I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CONOSCERE LA FAMIGLIA SALESIANA

AMADOR MERINO GÒMEZ

Le Figlie dei Sacri Cuori

Una storia sorprendente: una Congregazione nata in un lazzaretto.
Alle giovani colpite da lebbra, come pure alle figlie sane di genitori malati, era impedito di farsi suore. Allora nel lazzaretto di Agua de Dios (Colombia) sorse questa singolare Congregazione: per raccogliere quelle giovani, e per mettere la loro estrema sensibilità a servizio di chi soffre.

Agua de Dios: ripulsa, dolore, disperazione
Membra corrose, sguardi tristi, solitudine nel corpo e nell'anima, amarezza nel cuore. Scacciati dai loro simili che si considerano persone sane, i malati di lebbra girovagavano senza meta nei dintorni della città di Tocaima (Colombia). Raccontano le cronache che erano stati espulsi dalla città attorno al 1870. Uomini, donne e bambini, trattati in modo spietato da quelli che dovevano essere i loro fratelli, soffrivano un martirio crudele e inumano: un ingiusto destino li trasformò in vagabondi della morte. Per loro non c'era alcun conforto né sollievo, né attenzione, né fiducia, né amore. Come se non fossero persone. Tutt'al più, residui umani che solo potevano incutere disprezzo e timore.
Così, nel loro girovagare morti di fame e di sete, uno di loro giunto ai piedi di una pietraia scoprì una preziosa sorgente d'acqua. In un impeto di allegria quel lebbroso gridò: «Es el Agua de Dios!» (è l'acqua di Dio). E come Agua de Dios si cominciò a chiamare quel posto, e i lebbrosi presero a popolarlo. Ma presto quel nome divenne sinonimo di repulsione, di dolore, di abbandono, di disperazione. Se uno contraeva quel terribile male, si sentiva fatalmente condannato a finire lì. E di lì non c'era più speranza umana di tornare indietro.
Suor Maria Angelina Santos, una Figlia dei Sacri Cuori, scrive: «Come il carbone nero è solito nascondere un bel diamante prezioso, così quei corpi corrosi da un'infermità ripugnante nascondevano talenti umani di inapprezzabile valore». Allo stesso modo, si può dire, sotto quell'apparenza di fatalità Agua de Dios era destinata a raccogliere il più sublime amore e la pura fraternità. Agua de Dios è nome ricco di storia e generoso di frutti per i figli di don Bosco: a pronunciarlo oggi sa di bontà e di speranza, di abnegazione e di amore; accarezza soavemente l'orecchio, e più ancora il cuore.

Padre Michele Unia, l'apostolo dei lebbrosi
A poco a poco Agua de Dios è andato crescendo, ha acquistato consistenza. Ai primi lebbrosi se ne sono aggiunti altri. Anche persone sane si stabiliscono in quel posto (sovente sono parenti di malati), dando così origine a una fiorente colonia che presto si trasforma in un piccolo villaggio ospitale, industrioso, religioso, ben organizzato, fondato sul lavoro, sul risparmio e sull'attività instancabile dei malati e dei sani, che trasformano in un fertile giardino ciò che sembrava terreno sterile.
La trasformazione umana e cristiana, e perfino lo sviluppo e l'organizzazione che si produssero in Agua de Dios, si devono in gran parte al lavoro di alcuni missionari di don Bosco. In effetti il 6 agosto 1894 rientrava dall'Italia e tornava nel Lazzaretto di Agua de Dios padre Michele Unia, chiamato poi l'apostolo dei lebbrosi, portando con sé un giovane chierico di nome Luigi Variara, di appena 18 anni e mezzo, che si era offerto di lavorare tra i lebbrosi.

Luigi Variara: la giovinezza fatta dono
Il padre Michele Unia si consumò molto in fretta (e non c'era da aspettarsi altro). Così consumato, logorato, la mattina del 9 dicembre 1895 consegnava la sua anima a Dio nella lontana città di Torino. Quel medesimo giorno, sul fare della sera, la notizia giungeva ad Agua de Dios per telegramma. Un altro salesiano, il padre Raffaele Crippa, si fece carico del lazzaretto. Ma fu il giovane chierico che divenne l'anima di quell'opera salesiana. In essa riversò tutto l'impegno della sua persona, la sua abnegazione, la capacità creativa, a servizio dei lebbrosi. Soprattutto con i bambini e per i bambini, i più bisognosi fra tutti i bisognosi, il lavoro del chierico andò acquistando proporzioni sempre maggiori. Arrivò a ideare un asilo in cui potessero rifugiarsi e ricevere un'adeguata istruzione.
Intanto portava avanti le più svariate attività, tra cui spiccava per gli effetti conseguiti la banda musicale, messa su con strumenti ceduti da una delle bande salesiane di Bogotà, e composta dai bambini del lazzaretto. La banda fu inaugurata - con un trionfo - l'8 settembre 1895.
Inoltre il giovane chierico si dedicava agli studi di teologia, e il 24 aprile 1898 ricevette l'ordinazione a Bogotà. Aveva appena 23 anni.
Ora che è diventato sacerdote, padre Variara si lancia in pieno nell'impresa di costruire l'asilo-oratorio «Michele Unia» per i bambini lebbrosi o figli di lebbrosi. A corto di denaro, si dedica con sollecitudine a procurarselo, né più né meno come avrebbe fatto don Bosco. Per mezzo di lettere, di circolari, e della stessa stampa, si rivolge al cuore dei colombiani, soprattutto dei giovani, perché aiutino con generosità.
Il 7 maggio 1899 si benedisse la prima pietra dell'asilo, che in poco tempo si trasformò in una bella realtà. Terminata la costruzione padre Variara diventò direttore dell'asilo-oratorio, così come diventò padre e fratello dei bambini (molti dei quali terribilmente colpiti dalla lebbra fin dalla più tenera età). Giorno dopo giorno padre Variara conosceva sempre meglio il dolore segreto dei suoi malati, e andava scoprendo nella sua vita quel «carisma vittimale» che avrebbe poi trasmesso alle religiose dell'Istituto che stava per fondare.

Le Figlie dei Sacri Cuori: una congregazione per lebbrose
Attraverso il suo lavoro di direzione spirituale padre Variara conobbe varie giovani privilegiate, colpite sì dalla lebbra, ma di profonda vita interiore e di incomparabile bellezza spirituale. Tre di esse costituiranno le prime pietre del nuovo istituto religioso.
La prima è la signorina Oliva Sánchez, di famiglia distinta, che pur essendo malata collaborava con lui in tutte le opere di apostolato e di preghiera che venissero avviate nel lazzaretto. La seconda è Limbania Rojas, venuta nel lazzaretto perché malata, ma di profonda vita interiore e pronta a ogni sacrificio. La terza, Rosa Forero Nieto, era sorella di due sacerdoti e aveva desiderato diventare suora ma la lebbra gliel'aveva impedito.
Il contatto con padre Variara fece sì che le tre giovani si conoscessero tra loro e mettessero in comune i loro ideali. Sorse allora l'idea di condurre tra loro vita comune come se fossero religiose. Cominciarono una specie di noviziato, nella misura in cui fu possibile, simile a quello delle FMA, e scoprirono che nonostante l'infermità erano in grado di condurre vita comune abbastanza regolare.
Sorse così in forma embrionale la Congregazione delle Figlie dei Sacri Cuori. Padre Variara scrisse allora all'Arcivescovo di Bogotà e ai suoi superiori di Torino. Ambedue le risposte furono favorevoli alla fondazione.
In quel tempo, risiedeva ad Agua de Dios la famiglia Lozano Diaz, a causa dell'infermità del padre. C'erano in famiglia quattro figlie, tutte di nome Maria: Anna Maria, Maria Luisa, Maria del Carmen, Maria Elena; dopo qualche tempo esse si aggiunsero alle prime tre giovani.
Le nuove suore decisero con padre Variara di indossare un abito religioso, e ne adottarono uno molto simile a quello delle FMA. Intanto l'Arcivescovo di Bogotà nel maggio 1905 dava il suo benestare alla fondazione dell'Istituto, e incoraggiava le suore nella loro donazione al Signore.
Il 7 maggio di quell'anno è considerato la data d'inizio dell'Istituto. Verso mezzogiorno, nella cappellina dell'istituto San Rafael, si compì l'imposizione dell'abito alle prime sette suore.

Caratteristica dell'Istituto
Scrive suor Maria Angelina: «La salesianità del nostro Istituto è indiscutibile. Il fatto che il nostro fondatore sia stato un autentico salesiano, che abbia bevuto a profusione alle sorgenti genuine molto prima di iniziare la sua missione fra noi, fin da quando cominciò i suoi studi a Valdocco e li continuò poi a Valsalice, lo dice ben chiaro. Infatti era saturo di spirito di don Bosco quando cominciò l'opera missionaria che lo condusse a fondare il nostro Istituto.
E poiché quest'Istituto nei suoi inizi fu anzitutto salesiano, dev'essere un motivo più che sufficiente perché il nostro spirito e le nostre tradizioni ruotino attorno alle linee della salesianità che il fondatore ci ha lasciato in eredità».
Ma c'è di più. «Anche il nostro carisma vittimale - prosegue suor Maria Angelina - ebbe la sua origine e la sua ispirazione nel sacrificio di un altro salesiano, il Servo di Dio don Andrea Beltrami. Egli, colpito da una crudele e inesorabile malattia ai polmoni mentre era in piena gioventù, vedendo troncati i suoi sogni di apostolato, si offerse in olocausto sacrificando l'ideale che aveva scelto e che non poteva realizzare. In tal modo si convertì in lampada votiva, che ardeva davanti al Signore mentre i suoi fratelli - operai instancabili - si prodigavano sul campo di lavoro. Fu da questo fatto che sorse nella mente del nostro fondatore l'ispirazione di idealizzare il dolore, di farsi vittima mediatrice tra Dio e gli uomini, accetta al Signore per la carità che tale stato comporta».
«Così don Variara, quell'autentico salesiano che a 18 anni aveva attinto alle sorgenti genuine della salesianità, portava in più nel profondo del suo essere, quasi fosse un reliquiario vivente, il prezioso carisma di cui più tardi avrebbe fatto partecipi le sue Figlie, per un atto di suprema donazione».
Per tutti questi motivi il 7° Capitolo Generale ha indicato come caratteristica delle Figlie dei Sacri Cuori «la vocazione salesiana vittimale», e ha riconosciuto al loro Istituto «la missione di rivelare al mondo il senso cristiano del dolore».

L'appartenenza alla Famiglia Salesiana
Le Figlie dei Sacri Cuori si sentono orgogliose di appartenere alla Famiglia Salesiana. Dichiarano questa loro appartenenza, la proclamano, la difendono. E la ribadiscono nel loro ultimo Capitolo Generale. Citano il Capitolo Speciale dei Salesiani che ha elaborato a fondo l'idea della Famiglia Salesiana, e asseriscono che le appartengono per legittima eredità. Oggi sono presenti in undici nazioni.
L'Istituto, in quanto gruppo di vita religiosa e di impegno apostolico, anche nella scelta dei suoi destinatari sottolinea la sua salesianità: le Figlie dei Sacri Cuori lavorano prioritariamente per la gioventù e i ceti popolari. Come per don Bosco, giovani e poveri ricevono la loro preferenza. È peculiare tuttavia la specificazione che fanno parlando dei poveri: «quelli a cui giunge la visita del Signore con la croce della sofferenza e della malattia».
«I malati: principalmente nei lazzaretti (ospedali per lebbrosi), quelli che per infermità proprie o della loro famiglia hanno bisogno di aiuto, tanto per la malattia che per l'educazione. I malati nel fisico e nello spirito, che negli ospedali, nelle case loro o in altre situazioni esigono la nostra presenza e azione pastorale. I poveri, specialmente gli emarginati dalla nostra società a causa dell'abbandono dei genitori, della delinquenza, di mancanza di mezzi economici e culturali». Così il loro Capitolo Generale.
Parlando della salesianità, sempre il Capitolo Generale precisa: «Don Bosco è all'inizio, come nella preistoria della nostra Congregazione, ed essa sorge, quasi da un albero frondoso, come uno dei suoi rami fecondi e vigorosi: l'Istituto appartiene alla Famiglia di don Bosco».

Per saperne di più: http://www.hijasdelossagradoscorazones.org/