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SALESIANI NEL MONDO

Christina Tangerding

foto: Don Bosco Mission

Lothar Wagner
Un salesiano nell'occhio del ciclone ebola

"Non sono mai stato così contento di vivere qui e ora"

In Africa occidentale il virus ebola si sta diffondendo a una velocità spaventosa. Sebbene sia dedicata un'attenzione specifica a questo grave problema, gli esperti prevedono che la situazione peggiorerà. Il salesiano coadiutore Lothar Wagner, direttore del Centro "Don Bosco Fambul" (in italiano: famiglia) a Freetown, in Sierra Leone, è impegnato in un'assistenza costante insieme ai suoi collaboratori.

Signor Lothar Wagner, da quando l'epidemia ha cominciato a dilagare, lei si è messo all'opera insieme ai suoi collaboratori per prestare aiuto alla popolazione. Che cosa fate esattamente?
Accogliamo orfani dell'ebola e bambini abbandonati che sono stati colpiti in modo particolare dall'epidemia. Ci occupiamo anche di giovani la cui situazione non riscuote più particolare interesse: ragazze che hanno subito violenza, che ospitiamo nella nostra casa di accoglienza per ragazze e donne, e ragazzi che si trovano in carcere. In questo momento non sono quasi più in corso indagini di polizia e processi. Chiunque può allora attaccare le ragazze, e i ragazzi attendono in prigione in condizioni indegne. Anche qui abbiamo portato un aiuto significativo.
Operiamo inoltre nell'ambito di una campagna di informazione tramite un servizio telefonico dedicato. Cerchiamo così di arginare l'epidemia e prevenire ulteriori decessi. Alla fine di settembre è stato preparato il registro nazionale dei bambini e degli adolescenti colpiti da ebola. Mentre pochi mesi fa questo servizio dava principalmente consigli per la prevenzione, adesso chiamano solo bambini e giovani direttamente colpiti dall'epidemia: orfani, bambini in quarantena o bambini che avevano contratto la patologia e sono stati rifiutati dalle famiglie. Le chiamate sono sempre più numerose. Sono state messe a disposizione 20 nuove linee e il numero di contatti è triplicato. È stato implementato un nuovo software, grazie al quale è possibile gestire più rapidamente le informazioni e prestare un'assistenza più mirata e controllata.
E ci occupiamo anche delle persone che ci aiutano. Distribuiamo equipaggiamenti di protezione, e innanzitutto forniamo una preparazione e una formazione continua. È una questione di sopravvivenza nel vero senso della parola.

Come si fa fronte alla paura?
Sono bravo a sopprimerla (ride). La paura viene solo quando c'è un caso sospetto presso il nostro istituto. Questo è successo due volte. In tal caso, tutto deve funzionare senza problemi. Isolamento immediato, terapia e chiamata dei medici. E se ci vuole del tempo prima che il bambino venga preso in consegna, sono molto agitato, torturato dalle domande, se ad esempio proteggiamo a sufficienza gli altri bambini e il personale da tali casi... Ma non possiamo chiudere ora. Ci sono molti dilemmi di natura etica che dobbiamo affrontare.

Che ruolo hanno Dio e la fede in questo contesto?
Senza Dio e la mia relazione con lui, sicuramente non sarei qui. O mi nasconderei nel mio ufficio a curare la logistica al computer, per zittire la coscienza. Ma non sono mai stato così contento di vivere qui e ora. Sì, sono felice. Gli incontri quotidiani con i bambini e i giovani sono per me incontri con Cristo. Sono alla Via Crucis del nostro tempo, offrendo il panno della Veronica, contribuendo a portare la Croce. Ora sono i bambini che attualizzano Cristo nella mia vita. Attraverso di loro e attraverso Gesù so che la mia vita non finirà con la crocifissione, ma che celebreremo la Pasqua.

È ancora possibile pianificare la vita quotidiana al Centro?
No, tutto brucia! Si presentano continuamente situazioni in cui dobbiamo intervenire subito. Ad esempio, pochi giorni fa centinaia di famiglie povere e con molti figli hanno ricevuto generi alimentari dal "Don Bosco Fambul". Abbiamo avuto la possibilità di mettere a disposizione di una casa per bambini giocattoli e generi alimentari. Molti ospedali sono chiusi, e attualmente 18 bambini e adolescenti del "Don Bosco Fambul" affetti da HIV non ricevono farmaci. È stato predisposto un piano di emergenza che deve affrontare la situazione globale del paese in questo senso, che attualmente è molto problematica.
Al "Don Bosco Fambul" sono stati cancellati tutti gli eventi fino alla fine dell'anno, tra cui la messa annuale per il centro di formazione professionale e la festa di fine corso. Sono particolarmente impegnato: i bambini ci chiamano e confidano la loro sofferenza, e noi informiamo le autorità locali e la comunità internazionale, che sono anche presenti sul posto con numerose organizzazioni. Non sembra però che l'aiuto diretto ai giovani costituisca una priorità. Poi usciamo con le nostre auto e cerchiamo di alleviare le difficoltà che si presentano a livello nazionale. Spesso combattiamo battaglie perse. Abbiamo possibilità limitate ed è penoso riscontrare che a volte non possiamo offrire un aiuto diretto o tempestivo. Questo mi preoccupa molto.

Voi e i vostri collaboratori vivete nel costante pericolo di infettarvi. Come vi difendete?
I bambini, i giovani e i collaboratori arrivano da noi e si recano in altre sedi. In questo momento informiamo dettagliatamente tutte le persone che ci aiutano in merito alle misure di sicurezza e di protezione. Dobbiamo essere più che mai buoni osservatori. Come si comporta un bambino? Dorme su una panchina o ha la febbre ed è malato? Ogni tre ore occorre misurare la temperatura. Le procedure per il ricovero durano più a lungo a causa delle ricerche da compiere in merito alla documentazione clinica riguardante la persona e la situazione del suo ambiente nelle ultime tre settimane. Vengono ricoverati molti orfani e bambini colpiti dalla patologia. Dobbiamo avere molta pazienza.
La situazione diventa ad esempio critica con i casi sospetti. L'abbiamo già sperimentato due volte. Poi tutto deve funzionare. Occorre procedere subito con l'isolamento, indossare indumenti di protezione che coprano completamente il corpo, prestare le prime cure e chiamare un medico. E se tutto questo richiede un certo tempo, mi ritrovo in grande tensione, e mi tormento a domandarmi se salvaguardiamo gli altri bambini e il personale in modo adeguato. Grazie a Dio i due casi che ci si sono presentati sono risultati negativi.
In realtà, io non posso e non dovrei rifiutare l'ipotesi di un rischio. Qui tutti siamo a conoscenza di questo rischio e ce lo assumiamo per aiutare i giovani.

Di fronte all'epidemia di ebola, qual è la situazione dei bambini e dei giovani?
I bambini e i giovani sono molto ansiosi e insicuri. Le scuole sono chiuse e i campi da calcio sono vuoti. Oltre 2000 bambini hanno perso i genitori a causa del virus. Molti altri hanno contratto la malattia e sono morti. In particolare nelle zone rurali, dove l'assistenza medica non c'è o è praticamente inesistente. E un enorme numero di bambini che è stato possibile curare continua a essere emarginato dalle famiglie e dalle comunità.

L'ONG salesiana è anche nota per i suoi operatori sociali che si preoccupano dei bambini di strada a Freetown.
Esatto. E dal 1° dicembre siamo sulla strada ancora di più nella notte, dato che per le strade si trovano i primi orfani dell'ebola. 20 assistenti sociali vanno nella notte per le "periferie", come papa Francesco ci chiede di fare. Perché come religiosi dobbiamo svegliare e scuotere la società.

Quali sono i passi più importanti che l'Africa occidentale deve compiere nel più breve tempo possibile per arginare l'epidemia?
Abbiamo bisogno nel più breve tempo possibile di almeno 5000 posti letto per pazienti colpiti dal virus ebola, di un maggior numero di laboratori che possano eseguire immediatamente test per individuare il virus, e naturalmente di personale specializzato. Più ritardiamo, più la battaglia contro il virus ebola diventa costosa. Ho sentito molte dichiarazioni di intenti, ma questo non ci aiuta. Sono deluso. E c'è anche un equivoco. Sono naturalmente contento perché 5000 militari e civili presteranno la loro opera volontariamente. Questo però non significa che ora avremo qui davvero 5000 collaboratori dei quali abbiamo davvero urgente bisogno. Ho capito che arriveranno solo 150 volontari, che ogni sei settimane saranno sostituiti. Ho cercato per settimane di avere qui in loco un termometro a ultrasuoni dalle Nazioni Unite. Non ho avuto alcun risultato. Al "Don Bosco Fambul" ci prendiamo cura di 2000 giovani, nella casa delle donne, in carcere, per strada. E io, in qualità di direttore, non posso proteggere adeguatamente i miei collaboratori e i giovani e dipendo da iniziative private.
L'aiuto da parte della comunità internazionale è dunque tiepido e anche confuso. L'aiuto proposto non è ancora adeguato alla situazione attuale. E non cambierà nulla fino al momento in cui gli aiuti promessi arriveranno qui. I politici dovrebbero anche comprendere che i trasferimenti di denaro ai governi locali hanno poco significato, qui. Purtroppo questa emergenza non è analoga alla crisi dell'euro, per la quale si può attendere. Abbiamo bisogno di ospedali mobili, laboratori, reparti di isolamento, materiale di protezione e anche di personale qualificato e del know-how che permetta di curare i pazienti e di proteggersi, di personale che abbia un'idea dell'organizzazione e della logistica senza volersi arricchire.