I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

ROBERTO GONTERO - VOLONTARIO OMG - PRESIDENTE NAZIONALE A.GE.S.C.

DON ALDO RABINO

Morto a Maen (Ao), il 17 agosto, a 76 anni

Amico, maestro e padre. Questo era don Bosco per i suoi ragazzi. Questo è stato don Aldo per noi dell'Omg. Tantissimi sono i giovani e gli adulti che in questi 46 anni di gruppo hanno camminato con lui, aderendo alla straordinaria missione cominciata nel 1967 da don Ugo De Censi.
“Lavorare insieme per i poveri, con spirito missionario, essendo buoni e pagando di persona fino alla morte”. Don Aldo ha incarnato con pienezza i sette punti dell'Operazione, morendo sul campo. Il 18 agosto ultimo scorso si è spento nella sua Maen, in mezzo ai giovani, pagando forse il prezzo di una fatica regalata senza risparmio.
Sono entrato nella storia della sua Omg all'oratorio di san Paolo a Torino, nel 1977, ma già dal 1969 - frequentando la scuola salesiana - vedevo con stupore e un po' di disappunto i ragazzi del Don passare al sabato pomeriggio con il carretto carico di carta, ferro e stracci. Qualche anno dopo mi ci sono ritrovato, anch'io attratto più dalle belle ragazze che dalla voglia di faticare. Don Aldo era effettivamente all'avanguardia ed aveva fatto la scelta giusta fidandosi dei giovani, per tutta la sua vita di educatore. Innovare educando. Quante cose ha intuito e messo in pratica questo Sacerdote nato all'oratorio del Rebaudengo da famiglia umile, ma grande nei suoi componenti. La prima e fondamentale educazione si impara in famiglia e nulla potrà mai sostituirsi ad essa.
Educare innovando. Oggi parlare di innovazione è di moda, oltre che una necessità vitale, ma intuirlo negli anni Settanta è stato profetico. Da lì, la volontà di costruire un luogo dentro l'oratorio per educare i giovani al duro sacrificio del lavoro anziché della facile e comoda critica. “Lavorare per i poveri anziché discutere”: per i sessantottini che ci ascoltavano era una bestemmia di calibro notevole!
Don Aldo era tornato dalla spedizione in Bolivia toccato nel cuore dalla condizione di miseria della popolazione e colpito nell'anima dai lebbrosi del São Julião. Dovendo fare delle scelte, decise di impegnarsi per loro. Sono oltre novecento i giovani che ad oggi sono partiti per andare a lavorare con la sua grande amica suor Silvia Vecellio, in Mato Grosso. E che preparazione dura chiedeva il Don: almeno due anni di lavoro in gruppo a raccogliere carta o a costruire la fraternità Oasi di Maen. “Una casa dei giovani per i giovani”: altra grande intuizione. Trasformare una vecchia centrale idroelettrica in una potente turbina che produce educazione per uomini e donne nuovi, rigenerati, è stata una fatica grande ma molto feconda. Siamo passati in migliaia all'Oasi. E in tanti siamo partiti un giorno, pronti per il Mato Grosso.
Don Aldo non si è mai rassegnato all'indifferenza. Come don Primo Mazzolari, diceva: “Come si fa ad essere cattivi? Basta girare la faccia dall'altra parte”. Lui non l'ha mai girata. Nei primi anni passavamo le domeniche negli ospizi degli anziani a regalare compagnia ed allegria. Poi aiutavamo i bambini nel fare i compiti pomeridiani, oppure ci impegnavamo ad aiutare i terremotati del Friuli o dell'Irpinia. Guai a stare a guardare: un peccato mortale!
Donare di più, senza risparmiarsi, perché i poveri ed i giovani “non possono aspettare”: questo il suo invito, questo il suo esempio.
Non poteva aspettare neanche quando si è prospettata l'occasione di metterci a lavorare in un altro dei suoi campi preferiti: lo sport. Gestire un centro pastorale e sportivo come il centro Laura Vicuña, alle porte di Torino, era un'impresa ardua, rischiosa, adatta però (neanche a dirlo!) al suo spirito profetico e pertanto realizzata con successo.
Don Aldo guardava allo sport che educa formando dirigenti, ma non solo. Era infatti la formazione la sua vocazione più grande. Instancabile nei ritiri, nei percorsi biblici, nei seminari, si preparava sempre con grande impegno, per non lasciare nulla all'improvvisazione. Non si sarebbe mai perdonato di sbagliare l'approccio per educare giovani e adulti.
Infine, don Aldo si prendeva cura, coinvolgeva, aveva delicatezza nelle relazioni umane. Non si trattava di perfezione, perché non era perfetto, ma va detto che sapeva guardare alle esigenze profonde dell'uomo moderno.
Senza imporre nulla, ci ha educati ad una fede in Dio semplice, confidente, non sentimentalista, concreta e affidata a Maria e a don Bosco. Non voleva essere per noi il “prete tascabile”, ma è stato per 46 anni a completa disposizione per farci vivere l'Eucarestia, la preghiera o il senso cristiano della “buona morte”.
Non ha lasciato nulla al caso, dandoci giorno dopo giorno gli strumenti essenziali per continuare a camminare da soli.