ai missionari della selva amazzonica. In quella Nazione sono nato veramente alla vita salesiana.
Ho avuto per quasi un anno come Ispettore don Giovanni Antal, che era stato il primo ispettore salesiano ungherese. Mai avrei pensato che, molti anni dopo, sarei vissuto nella sua Patria.

Come sei arrivato in Ungheria?
Al mio ritorno in Italia, per motivi familiari, mi ha accolto fraternamente la comunità di Muzzano (Biella) dove rimasi tre anni. Poi venni chiamato a Roma, per prestare la mia opera nella Casa Generalizia, nel settore della formazione salesiana. Vi sono rimasto quattordici anni, avendo così l'opportunità di conoscere molti confratelli di varie parti del mondo, un'esperienza molto arricchente.
Nel 1992, alla fine del mio servizio, don Egidio Viganò, Rettor Maggiore, mi chiese di andare in Ungheria dove, dopo la caduta del regime comunista, la Congregazione ricominciava. I salesiani avevano inaugurato la prima opera nel 1913, nell'imminenza, ormai, della Prima Guerra Mondiale. Finita la guerra, le difficilissime condizioni economiche e sociali rallentarono la crescita della nostra Opera; ma dopo gli anni Trenta vi fu un buon sviluppo di personale e di opere, per cui alla vigilia della 2a Guerra Mondiale si contavano circa 200 salesiani ungheresi, in 15 case, e 27 missionari, soprattutto in Estremo Oriente e America Latina. Nominare 'don Bosco' in Ungheria significava riferirsi a opere totalmente dedicate alla gioventù degli strati più popolari. Già nel 1925 avevamo accettato dal Ministero di Grazia e Giustizia un grande riformatorio minorile a Esztergom e in altre opere nostre vi era un numero notevole di ragazzi in difficoltà. Nel 1950 il governo totalitario soppresse i salesiani, nazionalizzò e occupò tutte le nostre opere, dispersi o chiusi in campi di concentramento i confratelli. Seguirono anni di vera e propria persecuzione; ne è testimone la vita accidentata, coronata dal martirio, del recente beato Stefano Sàndor, bellissima figura di salesiano coadiutore.

Che cosa ti ha colpito di più nell'Ungheria salesiana, nei nove anni che vi hai trascorso?
Nei primi tempi ho ammirato lo spirito di sacrificio dei confratelli che, dopo aver trascorso decine di anni vivendo da soli, hanno accolto prontamente la possibilità di poter ritornare a vivere in comunità, man mano che le autorità ci restituivano alcune delle case tolte nel 1950.
Un'altra cosa molto positiva: come ci si è mossi con i laici, in tal modo che essi svolgono ora un ruolo educativo convinto ed essenziale nel nostro campo di lavoro, in comunione di spirito con i salesiani. L'opera svolta dai salesiani cooperatori è ammirevole; non si tratta solo di collaborazione esterna: essi si impegnano seriamente nella loro formazione. E sono un buon numero, entusiasti.

Come vedi ora l'opera salesiana in Ungheria?
Mi rallegro al vedere ripreso, da qualche anno, il flusso - limitato in numero ma costante - di vocazioni religiose per il noviziato e, quindi, di giovani salesiani che prospettano un buon avvenire per la nostra presenza in terra magiara. Un contributo efficace è quello offerto dai missionari venuti dall'Oriente (Vietnam e India), che si sono inseriti positivamente nella nuova cultura, dando un impulso giovanile fresco ed entusiasta. Nuove forze di salesiani cooperatori stanno anche dando un apporto decisivo. Vedo che aumenta l'interesse per don Bosco e il Sistema Preventivo tra gli educatori: i convegni su questo tema sono ben frequentati.