I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE COSE DI DON BOSCO

José J. Gómez Palacios
(Traduzione di Deborah Contratto)

La nevicata

Era inverno e da parecchi giorni me ne stavo accovacciata a far nulla tra le nuvole. Aspettavo, infatti, il momento più propizio per lasciar cadere i miei bianchi fiocchi sopra la città di Torino.
Dall'alto osservavo le case, i palazzi, le strade. Cercavo di trovare un avvenimento importante per dispiegare il mio bianco manto. Non c'era nulla che meritasse la mia bianca presenza, simbolo di bontà, purezza e risurrezione.
All'improvviso, però, qualcosa catturò la mia attenzione. Dall'alto della mia postazione osservai un gruppo di ragazzi riuniti in una sala. Stavano ascoltando, con grande attenzione, le parole di un sacerdote. Tolsi quindi lo sguardo da quello che stava capitando lì. Non era per nulla un avvenimento degno della mia bianca presenza.
Dopo alcuni minuti, non trovando nulla d'interessante, il mio sguardo ritornò su quella combriccola di giovani. Era un avvenimento del tutto banale però: un gruppo di ragazzini con un prete se ne stavano rifugiati in una stanzetta del tutto inospitale in un edificio di un quartiere di periferia. Chiaramente non facevano parte del cuore pulsante e nobile della grande città.
Ancora non so perché l'ho fatto. Vuole il caso che, spinta dalla curiosità, iniziai a far cadere alcuni fiocchi di neve e guardai attraverso la finestra. Restai stupito dall'attenzione con cui quei giovani, vestiti di stracci, ascoltavano il sacerdote: piccoli operai che, sotto le tute da lavoro, nascondevano le ferite di uno sfruttamento causato da datori di lavoro senza scrupoli; mano d'opera a basso costo che lavorava nelle fabbriche tessili, sulle impalcature degli edifici in costruzione e nelle fonderie.
Stavo riflettendo proprio su queste cose quando, sempre spiandoli dalla finestra, all'improvviso mi accorsi che quel giovane sacerdote aveva iniziato a piangere.
Erano forse lacrime di rabbia e di impotenza di fronte alla miseria in cui vivevano quei giovani? Assolutamente no. Con grande sorpresa mi resi conto che, contemporaneamente, quel sacerdote stava anche sorridendo. Le sue erano lacrime di allegria e di speranza. Parlando con quei giovani, pensando al futuro, diceva loro che quella stanzetta sarebbe diventata per tutti quanti un focolare in cui poter trovare l'amore perduto, un luogo in cui poter studiare e crescere come buoni cristiani e onesti cittadini, una piccola chiesa dove poter chiamare Dio “Papà”.
Non sono mai riuscito a sapere né il nome di quel prete né di quei ragazzi. Ma, per loro, feci scendere dalle nubi i fiocchi più belli e bianchi che mai avessi avuto. Ordinai loro di scendere con dolcezza e di formare un grande mantello bianco. Beh, credo di aver in parte contribuito a rendere ancora più speciale quel momento, un momento in cui le cose buone nascevano, come sempre, nella semplicità e nell'umiltà.

La storia
8 dicembre 1844. La marchesa Barolo offre a don Bosco un locale per riunire i suoi ragazzi. Un quadro di san Francesco di Sales, provvisoriamente, sta a presidio dell'Oratorio. Don Bosco “Versò lacrime di consolazione poiché vedeva che l'opera dell'Oratorio si stava piano piano consolidando”. E fuori nevicava abbondantemente (Memorie dell'Oratorio, Seconda decade, n. 16).