I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

Don Bruno Roccaro
"Sono a Cuba da 45 anni"

Abbiamo davanti una grande sfida, però ci sono spiragli di luce

Puoi autopresentarti?
Sono don Bruno Roccaro, veneto, ultimo sopravvissuto di diciassette fratelli. Ho già compiuto 94 anni. Come sacerdote sono stato sempre in case di formazione: Castello di Godego, Nave, Cison, Seminario interdiocesano dell'Avana. Laureato in matematica a Padova e abilitato all'insegnamento nelle scuole superiori in matematica e fisica in Roma. In Cuba ho vissuto per venticinque anni nel Seminario S. Carlo come coordinatore degli studi umanistico-filosofici. Per ventidue anni delegato dei salesiani in Cuba, questo mi ha obbligato ad avere relazioni con molte autorità ecclesiastiche, civili e con i religiosi di Vita Consacrata.

Perché hai deciso di partire per le Missioni?
Non ho deciso; ho accettato. Anche se fin da chierico avevo sognato le missioni, perché avevo già un fratello in Cile e una decina di nipoti tutti missionari. La mamma era già avanti con gli anni, avevo abbandonato la mia idea, accontentandomi di inculcare nei giovani salesiani lo spirito missionario. Nell'anno 70, al termine dei tre anni di direttore a Nave, il Rettor Maggiore don Ricceri mi chiese di andare a Cuba, per collaborare alla formazione dei sacerdoti. Sono arrivato al Seminario S. Carlo di Cuba il 13 ottobre del 1970, a cinquant'anni compiuti. Ho condiviso per venticinque anni la vita dei futuri sacerdoti e altri sette da insegnante esterno. Dopo quarantacinque anni, sono ancora qui, contento di essere venuto anche se per una missione non pensata.

Ti è costato molto?
No, per me l'obbedienza è fonte di pace e fecondità. Inoltre ho sempre cercato di amare ciò che non mi piace e ciò che si ama non costa.
Al principio mi sono preoccupato un poco perché non conoscevo la lingua e avevano bisogno di un professore di filosofia. Ho messo i miei libri di matematica e fisica in uno scaffale e non li ho più toccati. Mi sono messo a disposizione. Ho insegnato cosmologia e sociologia, sotto la guida dell'Arcivescovo dell'Avana e nel tempo libero andavo dove c'era bisogno, così ho conosciuto la maggior parte delle parrocchie di Cuba.

Ci puoi descrivere l'opera di Habana Compostela?
Habana-Compostela è attualmente, delle cinque comunità, la più problematica. È una comunità inserita nella parrocchia del Cristo del Buen Viaje, che abbiamo animato pastoralmente fino a due anni fa. La costruzione è parte dell'ex Convento delle Carmelitane, patrimonio nazionale, in via di ricostruzione da parte del Comune della città. La Chiesa è bella ma per il momento non accessibile. La comunità, una volta piena di vita, è ridotta di numero e spazio. Ciò nonostante funziona un mini oratorio, con corsi di inglese e informatica con 150 alunni. Si pensa di prepararla come sede della Delegazione.

Come sono i giovani che hai incontrato?
In tanti anni mi sono incontrato con adolescenti e giovani di tutta l'isola. Non considero corretto accomunare tutti sotto un'unica etichetta: ci sono bianchi, neri e mulatti; diversi sono i giovani dell'inizio della rivoluzione e quelli di oggi, quelli della campagna e quelli delle città, i cattolici e quelli delle numerose sette e credenze diverse e i militanti della UJC (la gioventù comunista). Mi limito ad alcuni tratti. Sono vivaci, intelligenti, più intuitivi che ragionatori, facili a discutere su tutto, allegri, furbi. Amanti del ben vivere e vestire, della musica, del ballo, dell'arte. Si entusiasmano facilmente e facilmente si scoraggiano. Sono creativi, accoglienti, con forte senso della solidarietà. Molti pensano a emigrare e molti emigrano anche con rischio della vita, alla ricerca di un futuro migliore. Personalmente, con loro ho sempre lavorato con piacere perché accompagnandoli e coinvolgendoli, collaborano. Attualmente la pastorale giovanile deve affrontare una grande sfida: come trasmettere il Vangelo a giovani cresciuti e indottrinati in un ambiente completamente estraneo alla fede, o per lo meno indifferente se non ostile, con una famiglia sfasciata, con un'educazione che si preoccupa più della morale sociale, che di quella personale e meno che mai di quella cristiana.

Cuba è veramente in cammino verso la libertà e la prosperità?
Non sono un politico né un giornalista, ma per quanto ho visto, letto e vissuto in questi anni, mi pare di poter dire che la Cuba comunista di Fidel Castro è stata vista da parte dell'America latina come un modello da imitare nella promozione della cultura, della salute, dello sport. La conquista del prestigio internazionale però non ha consentito di sviluppare l'agricoltura, l'industrializzazione, le vie di comunicazione, la conservazione degli edifici, la costruzione di nuove case frequentemente danneggiate dagli uragani.
Pochi anni fa furono pubblicati dei "nuovi lineamenti" orientati a favorire la produzione agricola, le industrie, il lavoro artigianale, la struttura turistica, gli investimenti stranieri con forte aumento dell'interscambio commerciale con Cina, Russia, Brasile, Venezuela. Ma è un movimento lento.

Qual è la situazione della Chiesa a Cuba?
Come la Chiesa universale anche la Chiesa cubana è in movimento. I cattolici, tanto la gerarchia come i laici, hanno appoggiato la lotta dei ribelli sia sui monti sia nelle città. Ma la Rivoluzione finì per privare la Chiesa di tutte le strutture pastorali, e questa, svuotata anche di personale, vide drasticamente diminuire il numero dei fedeli. Al mio arrivo a Cuba i sacerdoti erano ridotti a 200 (prima erano più di 800), le religiose meno di 300 (prima erano almeno 2200). Cercando di sopravvivere di fronte alla pressione di un ateismo militante, la Chiesa cubana soffre in silenzio, ma in attesa. Comincia un lento progressivo risveglio; la Chiesa è ancora viva. Avvenimenti internazionali e nazionali, tanto civili quanto religiosi, hanno influito sulla visione della religione e della Chiesa. Un grande convegno del 1986 è stato come una nuova Pentecoste, generatore di entusiasmo, di cui si stanno raccogliendo i frutti. Feconde sono state le posteriori visite di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, così come l'appoggio, anche economico, delle conferenze episcopali della Germania, dell'Italia, degli USA e di altre Istituzioni benefiche.
Oggi la Chiesa ha riorganizzato le sue strutture pastorali, sono state create cinque nuove diocesi. Il Direttorio della Conferenza Nazionale Cubana dei Religiosi del 2014 registra 585 religiose (25,5% cubane), 189 religiosi (23% cubani), i sacerdoti superano i 400. È stato costruito un Seminario nuovo, i candidati al sacerdozio hanno sempre superato i cinquanta. Quest'anno ha già pubblicato il suo quarto "Piano pastorale nazionale". Si sono moltiplicate le manifestazioni religiose pubbliche, si sono potute riparare varie chiese danneggiate. Il dialogo Chiesa-Stato, sempre cercato e non sempre concesso, si è fatto più facile e frequente.

Come va la Congregazione Salesiana in questa nazione?
In Cuba la Congregazione ha seguito la sorte della Chiesa: fu spogliata di tutti i centri educativi e di formazione. Rimasero 9 salesiani che animavano 4 parrocchie: Santiago de Cuba, Santa Clara, San Juan Bosco a l'Avana-Vibora, la Chiesa di Maria Ausiliatrice a l'Avana Vecchia, aspettando la sistemazione della nostra parrocchia.
Hanno sempre conservato una mini catechesi, gruppi ridotti di adolescenti e giovani. Alla fine degli anni Sessanta, padre Iginio Paoli diede inizio alle "Convivenze mobili di giovani" mobili perché, per non richiamare l'attenzione, si riunivano ogni giorno in luoghi diversi. Questa iniziativa è stata progressivamente assunta dalle varie diocesi ed estesa agli adolescenti, alle famiglie e oggi sono una feconda attività formativa. Cuba, al momento della fondazione nel 1952, è stata sede della Ispettoria delle Antille, insieme a S. Domingo, Haiti, Porto Rico: adesso è ridotta a Delegazione. A partire dagli anni Ottanta sono arrivate alcune vocazioni cubane. Oggi, i salesiani operano a Santiago di Cuba con una parrocchia, due cappelle e una ventina de "Case missione". E un fiorente oratorio pieno d'iniziative.
A Camagüey, abbiamo una grande parrocchia, 4 cappelle, quasi parrocchie, e più di 20 piccole comunità in campagna. C'è una bella parrocchia a Santa Clara, ben organizzata, vivace. Qui ha operato don Giuseppe Vandor, di cui è stata introdotta la causa di beatificazione. Opera qui anche un Centro di Comunicazione sociale.
Nella capitale, l'Avana, ci sono due opere: la parrocchia san Giovanni Bosco, nel quartiere di Vibora, con una bella chiesa, una comunità ben organizzata che ha organizzato anche corsi di lingue e informatica, molto frequentati; e Habana-Compostela dove vivo io.

Come vedi il futuro?
Non sono profeta, ma penso che questo processo di avvicinamento continuerà a migliorare. Per i religiosi, e anche per noi salesiani, credo sia giunto il momento di accentuare la propria identità e carisma, doni preziosi alla Chiesa e alla società. Difficoltà e limitazioni persistono, però ci sono spiragli di luce. La flessibilità e creatività di don Bosco ci aiuteranno a immaginare iniziative compatibili con il sistema.