I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA NOSTRA CHIESA

B.F.

I nuovi martiri

Ogni anno 100000 cristiani vengono assassinati a causa della loro fede. Sono 273 al giorno, 11 all'ora. Il cristianesimo è la religione più perseguitata al mondo, tanto che l'80 per cento di tutti gli atti di discriminazione che si perpetrano nel mondo è diretto contro i cristiani. Nella quasi totale indifferenza dell'Occidente.

La cristianità è oggi la religione più perseguitata nel mondo. Gli eccidi in Iraq, Siria, Sudan, Nigeria; i cristiani obbligati a scegliere se convertirsi o morire passati per la spada dei jihadisti; i casi di Cina, Eritrea, Iran, Arabia Saudita. Vengono spesso raccontate dai giornali in piccoli riquadri come se fossero delle storie isolate, degli omicidi casuali che nei teatri di guerra colpiscono senza alcuna matrice ideologica delle persone colpevoli semplicemente di essere cristiane.
Dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, dieci milioni di cristiani hanno preso la via dell'esilio dal mondo arabo-islamico. In Turchia da due milioni di cristiani si è passati agli attuali 85 mila, lo 0,2 per cento della popolazione. In Libano, il paese arabo dove i cristiani maroniti per decenni hanno avuto il comando della nazione, si è passati dal 55 per cento della popolazione al trenta. In Egitto la popolazione cristiana si è sempre attestata sul venti per cento del totale: oggi è scesa sotto il dieci. Erano il diciotto per cento in Giordania, ma oggi sono il due per cento. In Siria le comunità cristiane rappresentavano un quarto della popolazione ma oggi sono scese al cinque per cento, cifre che si stanno sempre più dimezzando a causa della guerra civile in corso.
Da allora numerosi cristiani sono stati arrestati e condannati a morte per attività legate al proselitismo, ma mai giustiziati. Molte chiese oggi sono state chiuse, decine di giovani iraniani, gran parte convertiti dall'islam, sono stati imprigionati e torturati, così come molti pastori sono finiti sotto stretta sorveglianza.
Corea del Nord e Laos sono tirannie comuniste e ateistiche in cui l'anticristianesimo è dogma di stato. A Pyongyang, da quando si è instaurato il regime nel 1953, sono scomparsi 300 mila cristiani e adesso si stima che vi siano 70 mila cristiani che soffrono nei terribili campi-prigione a causa della loro fede. L'Afghanistan è al secondo posto, essendo un paese dove non esistono ufficialmente chiese (soltanto cappelle private dentro alle ambasciate). Segue l'Arabia Saudita, custode della Mecca e di Medina, che vieta ufficialmente ogni culto non islamico e di cristiani si parla ufficialmente soltanto nelle ambasciate.
“Si tratta di un genocidio in corso che meriterebbe un allarme globale”, aveva scritto di recente sulla copertina di Newsweek Ayaan Hirsi Ali. Negli ultimi dieci anni la guerra di religione ha fatto duemila morti soltanto nello stato nigeriano del Plateau, tredicimila in tutta la Nigeria. “Cifre ottimistiche”, dicono le organizzazioni umanitarie che parlano di eccidi ben peggiori. L'obiettivo delle stragi è cambiare la geografia religiosa del continente africano. Dal 2001 nello stato di Kano sono morte più di 10 mila persone, quasi tutte cristiane. Trecento chiese e proprietà sono andate distrutte. Gli sfollati non si contano. Dal 2009 a ora almeno cinquanta chiese sono state distrutte e dieci pastori sono stati uccisi dalla Boko Haram.
Di fronte a queste morti, l'atteggiamento dell'opinionista collettivo è spesso simile a chi, osservando le notizie di un cristiano ammazzato oggi in Siria, uno domani in Iraq, uno dopodomani in Sudan, in Nigeria, in Eritrea, in Arabia Saudita, in Iran, si asciuga le lacrime senza troppa convinzione, dicendo, tra sé e sé: ma che ci vuoi fare, scusa, in guerra c'è molta gente che muore, e quando si è in guerra, tra i tanti che muoiono, ci sono certamente anche dei cristiani.
Ci saranno ancora dei cristiani in medio oriente nel Terzo millennio?
Rupert Shortt, giornalista e scrittore inglese molto conosciuto, in un libro recente parla di “Christianophobia”. Il suo è un viaggio globale dentro alla persecuzione dei cristiani, “una fede sotto attacco”. Shortt è andato a Jos, in Nigeria, gigantesco patchwork di religioni che ha preso fuoco da un anno; a Karachi, nel profondo Pakistan; fra le chiese protestanti della “moderata” Indonesia, ma anche nell'Orissa indiano e in Cina, dove la repressione contro il cristianesimo, da feroce che era, negli anni si è fatta più dissimulata (ogni tanto il regime decide che la legge ateistica è ancora in vigore e qualcuno ci rimette la vita, a cominciare dagli anziani sacerdoti, che a decine periscono e languono nelle prigioni di stato). E poi ancora in Egitto, dove i copti subiscono discriminazioni, minacce e aggressioni collettive e da quando è scoppiata la “primavera araba” sono scesi in trincea; in Siria, dove nella città di Rable, culla del cristianesimo paolino, terroristi hanno appena distrutto il santuario del profeta Elia; in Algeria, dove i cristiani sono costretti a subire discriminazioni continue. La situazione più drammatica è quella dell'Iraq, dove i cristiani sono vittime di estorsioni, rapimenti, torture e omicidi. Le chiese sono incendiate; molti sacerdoti, persino il vescovo caldeo di Mossul, monsignor Paulos Faraj Rahho, sono stati assassinati.
“C'è il rischio altissimo che le chiese scompaiano dalle terre bibliche”, scrive Shortt. I numeri sono impressionanti, un verdetto. I cristiani erano il 95 per cento della popolazione mediorientale nel settimo secolo, il venti per cento nel 1945, il sei per cento oggi e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora. “Ci saranno ancora dei cristiani in medio oriente nel Terzo millennio?”, si chiedeva il diplomatico francese Jean-Pierre Valognes nel libro “Vie et mort des chrétiens d'Orient”, pubblicato nel 1994. No, secondo Shortt.
L'esilio, l'alienazione e l'estraneità di questi cristiani d'oriente, pegno della più antica memoria cristiana del mondo, è rappresentato dal funerale dei tre cristiani assassinati a Malatya, in Turchia, un tedesco e due turchi, legati, incaprettati e sgozzati dagli islamisti nel 2007 soltanto perché stampavano delle Bibbie. Il funerale si è svolto nella chiesa Battista di Buca, nell'indifferenza totale della popolazione. I musulmani presenti erano solo i giornalisti e i delegati del sindaco. Dopo due ore di rito, i feretri sono stati trasportati al cimitero di Karalabas, inumati fra canti e sermoni all'ombra di due cipressi. Al posto della lapide un grande cuore rosso di metallo con sopra dipinte le parole “Yamasak Mesihtir Ölmekse Kazanç”, tratte da san Paolo: “Per me vivere è Cristo, e morire un guadagno”. Triste epitaffio alle ultime comunità che parlano la lingua di Gesù.
Le ostie insanguinate
È stato un miracolo, c'è poco altro da dire. La bombola di gas che colpisce la cupola della chiesa, la danneggia, ma non esplode. Rotola e cade sul tetto dell'edificio, fatto di semplici tegole d'argilla sostenute da grandi colonne di legno e cemento. Solo a quel punto, quando non era più in grado di causare una strage, è esplosa fragorosamente. Padre Ibrahim Alsabagh, parroco francescano della cattedrale latina d'Aleppo racconta: “I jihadisti hanno scelto con crudeltà il luogo e il tempo precisi per colpire, in modo da provocare il maggior danno possibile in persone e strutture specificamente cristiane”. “Avevo il Santissimo in mano e stavo distribuendo la comunione. L'avevo già fatto per cinque o sei fedeli, quando ho avvertito un rumore lontano, non di grande intensità, come di qualcosa di pesante che stesse cadendo sul tetto della chiesa. Non sono passati dieci secondi che tutto l'edificio ha cominciato a tremare senza sosta sotto i miei piedi. Sassi e pezzi di vetro cadevano su di noi, io non vedevo quasi più nulla a causa della polvere.
“In sagrestia mi sono accorto che le sacre ostie nella pisside erano macchiate del sangue dei fedeli. Le ostie sacre mescolate con il sangue del suo popolo è un segno della presenza di Dio e di unione con noi. Dio è presente fortemente, soffre con noi, si unisce sempre di più a ognuno di noi nella nostra sofferenza”. Al guardare queste ostie tinte di rosso, aggiunge, “pareva che esse brillassero di una luce increata, apportatrice di consolazione e di pace al povero cuore sofferente del parroco”.
La gente, in quei momenti, era terrorizzata, non sapeva che fare: “Ho invitato i fedeli rimasti a uscire fuori nel giardino e lì ho continuato la distribuzione della santa comunione. Abbiamo recitato un Pater, Ave, Gloria come ringraziamento al Signore e a sua madre Maria, concludendo con la benedizione solenne”.
Aleppo è circondata, i miliziani bombardano incessantemente i quartieri cittadini. Mancano acqua ed elettricità, non c'è neppure lo yogurt, nota padre Ibrahim sorridendo. Quel che non manca, però, è la fede, la certezza che alla fine tutto passerà. Un messaggio spedito dal vicino oriente ai cristiani d'occidente che “hanno bisogno di svegliarsi”.
Questo genocidio ci pone di fronte al mistero per cui così tanti cristiani in occidente fanno fatica a vivere per quello per cui molti cristiani sono disposti a morire nei paesi mediorientali.

«PREGO CHE DIO PERDONI CHI CI HA FATTO DEL MALE»
La fede di Myriam, bimba irachena in fuga dall'Isis
Costretta a lasciare con la famiglia la sua città per sfuggire ai miliziani jihadisti, ora è a Erbil, in Kurdistan.

“Cosa senti nei confronti di quelli che ti hanno obbligata a lasciare le tua casa?”.
“Non voglio far loro niente, chiedo solo a Dio di perdonarli”.
“E anche tu puoi perdonarli?”. “Sì”.
“Ma è difficile perdonare chi ci ha fatto soffrire”. “Io non voglio ucciderli, perché dovrei? Certe volte piango perché abbiamo lasciato la nostra casa, ma non sono arrabbiata con Dio, lo ringrazio perché si occupa di noi”.
Myriam ha dieci anni quando dice queste cose a un giornalista dell'emittente cristiana di lingua araba SAT-7. Mesi prima aveva lasciato con la famiglia la sua città d'origine, Qaraqosh, in Iraq, per sfuggire ai miliziani dello Stato islamico. Adesso è a Erbil, nel Kurdistan iracheno, ospite assieme a migliaia di altre persone in un centro profughi dove la vita è difficile e spesso mancano acqua ed elettricità. Quell'intervista di Myriam ha cominciato a circolare su internet e questa piccola bambina irachena è presto diventata il simbolo di una fede che tanti in occidente sembrano avere smarrito.
“Dio si preoccupa per noi”, diceva Myriam al suo intervistatore, “perché non ha permesso che l'Isis ci uccidesse”. Myriam ha perso tutti gli amici - dispersi, forse uccisi - sa che per tanto tempo, forse per sempre, non potrà più tornare a giocare a casa sua, ma sorprende per il suo giudizio così adulto: “Certo che Dio ama anche quelli che ci hanno fatto del male - dice - però non ama Satana”. Myriam aveva un'amica prima di finire al centro profughi di Erbil, si chiama Sandra: “Ci volevamo bene, se una faceva un torto all'altra ci perdonavamo. Spero di rivederla. Spero di tornare a casa e che anche lei torni a casa, così potremo rivederci”. “Spero che tornerai in una casa più bella di quella che avevi prima”, le dice il giornalista. “Non quello che vogliamo noi, ma quello che vuole Dio”, risponde Myriam sorridendo, spiazzante. Lontana da casa, la famiglia di Myriam vive in un container nel centro commerciale Ainkawadi di Erbil: mamma, papà, lei e una sorella. “Siamo felici qui dove siamo perché ovunque andiamo Dio è con noi”, ha detto Myriam parlando a luglio di quest'anno via Skype a un gruppo di ragazzi siciliani grazie all'aiuto dei cooperanti di Avsi. Spera di diventare medico e andare in giro per il mondo ad aiutare gli altri, aggiungeva.
“Sandra, amica mia, non piangere!”, aveva detto sorridente qualche mese prima, invitata di nuovo dalla tv araba che l'aveva “scoperta”: in studio c'era la sua amica Sandra, che non vedeva da quasi un anno, in lacrime. Qual è la prima cosa che faresti, se tornassi a Qaraqosh?, le hanno chiesto ancora i ragazzi italiani a luglio: “Pregare. Perché quando siamo dovuti scappare Lui ci ha salvati, quindi la prima cosa che farei è ringraziare pregando”.
Myriam e la sua famiglia sono intervenuti con un video al Meeting per l'amicizia tra i popoli di Rimini. Myriam ha raccontato così la sua giornata tipo: “Mi sveglio, mi preparo, e poi prego Gesù e Maria perché ci salvino e ci possano dare un giorno nuovo”.
Scacciati di casa dalla violenza jihadista, i genitori di Myriam sorridono: “Posso essere triste, ricco, povero, questo non cambierà mai la fede che ho in Dio”, diceva il papà della bambina irachena. Nel corso dell'ultimo anno, ha detto la madre, da quando cioè sono nel campo profughi, “tutte le difficoltà ci hanno avvicinato a Gesù, da lui traiamo la nostra forza. Gesù ci dà speranza, perché ci ha insegnato ad amare il prossimo, a dargli fiducia”. A chi si domanda se ci sarà un futuro per i cristiani in quelle zone bisognerebbe far sentire quello che dicono i genitori di Myriam: “Il futuro è nelle mani di Dio, non c'è uomo al mondo che possa deciderlo. Non è la mia volontà, ma la Sua. Dio non ci farà mai del male”. “Io ho fede e so che Lui ha un piano. Magari non per noi in particolare, ma per i cristiani in Iraq. Dio ci aiuterà, anche se adesso stiamo soffrendo. Siamo pazienti, siamo fiduciosi, il futuro sarà buono per noi”.