I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

MARINO BOIS

La storia di Marino

I miracoli di una vocazione “normale”

Come sono nate, in tutto il mondo, quelle case salesiane tanto stimate e ricercate? Alla loro radice c'è sempre qualcuno che ha fatto da “buon seme”, donando la vita con semplicità e generosità. Come nel caso del salesiano coadiutore Marino Bois.

«Mi chiamo Marino Bois, nato a Valgrisanche, Valle d'Aosta, nel 1942. Ho imparato le basi della meccanica nella Scuola Professionale salesiana di Chatillon. Il terzo anno la tentazione di diventare salesiano in me divenne sempre più forte, volevo parlarne con il direttore, il carissimo don Agnelet, ma temevo una risposta poco incoraggiante del tipo: «I salesiani hanno bisogno di giovani pieni di energia, tu non sai neppure dare un calcio al pallone come si deve, poi stonato come sei che leadership puoi avere sui giovani?».
Finalmente mi decisi. La risposto fu fulminea, l'opposto di quello che temevo: “Bravo Marino, io lo sognavo questo! In agosto devi entrare in noviziato. Domani devo andare a Torino, ti porto con me a salutare l'Ispettore, così puoi anche vedere Valdocco e, mi raccomando, questo è un segreto tra noi due”.
Dopo il noviziato, tre anni al Rebaudengo con insegnanti meravigliosi, tecnici di valore riconosciuti in tutta Torino e religiosi tutti di un pezzo.
Poi la tentazione della missione: oltre la metà dei compagni di classe fece la domanda e la feci anche io. Nessuna risposta. Non mi meravigliai, tra coloro che avevano chiesto di partire per la Corea c'erano molti più quotati di me. Mi inviarono a San Benigno come insegnante di meccanica.
Dopo Natale mi arriva una lettera dal consigliere per le missioni don Bellido: “Il candidato che avevamo scelto per la Corea non può partire, sei disposto a sostituirlo?”.
La chiesa era già chiusa, mi fermai un bel momento davanti alla porta per ringraziare il Signore. Pensavo che anche Lui stesse facendo cose strane, alla fine aggiunsi: Gesù, spero che Tu non ti debba pentire.
Nel giugno 1963 partii da Genova in nave, viaggio di tre settimane fino ad Hong Kong, due settimane per avere il visto per la Corea, poi il volo verso Seoul. Abbiamo iniziato a insegnare il mestiere con macchinari di ricupero altamente primitivi. Nel '72 con l'aiuto della Germania abbiamo aperto l'attuale centro di addestramento nel Centro giovanile Don Bosco.
Allora eravamo veramente in periferia. Le ultime case della città erano a circa un chilometro a est e il primo villaggio tipico di campagna, dove le case avevano i tetti di paglia, era a circa un chilometro più a ovest. Noi eravamo soli tra le risaie, attaccati alla strada nazionale 1, che allora era l'unica strada che collegava la capitale con le città del Sud. Ci siamo sentiti presto circondati: i primi tempi dagli sfollati dalla città poi da ogni sorta di piccole fabbriche che in seguito hanno lasciato il posto a case popolari; ora siamo soffocati dai grandi palazzi.
L'inno della scuola, composto dai primi ragazzi, canta il loro desiderio di avere ideali alti come il Kuan Hak San, la montagna che avevamo ogni giorno davanti agli occhi. Oggi, malgrado che viviamo in un palazzo di sei piani, i nostri vicini sono parecchio più alti di noi e ci interdicono quel meraviglioso scenario. I nostri giovani continuano a cantare l'inno della scuola con entusiasmo, anche loro sono tra quelli che credono senza vedere!

L'avventura africana
Nel 1989 don Van Loy, Delegato per le missioni, mi chiese di collaborare al Progetto Africa per due anni: «Tutti i vescovi, in Africa, vogliono scuole professionali e i confratelli competenti sono sempre meno». Misi le mani avanti: due anni sì, ma non penso di avere la vocazione per una vita in Africa. Mi disse che questo pericolo non esisteva. Nel 1990 in maggio partii con don Chávez per l'avventura “Africa”. Don Chávez, il futuro Rettor Maggiore, allora Ispettore del Messico, era incaricato delle nuove missioni in Guinea Conakry.
I confratelli avevano lavorato a lungo per ripulire la scuola fondata dai missionari francesi e confiscata dal governo comunista e ridata alla chiesa dal presidente del nuovo regime, un musulmano. Le aule erano state trasformate in stalle per i quadrupedi del villaggio. I confratelli avevano fatto un gran lavoro per ripulire, ma non sapevano da dove cominciare a mettere le mani per iniziare una scuola professionale.
I locali vecchi erano tutti da ripristinare. Di macchine non c'era neppure ombra, erano rimasti rottami e un'infinità di slogans della rivoluzione culturale. Don Chávez prese la grande decisione: «Marino», mi disse, «tu dalla Corea hai portato 20 mila dollari. Parti per Torino, in un mese raccogli tutto quello che puoi, torna, mettiamo in ordine e iniziamo la scuola».
Nella prima settimana ho girato tutte le nostre scuole tecniche del Piemonte raccogliendo tutto quello che potevo, era attrezzatura di ricupero ma, in quelle circostanze, tutto poteva servire. Nel frattempo i 20 mila dollari erano diventati 40 mila. La provvidenza mi aiutava a comperare tutte le cose essenziali.
Mi capitò di partecipare alla festa degli exallievi del Rebaudengo. La mia storia li aveva impressionati. Mi diedero quello che avevano raccolto per la beneficienza e anche la bicicletta messa al sorteggio. Un exallievo mi condusse nella sua officina e mi fece scegliere materiale di acciaio che mi poteva servire. Un altro telefonò a un suo amico che aveva un grande magazzino di barre di acciaio e me ne fece inviare uno stock.
Gli ultimi 10 giorni riuscii a riempire 3 container, fare le pratiche e spedire tutto, prima che il biglietto scontato andata e ritorno scadesse.
Tutto andò veloce, almeno così dicevano quelli già abituati ai tempi dell'Africa. In ottobre ci fu l'inaugurazione della scuola. Il Vescovo venne appositamente dalla capitale, 800 chilometri di strade orribili. Ero veramente emozionato.
Nel frattempo il superiore per le missioni era diventato don Odorico e venne a farci visita. Prima di partire mi disse: «Tu hai fatto un bel lavoro qui, ma dovresti essere in Sudan; sei qui solo perché non ci hanno ancora dato il visto richiesto per te un anno fa».
Io caddi dalle nuvole, mi chiedevo se don Odorico era ancora in salute o era stato punto da qualche zanzara maligna. Con il passare dei giorni riuscii a convincermi che quel visto non sarebbe mai arrivato.
Dopo qualche mese, un giorno molto vicino al Venerdì Santo, mi arriva una lettera, fenomeno rarissimo in quella zona sperduta. Don Odorico mi diceva di andare in Sudan a fare quello che avevo fatto in Guinea, nel viaggio dovevo passare per Roma.
Turbato al massimo, mostro la lettera al direttore, sperando ancora di trovare qualche scappatoia. Il direttore legge la lettera e mi dice: «Marino questa è obbedienza, devi andare».
Dopo un periodo in Sudan per rendermi conto della situazione e fare i piani, ritorno a Torino, don Odorico aveva messo a mia disposizione 50.000 dollari. Visito tutti i magazzini di macchine di seconda mano a Torino, faccio le dovute scelte, riempio 4 container e faccio le pratiche. I container partono.

«Scusate il ritardo»
Don Odorico mi telefona dicendo di partire in settembre dopo aver presentato una domanda di aiuto ad una Ong italiana che si occupava di scuole tecniche. Grazie all'aiuto di mia sorella che era già in pensione, abbiamo messo a posto i documenti e goduto di una vacanza inaspettata.
In settembre dopo aver presentato la domanda parto per Khartoum. All'aeroporto non c'era nessuno ad attendermi, non avevano ricevuto il mio telegramma (fenomeno del tutto normale in quei tempi). Prendo un taxi ed entro nella scuola, vedo nel cortile i container che erano già arrivati. Un vero miracolo: mi avevano detto che tra viaggio e dogana ci sarebbero voluti 6 mesi. Entro in refettorio, i confratelli stavano pranzando, mi guardano con stupore, io dico: «Scusate il ritardo stavo dormendo e sono uscito solo adesso dai container».
In breve tempo le attrezzature sono sistemate, viene il vescovo che aveva tanto desiderato la scuola professionale per una solenne inaugurazione. I miei due anni di Africa stavano per scadere e anche le mie forze erano esaurite, questo mi diede la forza di rifiutare il generoso consiglio di don Odorico di lasciar perdere la Corea e rimanere in Africa. Il mio rifiuto fu molto gentile e ho anche suggerito la persona giusta che poteva continuare il lavoro a Khartoum.
Così nell'agosto del 1992 ero nuovamente in Corea. Dopo alcuni anni il Rettor Maggiore, don Viganò chiese al nostro ispettore di studiare la possibilità di prendere un impegno missionario fuori dalla Corea. Le circostanze portarono a un progetto di scuola tecnica in una zona marginale della nazione. Il nostro carissimo ispettore don Vaclav si preoccupò di tenermi informato sul progetto. Mi disse che era difficile trovare insegnanti nel campo tecnico, io gli consigliai di pregare. Un bel giorno mi chiamò dicendomi: «Dopo Pasqua devo visitare la nuova missione, vieni con me “a vedere” cosa fanno i confratelli». Andai e rimasi là a vedere quasi per 17 anni.
Alla fine, non mi restava che tornare a Seoul, dove sono trattato da principe. Cerco di aiutare per quello che posso nella scuola. I giovani confratelli coreani vogliono conoscere il passato. In ispettoria siamo rimasti solo quattro “missionari” della prima ora, di cui sono il solo italiano e l'unico che ha vissuto dall'inizio in quest'opera. Sono incaricato degli exallievi e di raccogliere le memorie del passato. Il lavoro procede bene, speriamo che sia un buon aiuto in questo paese per far conoscere meglio lo spirito salesiano e l'amore di don Bosco per i giovani.

DUE ANNI CONSECUTIVI DI MEDAGLIA DEL PRESIDENTE AL CENTRO GIOVANILE
L'attività principale del Don Bosco di Seoul è il Centro di addestramento professionale nel quale da quarantotto anni si continua a insegnare meccanica.
Al Ministero del Lavoro si meravigliano come la nostra scuola, ogni anno, possa far entrare nel mondo del lavoro una settantina di giovani qualificati in meccanica di precisione, dopo aver fatto solo un anno del corso che loro sovvenzionano. Dopo una visita alla nostra scuola, un alto ufficiale del Ministero disse: “Di queste scuole ce ne vorrebbe una in ogni rione”.