I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

Per amore degli Ayoreo e dell'umanità

Incontro con don Giuseppe Zanardini, salesiano, ingegnere e antropologo, in Paraguay dal 1978. Ha diretto la scuola tecnica salesiana, costruito villaggi popolari.
Dal 1985, segue direttamente la questione indigena (20 differenti popolazioni indigene suddivise in 400 comunità per 120 mila persone) vivendo prima in una comunità Ayoreo nel Chaco e poi nel Centro studi antropologici dell'Università Cattolica (Ceaduc) di Asunción. Ha avuto molti riconoscimenti nazionali e internazionali.

Qual è la parabola della tua vita?
Sono un tipo di persona con molti interessi e si vede dagli studi tanto diversi che ho fatto e dalle attività molto diverse della mia vita. Mi piacciono le diversità culturali dei popoli, mi piace la natura in tutte le sue manifestazioni, mi piace trascendere tutto ciò che è materiale per arrivare allo spirito profondo delle persone e del cosmo.
Mi sono fatto salesiano per mezzo del Bollettino Salesiano. Non sono mai stato in Scuole o Parrocchie salesiane. Son cresciuto in ambienti parrocchiali con preti diocesani, nell'Azione Cattolica e quando ero universitario nella FUCI. Ma da giovane arrivava a casa il Bollettino Salesiano e vedevo le notizie di che cosa facevano i Salesiani nel mondo: ricordo molti servizi sui viaggi di don Ziggiotti in America tra gli indios. E questi popoli mi entusiasmavano e suscitavano in me il desiderio di conoscerli da vicino, diventare salesiano e fare qualcosa con loro. Quindi un giorno parlai con il direttore dei salesiani di Brescia, don Sangalli, che mi diede il libro delle Costituzioni Salesiane. Mi disse di leggerle, e se mi piacevano di prendere decisioni. Fu così che dopo pochi mesi entrai nel Noviziato di Missaglia senza avere mai passato un giorno intero in una Casa Salesiana. Strana vocazione!
Perché, dopo le lauree in ingegneria e gli studi di teologia, hai scelto di “seppellirti” in una foresta?
Durante gli studi di ingegneria al Politecnico di Milano, dal 1965 al 1970, ho potuto vivere quei momenti del 1968 conosciuti come la rivoluzione culturale che hanno segnato una tappa socio-politica in molti paesi del mondo, specialmente in Stati Uniti ed Europa. Avevamo compagni di Università che erano maoisti ed andavano sempre con il Libro Rosso di Mao Tse Tung in mano, e che costituirono poi le Brigate Rosse di triste memoria.
In quel tempo si accentuò in me l'interesse per i problemi sociali, politici, per le disuguaglianze socioeconomiche del mondo. Arrivavano notizie dall'America Latina dove sorgevano gruppi guerriglieri, come Sendero Luminoso in Perù o FARC in Colombia, con il proposito di cambiare la società attraverso metodi forti e lotta armata. C'era molta confusione persino nei cattolici sul modo di arrivare ad una giustizia sociale che includesse anche i poveri.
Negli studi di teologia successivi sono entrato in contatto a Roma, Università Salesiana, con studenti di America Latina con cui cercavo di capire che cosa può e deve fare un cristiano in queste situazioni. Si parlava molto della Teologia della Liberazione e delle comunità di Base che nascevano specialmente in Brasile.
Dopo l'ordinazione sacerdotale sono stato tre anni a Bologna, la città più comunista d'Italia in quel tempo. Insegnavo materie scientifiche e tecniche all'Istituto Tecnico Industriale Don Bosco. Fu lì che iniziai a cullare l'idea dell'America Latina per capire i problemi della povertà, degli indios e per cercare di innestarmi nel grande processo di liberazione integrale dei popoli oppressi. E nel 1978 sono partito con grande entusiasmo per il Paraguay, dove mi aspettavano tre settori di lavoro salesiano: la formazione professionale di giovani lavoratori nelle scuole “notturne”, la costruzione di case popolari per senzatetto mediante il sistema dell'autocostruzione con l'aiuto reciproco e finalmente i popoli indigeni.
Sono andato a vivere con gli indigeni della selva Chaquena, che è la parte occidentale del Paraguay a ovest del grande fiume Paraguay che attraversa tutto il paese da nord a sud dividendolo in due parti assai diverse geologicamente e culturalmente. Nella foresta vissi con gli indigeni e come gli indigeni per un bisogno di sentirmi povero, semplice, umile e disposto a condividere la loro vita con le angustie, speranze, delusioni e progetti.
Si deve essere “missionari” in modo diverso, oggi?
La mia prima presenza tra gli indigeni fu nell'anno 1979, per un periodo di tempo in una missione tra i Guaranì nella regione orientale e poi per vari anni in una missione salesiana tra gli Ayoreo nella regione occidentale chiamata Chaco. L'impostazione era del tipo tradizionale, cioè il sacerdote era il responsabile di tutta la missione dal punto di vista materiale e spirituale. Tutto funzionava relativamente bene, ma il popolo era in un certo modo passivo e dipendente economicamente da progetti con denaro esterno, che generava situazioni di paternalismo. Questo modello era molto criticato dagli antropologi e anche dai missionari più sensibili e imbevuti dei Documenti del Concilio Vaticano II, del Documento di Medellin del 1968 e di Puebla del 1978. Quindi ho capito che si doveva essere missionari in una forma diversa da quella tradizionale per vari secoli e realizzata storicamente con la formula delle Reducciones Gesuitiche.
Hai ottenuto una grande onorificenza dello stato. Che cosa significa?
Il Parlamento del Paraguay, riunito in seduta solenne nella Sala Bicamerale del Congresso, ha consegnato un riconoscimento a me, per il lavoro compiuto nell'educazione delle popolazioni indigene della regione del Chaco. Si vuole con questo riconoscere pubblicamente il lavoro svolto dai salesiani per vari decenni a favore dei popoli indigeni nel campo dei diritti collettivi, dell'educazione scolastica e del ricupero dei territori tradizionali delle diverse etnie. Ci sono in Paraguay 20 popoli o etnie con 20 lingue e culture diverse, sparsi in tutto il paese in più di 500 villaggi. Si tratta quindi di un immenso patrimonio culturale che arricchisce grandemente la società paraguaiana.
Nella Costituzione Nazionale del 1992 siamo riusciti a far approvare per la prima volta nella storia del paese un capitolo sui Popoli Indigeni, dove si riconoscono a loro tutti i diritti collettivi stabiliti universalmente: territorio, sistema educativo, economico, politico, giudiziale, religioso, sociale conforme alle rispettive tradizioni culturali. E sono riconosciuti come popoli esistenti prima della formazione e organizzazione dello Stato paraguaiano. Poi si sono approvate varie leggi tra cui le più importanti sono la Legge sull'Educazione Indigena nel 2007 e la Legge sull'uso delle Lingue nel 2010.
Stai dedicando la vita ad un popolo che rischia di scomparire, perché?
I popoli indigeni, nonostante siano una minoranza, non stanno scomparendo. Statisticamente sono in aumento con una crescita percentuale superiore alla crescita dei paraguaiani non-indigeni. Quello che sta cambiando sono alcuni elementi culturali acquistati dall'inevitabile contatto con i non-indigeni. Per poter sopravvivere come popoli sentono che devono riadattare il loro modo di vivere e pensare, facendo una sintesi culturale tra il vecchio e il nuovo modo di vivere. D'altra parte questo processo è un processo universale che tutti i popoli nella storia hanno dovuto fare per poter sopravvivere.
Parli di loro in libri e conferenze in tutto il mondo, si salveranno?
Sono stato invitato in Università o Congressi Internazionali in tutti i paesi dell'America e anche in molti paesi di Europa e Asia. Quello che più interessa è vedere che questi popoli considerati 'primitivi' sono in realtà i popoli che hanno custodito per millenni il pianeta e sono gli alleati principali di tutte le organizzazioni o partiti politici che sostengono le politiche non contaminanti, lo sviluppo sostenibile, l'uso di energie rinnovabili.
Che cosa ci insegnano gli Ayoreo?
Gli Ayoreo sono l'unico popolo del Cono Sud di America che ha ancora piccoli gruppi di persone non contattate da nessuno, che vivono come migliaia di anni fa nella profonda selva. Non hanno contatti neppure con gli altri Ayoreo che vivono stabilmente nei villaggi. Sono nomadi in cerca di spazi sicuri che si riducono sempre di più a causa della tragica deforestazione galoppante.
Questi indigeni ci insegnano tante cose: anzitutto hanno una profonda spiritualità: tutto fa riferimento all'esistenza di un Essere Superiore che è origine e fonte di tutto e che, mediante speciali riti e pratiche, mantiene l'universo, le persone e tutta la realtà in armonia e pace.
Ci insegnano la semplicità, l'essenzialità, la non accumulazione di beni materiali, la solidarietà, il valore della persona, della famiglia e del clan, il rispetto per gli animali, le piante, la terra, l'acqua, l'aria. Inoltre sono popoli molto allegri, amanti dell'armonia e della pace. E quando ci sono problemi sanno risolverli mediante lunghe conversazioni in assemblee generali dove si nota il desiderio di arrivare a un consenso generale per non dividere il gruppo in due parti, cioè quelli che vincono e quelli che perdono.
In quali campi agiscono i Salesiani del Paraguay?
Oltre al lavoro in Missioni indigene nel Chaco, con etnie di varie lingue e culture, i Salesiani in Paraguay si dedicano ad alcune opere specifiche come il Don Bosco Roga che è un Centro che accoglie i bambini della strada, una Scuola agricola per formare tecnici capaci di innovare e migliorare la produzione agricola con mentalità cooperativista, una Scuola professionale per giovani desiderosi di imparare un mestiere che permetta loro di guadagnarsi il pane, varie Scuole elementari e Medie superiori sparse in diverse parti del paese, un Istituto Superiore di Studi equiparato a un'Università con specializzazione in Scienze Sociali, Educative e Filosofiche che funziona nella Capitale ma anche con varie sedi nell'interno del paese, numerose Opere Sociali, Parrocchie, Oratori ecc.
Che cos'è esattamente il Chaco paraguayo?
Il Gran Chaco è una regione piana che si estende anche in Argentina e Bolivia. La parte che sta in Paraguay si conosce come Chaco paraguaiano ed è quella parte del Paraguay che si estende a ovest del fiume Paraguay. È poco popolata e ci sono grandi estensioni senza gente con grandi latifondi. Ci vivono indigeni di 16 culture e lingue differenti. Ci sono tre grandi colonie di Mennoniti che parlano il tedesco, pochi paesi con popolazione paraguaiana, molte fattorie di allevamenti di bestiame posseduti da paraguaiani e anche stranieri di diversi paesi europei.
Quali sono le prospettive del tuo lavoro?
Continuerò a lavorare con e per i popoli indigeni, preoccupato di rafforzare la loro cultura destinata a cambiare, affinché il cambio non sia traumatico e permetta loro di formarsi in scuole indigene interculturali e bilingui, cioè nella loro lingua materna e nello spagnolo. La formazione deve essere integrale come esige l'interculturalità e questa permette anche di formarsi per poter vivere nel complesso mondo globalizzato come indigeni armonizzati nel nuovo mondo, dove possano vivere degnamente, superare la povertà e assumere le proprie decisioni religiose senza paternalismi o pressioni esterne. L'evangelizzazione è anzitutto testimonianza della carità e della libertà e va unita con la proposta di una vita umanamente dignitosa.