I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

BOLETIN SALESIANO DEL PARAGUAY

Traduzione di Marisa Patarino

Intervista a padre Guillermo Basañes,
Consigliere mondiale per le Missioni Salesiane.

«Sono un salesiano.
Sono disponibile ad andare ovunque e per sempre».

In un clima di promozione e di impegno missionario in tutta la Società Salesiana, il Consigliere mondiale per le Missioni, padre Guillermo Basañes presenta un resoconto della sua esperienza a livello internazionale nelle Missioni Salesiane.

Padre Guillermo, che cosa significa essere missionario salesiano e qual è la sua missione?
Un anno fa sono stato nominato Consigliere per le Missioni. L'appellativo “Consigliere” significa che faccio parte del Consiglio del Rettor Maggiore. Si tratta di lavorare a stretto contatto con il successore di don Bosco, responsabile dei Salesiani di tutto il mondo, di considerare insieme al Rettor Maggiore tutto il mondo salesiano, i 132 Paesi in cui ci troviamo.
Il Consigliere per le Missioni è incaricato di aiutare il Rettor Maggiore a mantenere vivo lo spirito missionario di tutta la Congregazione. Per questo si occupa della Formazione Missionaria, dell'Animazione Missionaria e anche di accompagnare le vocazioni missionarie all'interno della Congregazione, di organizzare le attività missionarie di primo piano accanto a tutto ciò che rientra nell'ambito della solidarietà missionaria mondiale.
Essere missionario significa aver ricevuto un mandato e impegnarsi con anima e corpo, nel luogo in cui ci si trova, al servizio dei giovani. Nello specifico, però, la vocazione missionaria che noi definiamo “ad gentes” è la chiamata speciale che il Signore rivolge non necessariamente ai migliori, ma ad alcuni che ama e chiama a essere missionari non solo dove si trovano, ma a impegnarsi in altre sedi e per sempre. Questa è la vocazione missionaria.
Nella sua vita missionaria quali lezioni ha appreso?
La mia vita salesiana, specialmente in questi 20 anni, si è concentrata sull'Africa, dove ho lavorato prima come missionario e negli ultimi 6 anni come Consigliere per tutto il continente. In questi ultimi mesi, le mie nuove esperienze hanno riguardato i viaggi e le visite compiute nelle sedi salesiane in Asia. Non mi ci ero mai recato e ho scoperto l'immenso orizzonte missionario che si apre di fronte alla Chiesa e alla Congregazione in questo continente. Nello stesso tempo, sono stato vicino a molte vocazioni missionarie salesiane che stanno nascendo nel contesto asiatico, per esempio in Vietnam, nelle Filippine, in Indonesia.
Abbiamo mandato dal Paraguay missionari del Vietnam che sono già stati accolti, un missionario dall'Indonesia ecc. Questo significa che l'Asia, costituita da immensi Paesi densamente popolati, con una minoranza cristiana, sta offrendo molti missionari. Il Signore ci presenta il dono di Missionari Salesiani dal continente asiatico.
Molti missionari dedicano tutta la loro vita alla gente più povera della terra. Quale sensazione ha provato incontrandoli?
Ho sperimentato una grande soddisfazione. Un orgoglio salesiano, aggiungerei. Come figli di don Bosco, credo che ci si senta molto felici di vedere i propri figli e le proprie figlie spirituali, i membri della Famiglia Salesiana, nella consapevolezza che questo è stato uno dei sogni missionari del Fondatore: veder arrivare i suoi figli tra queste persone spesso ignorate o dimenticate.
Vedo spesso situazioni di grande isolamento, povertà, abbandono in tutti i continenti come l'Africa, l'Asia e perché no in Europa, in alcune zone molto povere e trascurate.
La prima impressione è dunque stata questa: di soddisfazione, gioia e orgoglio salesiano, per tutto quello che i figli di don Bosco hanno fatto, nella consapevolezza che è necessario continuare a essere presenti.
Pensa che i Salesiani stiano realizzando i sogni del Fondatore?
Penso che in molti casi quei sogni siano stati realizzati e per altri occorrerà continuare a lavorare. Ovviamente non si tratta di verificare per punti che cosa sia stato compiuto e che cosa non sia stato adempiuto. Ho trascorso recentemente 10 giorni a Barcellona, dove nel 1886 don Bosco fece il suo quinto sogno missionario. Nel corso di quel famoso sogno gli apparve una Pastorella che lo invitò a tracciare una linea che unisse Valparaiso (in Cile) a Pechino (in Cina) e gli mostrò tutte le missioni salesiane che si sarebbero estese praticamente in tutto il mondo.
Non si tratta di vedere e analizzare dove passi questa linea e quali terre raggiunga, ma i Salesiani di don Bosco devono mantenere sempre viva questa visione universale, il desiderio di raggiungere tutti i popoli e tutte le nazioni. In questo senso, i sogni missionari di don Bosco non saranno mai completamente realizzati. Il Signore ha ispirato questi sogni affinché i Figli di don Bosco, la Famiglia Salesiana, mantengano sempre vivo questo slancio missionario, il desiderio di andare più lontano, la consapevolezza che non saremo mai arrivati alla fine, che ci sarà sempre un altro orizzonte verso il quale dovremo dirigerci. Ci saranno sempre giovani più bisognosi, un po' oltre la sede in cui ci si trova. Il problema si presenta quando crediamo di essere già arrivati.
Questo sogno di don Bosco è interessante. Don Bosco è quasi morente, ha dato tutto, e chi ha dato tutto può dire: «Missione compiuta». Il Signore però gli ispira un sogno il cui contenuto è: «Non hai ancora cominciato». In pratica, la missione da compiere è ancora molto lunga. Don Bosco vuole dunque che i suoi figli conservino nel cuore la consapevolezza che la missione non è mai compiuta.
Quale impegno a livello globale occorre ancora adempiere per le Missioni?
La sfida che riguarda il tessuto evangelizzatore della Chiesa e anche di noi Salesiani è il confronto con ambiti in cui Cristo non è conosciuto, il Vangelo è ignorato, la Chiesa è una minoranza assoluta.
Penso ad esempio alla presenza in Cambogia, ma anche in Pakistan, nel nord del Sudan. In questi Paesi i missionari hanno una consapevolezza molto attenta e attiva, vivace e generosa, di che cosa significhi essere evangelizzatori.
Il rischio che si corre nei cosiddetti “Paesi cattolici” di tutta l'America Latina è adagiarsi nell'idea di essere “cristiani”. Quando ci si trova in un Paese in cui i cristiani costituiscono lo 0,2% della popolazione, occorre essere molto convinti e avere una consapevolezza forte e chiara di che cosa significhi essere cristiani. Se ci si adegua alla mentalità della massa cristiana, secondo la quale siamo cristiani perché tutti siamo cristiani, c'è il rischio che la consapevolezza missionaria individuale e la responsabilità apostolica si riducano.
Stiamo scoprendo che in vari luoghi in cui i Salesiani operano (Nord Africa, Egitto, Tunisia, Marocco) la loro presenza è molto circoscritta. Si tratta ad esempio di piccole scuole in cui vige il divieto assoluto di compiere qualsiasi forma di evangelizzazione. I Salesiani sanno però bene che si tratta di un'opera costruttiva e di un lavoro compiuto per il Regno di Dio e sono consapevoli di essere missionari, anche se non possono dirlo.
Lei è argentino. Perché ha scelto di andare in Africa come missionario?
Non ho mai scelto di andare in Africa. Ci sono stato mandato. Appartenevo all'Ispettoria di Buenos Aires e ho semplicemente alzato la mano pensando che si trattasse di ciò che il Signore mi chiedeva. Ho dunque detto: «Sono disponibile ad andare come missionario». Il missionario però non sceglie mai dove andare e non ho chiesto di lasciare Buenos Aires o di andare in Africa. Ho semplicemente detto: «Sono un Salesiano di don Bosco. Sono disponibile ad andare ovunque e per sempre» e sono stato mandato in Angola.
Che cosa le ha dato l'Africa?
L'esperienza africana mi ha molto plasmato, perché sono arrivato in Africa prima di diventare sacerdote. Sono dunque cresciuto come Salesiano in Africa. Ho imparato a essere Salesiano in Africa e poi in tutti questi anni sono stato al servizio di tutta la presenza salesiana in Africa, non solo in Angola. Per questo il mio cuore è naturalmente molto legato agli africani.
E adesso sono Consigliere per le Missioni, incaricato fino al 2020, e se qualcuno mi chiede: «Che cosa vorresti fare quando terminerai la tua opera di Consigliere nel 2020?»... vorrei tornare in Angola, dove sono stato inviato e dove è cominciata la mia prima missione.
Cercherò di fare quello che posso, nel miglior modo possibile, e quando questa esperienza sarà finita mi metterò sempre a disposizione dei miei superiori, che mi manderanno dove sarà necessario, dove Dio vorrà.