I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE COSE DI DON BOSCO

B.F.

Il cappotto magico

Ero un cappotto di forma classica, stravagante e fuori moda in quegli anni della metà del 1800. Il mio padrone, un certo don C., era un uomo gioviale, con qualche lato bizzarro, sicché i giovani preti allievi del Convitto Ecclesiastico di Torino si divertivano talvolta alle sue spalle. E il bersaglio preferito ero proprio io, per la mia forma eccentrica. Tanto che il mio padrone decise di non indossarmi più e mi nascose in un baule, e poi colla maggior segretezza possibile mandò il baule a casa sua in Torino.
Il vero re dell'allegria del Convitto Ecclesiastico era un certo don Giovanni Bosco, che nelle ore di ricreazione era sempre al centro delle risate.
In modo del tutto imprevedibile, proprio i superiori del Convitto, che si chiamavano Teologo Guala e don Cafasso, chiesero a don Bosco di fare un bel gioco di vera magia.
Don Bosco disse: «Chiedetemi la cosa che vi piace di più e io ve la farò apparire su questo tavolino».
Uno dei professori esclamò: «Facciamo comparire il cappotto di don C.!»
La proposta fu applauditissima e fece dimenticare tutte le altre. Don Bosco si scusò dicendo che non era possibile, e don C. gongolante gridò: «Fate pure se ne avete il coraggio, giacché il mio pastrano l'ho lasciato in campagna, l'ho chiuso sotto chiave e nessuno può prendermelo».
Don Bosco si arrese, si fece dare una bacchetta, si cinse i fianchi con un asciugamano, poi cantò e disse parole misteriose. Quindi fingendo di essere scoraggiato assicurò che non poteva riuscire. Tutti gli occhi erano concentrati su di lui. In qualche modo, c'ero anch'io, ma non vi dico dove.
Don Bosco rinnovò i segni cabalistici, e a un tratto esclamò: «Silenzio! In questo momento il cappotto è a Costantinopoli, ma lo faremo venire qui!». Poi comandò che fosse portato in mezzo alla stanza un comodino appartenente a uno dei convittori. Lo aprì, e poi invitò tutti a verificare come fosse vuoto. Lo rinchiuse accuratamente e diede la chiave al direttore del Convitto.
«Fate, fate pure», diceva con sicurezza il mio padrone, mentre un sorriso sardonico di compiacenza passeggiava sulle sue labbra.
Don Bosco, preso un aspetto ispirato, e tranciando lentamente l'aria con la bacchetta, pronunciò quattro parole misteriosissime e finì con gridare: «È fatto!».
Allora diede la chiave a don C. perché andasse ad aprire. Il mio padrone, appena ebbe quella chiave tra le mani, esclamò stupito: «Ma questa... questa è la chiave del mio baule».
Aprì il comodino con cautela ed io, l'orribile caffettano fuori moda, feci la mia comparsa trionfale in mezzo agli applausi scroscianti. Il mio povero don C. rimase a bocca aperta, mentre tutti circondavano don Bosco per farsi spiegare il miracolo del cappotto.
Don Bosco, come ogni bravo mago, non lo rivelò a nessuno, naturalmente.
Io lo so, ma non ve lo dico.

La storia
Nei tre anni passati al Convitto Ecclesiastico che aveva la sede accanto alla chiesa di San Francesco d'Assisi a Torino, don Bosco si conquistò l'amicizia e la stima di tutti: compagni e professori. Divenne anche l'anima dell'allegria e delle ricreazioni (Memorie Biografiche, volume II, p. 100 e ss).