I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

Un cuore salesiano nell'inferno siriano

Incontro con don Georges Fattal, direttore della Comunità di Aleppo

«Nonostante tutto, noi salesiani continuiamo la nostra missione e il nostro lavoro, per dare sostegno e speranza ai giovani rimasti».
Puoi autopresentarti?
Sono don Georges Fattal, ho 65 anni, salesiano siriano di Aleppo, mio padre era panettiere, conosciuto in tutta la città e fino ad oggi la via dove c'era il nostro forno viene chiamata a nome di mio papà, dico questo per sottolineare che sono di una famiglia cristiana di radici aleppine, invece mia mamma è nata ad Aleppo ma è originaria di Antiochia dove abbiamo preso il nostro nome di cristiani.
Sono cresciuto all'oratorio salesiano di Aleppo, dove poi ho continuato i miei studi come allievo nella scuola salesiana. Avendo avuto un contatto giornaliero con i salesiani, frequentando la scuola ogni giorno, mi hanno attirato il loro spirito e il loro carisma. Erano molto vivaci e questa vita quotidiana con i salesiani mi ha fatto interrogare sulla mia vita. Mi sono chiesto: perché non divento salesiano anche io? E così sono divenuto salesiano dopo aver vissuto l'anno di noviziato in Libano nel 1967-1968 e sono divenuto il quarto salesiano della città di Aleppo. Sono stato ordinato prete nel 1980. Subito dopo l'ordinazione ho lavorato nella comunità di Aleppo per 4 anni, dopo di che sono andato all'Ups a Roma per la specializzazione per 3 anni; finiti gli studi sono tornato di nuovo ad Aleppo per altri 9 anni, dopo di che mi sono spostato a Kamishly per un anno e poi a Damasco per 11 anni. In seguito sono andato in Libano per 3 anni e attualmente sono ad Aleppo da 4 anni.
Come sta don Bosco ad Aleppo, oggi?
I salesiani sono presenti ad Aleppo dal 1948. Appena sono arrivati hanno fondato una scuola professionale che ha formato tantissimi giovani aleppini, cristiani e non, nell'ambito professionale. Questi giovani hanno avuto una fama in tutta la città per la formazione acquisita. Ma dal 1967 tutte le scuole private sono state nazionalizzate, e da quell'anno l'attività dei salesiani ha continuato nell'oratorio. Vorrei sottolineare che la presenza salesiana ad Aleppo ha dato tante vocazioni sia alla congregazione sia per la chiesa locale, grazie al lavoro e la missione svolta all'oratorio, tra i giovani universitari e nelle carceri di Aleppo.
Oggi continua la presenza dei salesiani ad Aleppo attraverso le attività dell'oratorio, che è aperto a tutti i giovani cristiani della città. In questo periodo, in comunità siamo in 4, di cui 3 sacerdoti, un diacono e un prenovizio.
Come vivete e lavorate?
La situazione della città e della vita si è capovolta di 180 gradi da oltre 4 anni a causa del conflitto che tuttora continua. La città di Aleppo era la capitale economica e industriale della Siria, ora è diventata una città pressoché distrutta. Oltre 3000 fabbriche sono state smontate e portate via, tantissima gente ha perso casa e lavoro, e cerca qualsiasi possibilità per sopravvivere.
Nonostante tutto, noi salesiani continuiamo la nostra missione e il nostro lavoro, volendo dare sostegno e speranza ai giovani rimasti, attraverso le varie attività di gruppi, associazioni, catechismo, adorazione, incontri formativi, sport e così via.
Come stanno i giovani e la gente cristiana?
Come dicevo prima, la situazione della vita quotidiana è precaria, e questo si riflette sulla vita morale e spirituale della gente.
Ogni famiglia ha la sua storia con questa guerra, oramai non esiste quasi una famiglia che non abbia perso una persona cara in questo conflitto o a causa della morte o a causa dell'immigrazione o a causa della paura della morte. Questo non vuol dire che la gente non ama il suo paese e la sua città ma è costretta a fare questo esodo fuori dalla Siria, perché sono ai limiti della disperazione, perché non sanno che cosa e come fare.
Il problema attuale dei giovani e della gente è la mancanza della speranza e di una visione un po' chiara del futuro! Per noi una grande sfida è che abbiamo cercato di lavorare su questo problema attuale con la chiesa locale, organizzando degli incontri per radunare i giovani cristiani universitari e anche quelli della scuola superiore. In questi incontri abbiamo cercato di dare speranza e gioia.
Quali sono le necessità più urgenti?
La pace, la sicurezza della vita, poter perdonare... La gente ha bisogno di lavorare per poter mangiare, quindi se non c'è lavoro non possono mangiare: noi qui cerchiamo di dare ogni mese aiuti alle famiglie dei nostri oratoriani attraverso “pacchi viveri” che costano circa 50-60 euro per ogni famiglia e anche degli aiuti mensili in contanti per ogni famiglia di circa 65 euro. Dico le cifre per farvi capire il livello della vita che viviamo. E questi aiuti che distribuiamo ci arrivano grazie a tanti benefattori e alla Provvidenza che non manca mai, come diceva il nostro padre don Bosco.
Quali episodi e testimonianze vorresti raccontare?
Come comunità oratoriana abbiamo vissuto tantissime esperienze profonde ma anche dolorose, ad esempio abbiamo vissuto l'esperienza della morte di alcuni dei nostri oratoriani: circa un anno e mezzo fa abbiamo perso un nostro ragazzo di nome Jack che stava aspettando il bus dell'oratorio per venire al catechismo con altri ragazzi, quando è caduto un mortaio vicino alla fermata causando la morte di Jack e le ferite di alcuni ragazzi. E un mese fa abbiamo perso altri due giovani oratoriani con la loro mamma a causa di un attacco missilistico dei militanti, e purtroppo di uno dei fratelli non siamo neanche riusciti a trovare il corpo.
Potrei raccontare ancora tantissime esperienze di persone rapite e poi rilasciate dopo aver pagato una grande somma di denaro, il rapimento ha colpito persone laiche ed ecclesiali: fino a questo momento non si sa che fine hanno fatto i due vescovi della chiesa siriaca ortodossa e quello della chiesa greco ortodossa, più due sacerdoti che non si sa che fine hanno fatto dopo il loro rapimento. L'esperienza del dolore continua tuttora ad Aleppo, tanto che alcune persone l'hanno soprannominata “fonte del dolore”!
C'è speranza?
Ovviamente da uomini cristiani e consacrati cerchiamo di vivere la speranza cristiana profondamente e fino alla fine. Lavoriamo per trasmettere la gioia e seminare la speranza tra i nostri giovani, ciò non toglie la difficilissima situazione reale, abbiamo speranza che tutto questo finisca il più presto possibile e che la Siria torni com'era una volta, che la pace torni ad abitare in questa terra, ma dico di nuovo che finché non comincia il dialogo e tacciono i fucili, non si può dire che c'è veramente speranza.

UNA MORSA MORTALE
Da mesi i missili piovono sui quartieri cristiani di Aleppo. Tre cattedrali sono state bombardate. Il governo siriano non è più in grado di proteggere i cristiani, che sempre più numerosi fuggono verso la costa. Non hanno più scelta: partire o morire. Il cardinale Rai, patriarca d'Antiochia, in un vibrante discorso all'Unesco ha implorato: «Grido per dare voce a quelli che attendono la fine della notte e sperano la salvezza da una comunità internazionale che purtroppo tarda ad arrestare l'opera di morte di assassini senza fede e senza frontiere».