I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Don Bosco promotore della “Misericordia divina”

Giovanissimo sacerdote, don Bosco ha pubblicato un volumetto di 111 pagine, formato minuscolo, intitolato Esercizio di divozione alla Misericordia di Dio.

Si sta per aprire l'anno santo giubilare della misericordia divina indetto da papa Francesco. La Famiglia Salesiana dovrebbe sentirsi chiamata a vivere in profondità tale anno anche per un motivo carismatico: don Bosco è stato particolarmente attento al tema della misericordia di Dio, tanto che appena gli si è presentata l'occasione ha dedicato ad essa una delle sue primissime pubblicazioni. La storia di tale fascicolo è quanto mai interessante.

Tutto cominciò dalla marchesa di Barolo
La marchesa Giulia Colbert di Barolo (1785-1864), dichiarata venerabile da papa Francesco il 12 maggio 2015, coltivava personalmente una particolare devozione alla divina misericordia, per cui aveva fatto introdurre nelle comunità religiose ed educative da lei fondate vicino a Valdocco l'abitudine di una settimana di meditazioni e preghiere sul tema. Ma non si accontentava. Desiderava che tale pratica si diffondesse anche altrove, soprattutto nelle parrocchie, in mezzo al popolo. Ne chiese il consenso alla Santa Sede, che non solo l'accordò, ma concesse a tale pratica devozionale varie indulgenze. A questo punto si trattava dunque di fare una pubblicazione adeguata allo scopo.
Siamo nell'estate 1846, quando don Bosco, superata la grave crisi di sfinimento che lo aveva portato sull'orlo della tomba, si era ritirato presso mamma Margherita ai Becchi a fare la convalescenza e si era ormai “licenziato” dal suo apprezzatissimo servizio di cappellano ad una delle opera della Barolo, con grave disappunto della marchesa stessa. Ma i “suoi giovani” lo chiamavano alla casa Pinardi appena affittata.
A questo punto intervenne il famoso patriota Silvio Pellico, segretario-bibliotecario della marchesa ed estimatore ed amico di don Bosco, che ne aveva messo in musica alcune poesie. Ci raccontano le memorie salesiane che il Pellico, con un certo ardire, propose alla marchesa di incaricare don Bosco di fare la pubblicazione che le interessava. Che fece la marchesa? Accettò, sia pure non troppo entusiasta. Chissà? Forse voleva metterlo alla prova. E don Bosco, accettò pure lui.

Un tema che gli stava a cuore
Il tema della misericordia di Dio rientrava fra i suoi interessi spirituali, quelli su cui era stato formato in seminario a Chieri e soprattutto al Convitto di Torino. Solo due anni prima aveva finito di frequentare le lezioni del conterraneo san Giuseppe Cafasso, appena quattro anni più vecchio di lui, ma suo direttore spirituale, di cui seguiva le predicazioni agli esercizi spirituali ai sacerdoti, ma anche formatore di una mezza dozzina di altri fondatori, alcuni anche santi. Ebbene il Cafasso, se pur figlio della cultura religiosa del suo tempo - fatta di prescrizioni e della logica del “fare il bene per sfuggire il castigo divino e meritarsi il Paradiso” - non perdeva occasione tanto nel suo insegnamento quanto nella sua predicazione di parlare della misericordia di Dio. E come poteva non farlo se era dedito costantemente al sacramento della Penitenza e all'assistenza ai condannati a morte? Tanto più che tale indulgenziata devozione all'epoca costituiva una reazione pastorale contro il rigorismo del giansenismo che sosteneva la predestinazione di coloro che si salvavano.
Don Bosco dunque, appena tornato dal paese ai primi di novembre, si mise al lavoro, seguendo le pratiche di pietà approvate da Roma e diffuse in Piemonte. Con l'aiuto di qualche testo che poté facilmente trovare nella biblioteca del Convitto che ben conosceva, a fine anno pubblicava a sue spese un libriccino di 111 pagine, formato minuscolo, intitolato Esercizio di divozione alla Misericordia di Dio. Ne fece immediatamente omaggio alle ragazze, alle donne e alle suore delle fondazioni della Barolo. Non è documentato, ma logica e riconoscenza vuole che ne abbia fatto omaggio pure alla marchesa Barolo, la promotrice del progetto: ma la stessa logica e riconoscenza vorrebbe che la marchesa non si sia fatta vincere in generosità, facendogli pervenire, magari in anonimato come altre volte, un suo contributo alle spese.
Non c'è qui lo spazio per presentare i contenuti “classici” del libretto di meditazioni e preghiere di don Bosco - lo si può trovare in Google facilmente - ci preme solo evidenziare che mentre papa Francesco tende teologicamente a sottolineare la misericordia gratuita di Dio, don Bosco tende pedagogicamente a esplicitare la richiesta umana di tale misericordia. Il suo principio di fondo è: “ciascuno deve invocare la Misericordia di Dio per se stesso e per tutti gli uomini, perché 'siamo tutti peccatori' [...] tutti bisognosi di perdono e di grazia [...] tutti chiamati all'eterna salvezza”.
Significativo è poi il fatto che a conclusione di ciascun giorno della settimana don Bosco, nella logica del titolo “esercizi di divozione”, assegni una pratica di pietà: invitare altri ad intervenire, perdonare chi ci ha offesi, fare subito una mortificazione per ottenere da Dio misericordia a tutti i peccatori, fare qualche elemosina o sostituirla con la recita di preghiere o giaculatorie ecc. L'ultimo giorno la pratica è sostituita da un simpatico invito, forse anche allusivo alla marchesa di Barolo, di recitare “almeno un'Ave Maria per la persona che ha promosso questa divozione!”.
A questo punto si aprirebbe tutto un capitolo sulla prassi educativa di don Bosco. Come cioè egli abbia educato i giovani e il popolo a confidare nella misericordia divina. Ma l'ho già raccontata pochi mesi fa su “Note di Pastorale giovanile”, n. 5 (estate 2015) pp. 36-43.