I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

«O mi date il premio che merito o tenetevi anche il diploma di partecipazione»

La decisa protesta di don Bosco all'Esposizione Nazionale della Scienza e della Tecnica di Torino del 1884.

L'ormai imminente EXPO milanese, in cui sarà operativa una "casa don Bosco", richiama subito alla mente l'Esposizione nazionale della Scienza e della Tecnica tenutasi al Valentino di Torino nel 1884, la prima e anche la più grande che si sia tenuta dopo l'unità nazionale (1861). Nonostante l'orientamento anticlericale e massonico dell'Esposizione stessa, intesa a magnificare il progresso e la ragione dei lumi contro l'"oscurantismo cattolico" - o forse proprio per questo - don Bosco voleva parteciparvi. Non così alcuni suoi più stretti collaboratori, i quali avanzavano comprensibili perplessità sul senso e i rischi che comportava una simile operazione commerciale-industriale da parte di un'istituzione educativa povera come quella salesiana. Don Bosco li convinse della bontà della sua idea e, forte della sua statura ormai internazionale, ottenne dai responsabili dell'Esposizione - sia pure con scontate diffidenze e resistenze - di poter disporre, accanto alla "galleria" (padiglione) ufficiale, di una "galleria" tutta e solo sua, lunga quasi 60 metri. La fece sormontare dalla scritta a caratteri cubitali: "Don Bosco: fabbrica di carta, tipografia, fonderia, legatoria e libreria salesiana".
Un'autentica meraviglia
Aveva in effetti bisogno di tale spazio. Intendeva mostrare ai visitatori l'intero processo della produzione di un libro, partendo dagli stracci, selezionati, spolverati e ridotti in pasta, passando per la fabbricazione della carta, la fusione dei caratteri, la stampa vera e propria, la rilegatura con tanto di fregi, illustrazioni, incisioni, e arrivare finalmente all'esposizione del testo, piccolo o grande che fosse, sul bancone di vendita.
Gli impianti e macchinari che vi fece montare, divisi in reparti, erano numerosi: la sola macchina per fare la carta era lunga 50 m e larga 5 m, con tanto di caldaia a vapore che mandasse appunto il vapore nei cilindri che prosciugavano la carta, caldaia a sua volta azionata da un motore a gas; da Valdocco era stata trasportata la macchina apposita per tagliare la carta, quella per ridurre i fogli nel formato voluto, quella per la rigatura dei quaderni, quella per fondere e imprimere caratteri sulle rilegature; la macchina tipografica era addirittura arrivata dall'estero. Tutti questi impianti venivano attivati, sotto gli occhi dei visitatori, da una ventina di addetti, operai e giovani di Valdocco, i quali lavoravano a ciclo continuo, in quanto pranzavano sul posto di lavoro grazie a vivande calde portate loro da un carro appositamente attrezzato proveniente da Valdocco e che a sera portava a Valdocco i libri prodotti lungo la giornata.
Uno spettacolo nello spettacolo per tutta la settimana, tranne la domenica, in cui il padiglione salesiano rimaneva chiuso, quasi una sorta di pacifica "contestazione" di un'organizzazione capitalistica del lavoro che non permettesse il riposo festivo. I responsabili a malincuore dovettero accettare la decisione di don Bosco, limitandosi a criticarla sui giornali liberali. Qualche polemica speciosa fu sollevata anche per la macchina estera e non di produzione nazionale. Purtroppo si ebbero anche due incidenti sul lavoro, per fortuna non particolarmente gravi.
Lo scandalo
Ma alla fine si arrivò allo scandalo, giudicato imbarazzante anche dai liberali non faziosi. Gli impianti inediti e modernissimi del padiglione salesiano avevano infatti attirato il maggior interesse dei visitatori e un reale compiacimento del grande pubblico. Eppure a metà ottobre gli veniva assegnata una semplice medaglia d'argento e non quella d'oro che invece si andava distribuendo in abbondanza ad altri espositori a suo giudizio meno meritevoli. Per la cartiera poi, "la regina delle macchine" colà esposte, gli si assegnava solo una semplice attestazione di benemerenza, escludendola dai concorrenti e dai premiati.
Don Bosco fece immediatamente le sue rimostranze alla Giuria incaricata di esprimere un verdetto provvisorio, ma prevedendo che non sarebbero state accolte, due giorni dopo, il 25 ottobre, deciso come non mai a difendere i suoi diritti e quelli dei suoi giovani, si rivolse direttamente al Comitato esecutivo dell'Ufficio Giuria di Revisione con una lunga lettera.
La solenne protesta
Don Bosco aveva dalla sua parte anzitutto i numeri: citava infatti nella lettera le 300 mila copie dei Classici Italiani distribuiti mensilmente dalla sua tipografia per 16 anni, i due milioni di copie delle mensili Letture Cattoliche, i sei milioni di copie del Giovane Provveduto arrivato alla centesima ristampa e via via tutte le altre apprezzate pubblicazioni per la scuola. Sottolineava poi i prezzi "modicissimi" di tali volumi, nonostante la raffinatezza di caratteri e di carta, e soprattutto il fatto che erano i suoi giovani artigiani a produrli e confezionarli. Non mancava puntigliosamente di precisare che la giuria aveva deliberato senza visitare lo stand e fare i necessari confronti e che l'adozione di una macchina estera era uno sprone in più "per l'arte e il lavoro con vasta produzione".
Concludeva la sua missiva con forza: qualora non fossero state prese in considerazione le sue osservazioni dandogli il giusto riconoscimento, egli rinunciava a "qualsiasi premio ed attestato", anzi diffidava di pubblicare alcunché a suo riguardo, tanto del verdetto quanto del premio o attestato medesimo.
Don Bosco, deciso e sicuro di sé come non mai, preferiva il silenzio stampa alla diffusione di notizie che sancivano pubblicamente un'ingiustizia. Invece il Comitato, meschino e dispettoso, ideologicamente condizionato, non se la sentì di procedere alla revisione del verdetto, attirandosi così pubblica disapprovazione nell'opinione pubblica. Don Bosco ovviamente, viste respinte le sue rivendicazioni, dette ordine di non ritirare il diploma di partecipazione, soddisfatto comunque di aver promosso "in un col benessere morale e materiale della gioventù povera ed abbandonata, il vero progresso eziandio delle scienze e delle arti" e di aver dimostrato con i fatti che la chiesa cattolica, con lui, non era contraria al progresso.
Del resto, lontano da Torino, in America Latina un gruppo di pionieri salesiani da anni erano intenti a impiantare osservatori meteorologici, a redigere cartine geografiche, a tracciare strade, a deviare canali, a irrigare terre improduttive, a costruire chiese, collegi, scuole, ospedali magari con materiali mai visti laggiù (i mattoni), a far conoscere al mondo terre inesplorate e culture, purtroppo, in via di estinzione. La società scientifica e tecnica non aveva nulla da temere dagli uomini di fede come don Bosco e i suoi "figli".