I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

EDITORIALE

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Svegliati, Europa!

Il cosiddetto "Progetto Europa" non comincia sulla carta né sul tavolo del Consiglio Generale, ma nel nostro cuore. Dobbiamo coltivare questo desiderio di "essere" più che di "fare", il desiderio di unità nella bellezza della diversità, il desiderio di rinforzare i nostri legami come famiglia di popoli.

"Fate attenzione, vegliate!" ci dice molte volte il Vangelo.
Gli evangelisti sottolineano in questo modo un'insistenza tipica di Gesù detta in diversi modi. L'invito è a fare attenzione e vegliare per non addormentarci, cioè rimanere "svegli". Addormentarsi, infatti, significa chiudere gli occhi, chiuderci all'attenzione dell'esterno e degli altri, spegnere le luci del nostro discernimento e l'energia della nostra forza, rimanendo immobili, tralasciando di ascoltare e vedere la realtà... Chi pensa più all'eredità ricevuta e si addormenta sui tesori ricevuti, corre il rischio di diventare parte di un museo, anche senza accorgersene, e quindi, diventare anacronistico.
Carissimi, la ricca Europa, e non lo dico tanto in senso economico, ma piuttosto culturale, storico e sociale, ha questo rischio.
Papa Francesco ha avuto il coraggio di chiamarla "nonna" in presenza degli eurodeputati pochi giorni fa, e l'ha caratterizzata come "invecchiata". Facciamo attenzione e vegliamo perché i nostri tesori storici e carismatici europei diventino le nostre forti e succulente radici e non il legno della nostra bara.
Ma c'è una seconda immagine che mi viene in mente al sentire la parola "vegliate" ed è l'immagine di una mamma che, sveglia, non si separa dal suo piccolo figlio ammalato e aspetta, con serena e fiduciosa attesa, che sia sfebbrato. Quindi, vegliare è anche aprire il cuore agli altri, soprattutto a quelli che sono i "nostri figli", che nel buio e in momenti di difficoltà hanno bisogno di "un amico che si prenda cura di loro" come dice don Bosco a riguardo dei giovani carcerati, nelle Memorie dell'Oratorio.
Tante volte i nostri ragazzi e ragazze, come la gente dei nostri popoli, e anche i nostri confratelli fanno salire al cielo le stesse parole del profeta Isaia: "Tu, Signore, sei nostro padre, / da sempre ti chiami nostro redentore. / Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie / e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? / Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. / Se tu squarciassi i cieli e scendessi!".
Ma noi siamo testimoni del kairos già avvenuto! Giacché noi siamo testimoni non solo dei cieli squarciati ma anche della terra squarciata perché il Figlio Santo di Dio è venuto sulla terra a cercare Adamo e come non l'ha trovato sulla terra è andato fino all'Hades a cercarlo!, come dice una bella preghiera pasquale della liturgia bizantina di Giovanni Damasceno.
Noi, carissimi fratelli, abbiamo la grande sfida dei tempi che viviamo e che sono come sono, non come erano o come vogliamo immaginarli. In questo senso, noi dobbiamo essere testimoni di gioia e di speranza; di un umanesimo ottimista; della bellezza della dignità dell'uomo, una dignità che non è tale se non è aperta alla trascendenza; siamo testimoni della bellezza e forza della comunione che non è mai una semplice giustapposizione di particolarità e differenze, ma l'intreccio della diversità, in tal modo che questo armonico intreccio viene a dare splendore e senso all'unità.
In questi giorni il nostro grande tema è l'identità della nostra presenza nel subcontinente europeo.
L'Europa viene vista oggi come una famiglia di popoli che ancora non riesce a ripristinare la sua propria identità, perché negli ultimi decenni ha dimenticato le sue radici umanistiche e cristiane, e anche quelle che emergono dall'intreccio delle diverse etnie antiche, e dalle diverse radici culturali e religiose che da millenni sono presenti tra di noi.
La preziosa immagine della famiglia, usata anche da papa Francesco a Strasburgo, è per noi come un gioiello perché l'icona della famiglia è molto radicata nella nostra identità salesiana. Noi possiamo dare molta vita ancora in questo continente che non è più vecchio degli altri in quanto continente, ma che con mentalità eurocentrica così si è pensato e anche per quello, magari, si è, infatti, invecchiato.
Noi siamo animatori di una nuova vita che potrà far ringiovanire le comunità e presenze, aiutando a risvegliare il tipico umanesimo europeo, l'arte e la scienza a "misura umana", il prendersi cura di coloro che sono più dimenticati, più in pericolo, più emarginati. Noi abbiamo la grave responsabilità di animare e governare in Europa le nostre presenze perché diventino case aperte a tutti, dove si respira speranza e memoria, semplicità e familiarità, interculturalità e integrazione generazionale ed etnica, rispetto per le differenze e costruzione dell'unità.
L'Europa viene chiamata a essere aperta a tutti i popoli del mondo, apportandone la propria ricchezza umana e culturale e ricevendo dal resto del mondo altre ricchezze delle diverse culture e popoli. E noi, salesiani, siamo presenti in questa realtà in modo molto vivo e coinvolto. Ma non possiamo essere significativi in questo contesto, e non possiamo affrontare queste sfide, se non svegliamo per primo il nostro cuore, se non vegliamo con attenzione e tenerezza su questa realtà europea, soprattutto sulle nuove generazioni.
Carissimi, il così detto "Progetto Europa" non comincia sulla carta né sul tavolo del Consiglio Generale, ma nel nostro cuore. Solo se portiamo questo desiderio di "essere" più che di "fare", il desiderio di unità nella bellezza della diversità, il desiderio di rinforzare i nostri legami come famiglia di popoli, potremmo vivere veramente la "testimonianza di Cristo [già] stabilita tra [di noi] così saldamente che non ci manca più alcun carisma". Solo con Lui e radicati in Lui, e con l'aiuto materno della nostra Madre Ausiliatrice potremo "aspettare la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo" insieme al popolo multietnico, plurireligioso e multiculturale che cammina in Europa, e insieme a tutti i popoli della Terra.