I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

MARINA LOMUNNO

Il cortile dietro le sbarre

Il mio oratorio al Ferrante Aporti

Don Domenico Ricca (per tutti Don Mecu), da 35 anni cappellano al Ferrante Aporti, il carcere minorile di Torino. Ascoltiamo la vita e il sogno di un prete salesiano che cerca di vivere il carcere come un oratorio.

Don Mecu, partiamo dall'inizio: qual è stato il tuo primo incontro con il carcere?
Ho un ricordo personale forse insignificante, ma è da lì che mi sono accorto che esistevano i carcerati. Ragazzino di quinta elementare nel Seminario di Fossano, frequentavo la scuola dalle Suore domenicane. Ogni mattina, a piedi dal Seminario, raggiungevamo le domenicane e, lungo la strada, passavamo davanti ad un ingresso del carcere di Fossano che già allora, come oggi, ospitava detenuti condannati definitivi e con lunghe pene da scontare. Mi rimane in mente, quasi come in una fotografia, l'immagine di noi «rigorosamente in fila per due», avevo forse 12 anni. Tutti ordinati, a coppie, come in certi film sui collegi di suore: passavamo davanti al penitenziario, in mattinate freddissime, dopo grandi nevicate. Fuori c'erano i carcerati che spalavano la neve con la classica divisa del pigiama a strisce, sorvegliati quasi a uomo dalle guardie (allora si chiamavano secondini, in piemontese li chiamavamo i «girafrui»), anche loro con la divisa del tempo, color carta di zucchero. Una fotografia stampata nel mio cervello di ragazzo che oggi si rivede più piccolo dei dodicenni attuali. Quell'immagine è il mio primo ricordo del carcere e dei carcerati di quegli anni. Un mondo così lontano da noi, che dopo vent'anni è diventato la mia vita.
E la tua prima volta al Ferrante Aporti?
La storia dei cappellani salesiani al Ferrante Aporti per me comincia con don Luigi Borsello, che non ho conosciuto ma di cui avevo sentito parlare: fu cappellano del Ferrante per 25 anni fino al 1972. Il mio primo contatto con il carcere minorile di Torino avvenne nel 1977: giovane prete all'oratorio di Valdocco, ero stato ordinato il 14 giugno 1975, fui invitato per una visita al Ferrante. Mi sono detto: «Vado a vedere». Ero curioso, o forse meglio, l'idea mi appassionava. E così ci sono andato. Lì ho incontrato Nicola Iavagnilio (dal 1999 direttore, molto attento e presente). A quel tempo era educatore e con lui incontrai Rita, un'educatrice. Ho parlato per un po' con loro, mi hanno accolto molto bene, già facevano progetti... E così mi sono detto: «Ok, ci sto».
Ma non se ne fece nulla. Nel frattempo continuavo a essere prete d'oratorio e insegnante di religione alla Scuola media statale Giovanni Verga. La folgorazione è del 1979...
Come per Paolo sulla strada di Damasco?
In realtà la folgorazione avvenne come sovente avvengono le folgorazioni nella vita religiosa cioè a causa di uno spostamento di comunità. L'obbedienza religiosa mi chiede di andare in un'altra parte della città e questa parte della città è proprio davanti al Ferrante Aporti, alla parrocchia San Giovanni Bosco, Oratorio Agnelli. Ed ecco anche lì la frase storica del mio superiore: «Lì c'è il Ferrante Aporti, ci sta andando il parroco ma non ce la fa perché ha un mucchio di altre incombenze: se vuoi, vai a vedere». E allora... Quella stessa sera, andai a trovare i miei perché ero tornato il giorno prima dalle vacanze con un gruppo di giovani in Calabria. Mia madre se ne accorse, mi chiese cosa avevo. Beh, cercai di non dirle tutto, ma mi scappò: «Mi chiedono se voglio andare in galera». Non sto a raccontare il suo malcelato disappunto: ci teneva molto alla mia vocazione. Aveva paura che lì mi perdessi!
Tu conoscevi già il Ferrante Aporti?
Conoscevo solo il luogo, ho varcato la soglia con tanto tremore, lo devo dire, con in testa la battuta di mia mamma: «Ma proprio in carcere dovevi andare, proprio lì?». In seguito dirà ancora: «Ma a te non ti faranno mai parroco?». Per lei fare il parroco era il simbolo del successo per un prete. Ma ha avuto ragione: al massimo sono stato viceparroco o collaboratore parrocchiale.
Allora, con questo stato d'animo, vedendo i ragazzi, mi sono detto: «Ma questi ragazzi sono più o meno quelli che incontro all'oratorio, che ho incontrato alla Verga vicino a Porta Palazzo, ragazzi emarginati, in difficoltà». E così ho cominciato a lavorare, a proporre la stessa dinamica dell'oratorio. Anche all'Agnelli quando aprivo l'oratorio, mi mettevo sulla porta e salutavo tutti: «Buongiorno, ciao», perché qualcuno ha detto che il momento dell'ingresso e dell'uscita da scuola, dall'oratorio sono i momenti più favorevoli ad una relazione schietta, non contaminata dalle preoccupazioni, non in difesa. La dinamica della relazione l'ho avviata anche con i ragazzi del Ferrante; mi presentavo: «Sono il cappellano, se hai bisogno di me cercami», Dopo tre giorni lo rivedo e dico: «ma tu sei il tal dei tali, vieni da quel paese lì, conosci per caso quel prete», senza mai chiedergli...
“... perché sei qui?”
Mai, mai ho fatto questa domanda diretta. Però, con qualche informazione sulla sua vita, la domanda e la risposta venivano da sole: «Come fa a saperlo?». Su questo c'è un monito di san Giuseppe Cafasso ai preti - tra i quali anche don Bosco nel 1841 - con i quali visitava i carcerati: «Mai domandare fuori della confessione sacramentale, i motivi per cui erano in carcere». Don Cafasso aggiungeva ancora: «Evitare, nella catechesi, il quinto e il settimo comandamento, per non mettere il dito nella piaga e far soffrire». La mia nomina ufficiale a cappellano del Ferrante Aporti da parte della Curia avvenne il 27 ottobre 1980.
Come ti sei costruito, che idea avevi di come doveva essere un cappellano?
Non avevo nessuna idea, l'unica era quella di fare le cose che facevo in oratorio; poi mi sono accorto che alcune non si potevano fare e altre sì. Per esempio un'animazione del loro tempo libero perché i ragazzi erano tanti e le offerte formative in quegli anni erano ancora esigue.
Quando sei arrivato non c'erano i laboratori e tutte le attività che ci sono oggi
C'era pochissimo, e abbiamo costruito pezzo per pezzo: io mi sono occupato in particolare della parte sportiva e della scuola, data la mia esperienza di insegnante. Ho seguito per tanti anni i ragazzi, i loro inserimenti scolastici, dentro e fuori. Con i volontari dell'oratorio abbiamo organizzato un biennio di scuola superiore con le lezioni quotidiane a cura dei nostri volontari. Siamo riusciti a presentarne alcuni agli esami di accesso alla terza superiore, la maggior parte in ragioneria, altri all'alberghiero. C'era un bel gruppo di volontari che mi ero costruito perché, nel frattempo, ero diventato responsabile dell'oratorio e, di conseguenza, con un buon margine d'azione.

““Don Bosco ci ha insegnato che “In ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell'educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto”.
E' il nostro mantra educativo.”

Quando per la prima volta hai potuto celebrare nel carcere la tua prima Messa «come Dio comanda»?
Era la Pasqua del 2013, domenica 31 marzo: per la prima volta abbiamo celebrato la Messa in una stanza dell'Istituto ristrutturato che abbiamo adibito a cappella del Ferrante. Per me questo è un punto di arrivo, appunto un sogno che si realizzava. Erano 33 anni che attendevo che al Ferrante venisse adibito uno spazio a cappella accogliente, sempre aperta - quando è possibile - e comunque un luogo per la riflessione sulla Parola e in alcuni momenti per l'Eucarestia.
Oggi, puoi dire che hai seminato bene
Può essere, oppure vuol dire che nella dinamica di queste relazioni i ragazzi ti vorrebbero sempre appresso perché sono estremamente fragili e insicuri e se stai a questo gioco si rischia che non crescano, non prendano veramente il volo. Di ragazzi ne ho seguiti tanti e ho preso tanti schiaffoni in faccia (se penso alle ore che ho trascorso nell'aspettarli agli appuntamenti, i soldi che mi sono mangiato o che mi hanno mangiato nel sostegno spicciolo! Avrei potuto fare chissà quante altre cose, avrei potuto vivere un'altra vita con quel tempo di attesa, avrei potuto crearmi altre opportunità) sono sempre più convinto di una cosa: che alla fine non posso dire di essere rimasto con un pugno di mosche in mano. No, non è così: sono con un pugno di mosche sulle mie attese, nel senso che le mie attese sono un pugno di mosche, ma le realizzazioni dei ragazzi sono da giudicarsi in modo diverso. Ovvero, quasi paradossalmente, nel momento in cui stufo, stanco, li ho un po' abbandonati a se stessi questi hanno aperto la crisalide e hanno cominciato a volare.
Qualcuno ti ha detto “grazie”?
Dieci o quindici anni fa, ero sul treno Torino-Mestre e dovevo cambiare a Milano. Nella prima tratta mi accorgo di un giovanotto che mi fissa dal fondo della carrozza: è vestito da capotreno con una divisa di lusso. Io lo guardo ma non mi sovviene nulla. Ci fermiamo, si scende dal treno, a Milano si cambia; passando dal binario 10 al 14 ritrovo questo ragazzo dietro di me, io in attesa del treno Milano-Venezia e lui ancora lì. Stiamo aspettando che il treno parta, è vestito con la giacchetta rossa e il cappello da capotreno: mi viene incontro e mi dice: «Ma tu non sei Mecu?». Dico: «Sì, allora tu chi sei?». «Io sono Edoardo (il nome è di fantasia, ovviamente), sono stato al Ferrante negli anni, così e così, è da un po' che ti guardavo». Dico: «Ma come mai sei così ben vestito, così strafigo con quella divisa lì?». «Perché faccio il capotreno della linea Milano-Parigi». Penso: ma questo qui ci ha dato tanto filo da torcere... E mi sono venute in mente quante energie abbiamo speso tutti insieme, e finché era sotto la nostra protezione, come si suol dire, non abbiamo cavato un ragno dal buco... chissà come mai?
E come mai?
È successo che ha azzeccato l'amore, tanto per dirne una, ha incontrato una ragazza bravissima, c'è stato un feeling e, vai a sapere, è servito a raddrizzarsi. E adesso era lì nel mio stesso treno con un mestiere, orgoglioso di se stesso, orgoglioso anche di presentarsi, di farsi riconoscere, di raccontarmi. Forse anche un modo implicito per farci sapere e per rassicurarci che con lui non avevamo sbagliato tutto.
Il tuo messaggio ai salesiani?
Ho toccato con mano quanto i ragazzi siano imprevedibili anche nel bene. Don Bosco ci ha insegnato che “In ogni giovane, anche il più disgraziato, avvi un punto accessibile al bene e dovere primo dell'educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto”. È il nostro mantra educativo. Nessuno tocchi Caino è vero sempre. Buttar via la chiave non sta nelle nostre e nelle mie corde educative.