I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

AVVENIMENTI

ANTONIO CARRIERO

Foto di Andrea Cherchi

Sym
Una settimana come don Bosco con i giovani e per i giovani

Sono stati i giovani a scrivere la parola “fine” alle celebrazioni per i 200 anni dalla nascita di don Bosco: gli ultimi sono diventati i “primi” proprio allo scadere del bicentenario, come lo sono sempre stati nei pensieri e nel cuore del loro santo. Erano più di 5 mila, provenienti da 54 nazioni che dal 6 al 16 agosto hanno festosamente invaso la città di Torino richiamati dal “Sym don Bosco 2015”, il raduno del Movimento giovanile salesiano (Sym - Mgs). Osservandoli, il Rettor Maggiore don Ángel Artime, ha visto in essi «un'espressione universale di come don Bosco continui a toccare i cuori di tutti i giovani».

Insieme ai loro animatori ed educatori si sono ritrovati là dove è incominciata l'avventura del “prete di Valdocco”, la zona periferica di una città che stava conoscendo la prima espansione industriale e che aveva iniziato ad attirare ragazzi e giovani dalle valli piemontesi e lombarde in cerca di lavoro. Proprio qui il giovane sacerdote aveva iniziato ad accoglierli e ad avviarli a una professione e, ancor di più, alla vita. L'11 agosto a dare loro il benvenuto nel PalaRuffini è stato un caro amico dei salesiani, monsignor Guido Fiandino, vescovo ausiliare di Torino che ha definito “moderno” don Bosco perché «il vangelo è moderno». E per essere moderni come giovani, ha aggiunto, «bisogna vivere in nome di tre princìpi fortemente salesiani: famiglia, festa e fede». E su queste parole chiave si sono snodati gli altri appuntamenti, dai momenti di festa a quelli di riflessione.
Europei, africani, latino-americani, asiatici si sono confrontati in cinque intensi giorni di dibattiti, confronti, scambio di esperienze e momenti di preghiera. Nel linguaggio tipico dell'amicizia, che supera facilmente le barriere della lingua e delle tradizioni, hanno interpretato il “Like, with, for: come don Bosco, con e per i giovani”, riuscendo «a rafforzarsi nella loro identità spirituale e carismatica», ha commentato don Fabio Attard, consigliere generale per la pastorale. Non solo, ma sempre secondo don Attard, «hanno rafforzato il loro impegno a favore di tanti altri giovani come loro attingendo alla fonte della loro scelta, riscoperta sui luoghi di don Bosco».
“Dovete sognare il futuro”
Uno dei momenti che ha sicuramente creato emozioni indimenticabili è stato quello dello scambio di esperienze vissute nei Paesi di provenienza, soprattutto quelli devastati dalla guerra e dalla fame, come la Siria o il Sudan. Tra le testimonianze più toccanti, quella di Alfred Adetosoye Adedayo, un giovane arrivato da una Nigeria terrorizzata dai fanatici di Boko Haram.
«Una domenica mattina mi trovavo per la messa nella chiesa cattolica di Cristo Re, a Zaria, nella regione di Kaduna. Verso le 8, si è presentata una Golf nera che ha provato a superare la cancellata presidiata da alcuni giovani che smistavano il traffico di chi usciva ed entrava. Insospettiti dall'abbigliamento dell'autista, hanno cercato di bloccarlo. Saputo che aveva una bomba, in sette si sono schierati davanti per ostruirgli il passaggio e per evitare che piombasse sulla folla e facesse una strage. Questione di attimi e saltano in aria con il kamikaze e l'auto. Sono rimasto impressionato dal loro coraggio. Ho chiesto a Dio di avere la loro forza e fede per affrontare la vita, con la speranza di costruire un domani un futuro di pace».
Coraggio e forza sono stati proposti ai giovani del Sym anche da monsignor Luc Van Looy, vescovo di Gent (Belgio) e presidente di Caritas Europa, già consigliere generale per la Pastorale giovanile salesiana: «Dovete sognare il futuro, essere forti e non avere paura», ha proposto loro.
Il Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime, a sua volta, ha chiesto agli stessi giovani di vivere nelle case salesiane «non solo per ricevere, ma anche per dare e per darsi. Sono convinto che voi siete qui perché avete una speciale sensibilità: capire che molte migliaia di giovani di tutto il mondo hanno bisogno di voi». E, citando il Papa, ha aggiunto: «Francesco ci invita ad essere radicali. Il modo salesiano concreto di essere radicali, voi e noi, è questo “essere-per-gli-altri”, cercando di arrivare a chi è distante, facendo scelte concrete e valide per i più poveri, gli “scartati” delle nostre società. Dobbiamo sentirci a disagio mentre abbiamo i poveri accanto a noi, o anche lontano da noi, persone senzatetto, persone che soffrono per la violenza, persone sfruttate».
Suor Yvonne Reungoat, Madre Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ha poi invitato i giovani a sentirsi “un solo cuore” pur essendo in 5000, perché - ha precisato - «una persona non si costruisce nell'individualismo, ma nella relazione. Relazione vuol anche dire aprire il dialogo a tutte le culture, le razze, le religioni senza perdere la propria identità, perché non devono esistere le frontiere tra la gente».
Don Ángel Fernández Artime, infine, è tornato sui temi a lui cari dello stile educativo salesiano dopo che i giovani si sono esibiti in performances artistiche di alto livello: «Mi commuovono la vostra gioia e la facilità con cui passate dalla musica e la danza alla riflessione e alla preghiera. Siate i protagonisti della vostra vita. Sogno che nulla e nessuno soffochi o rubi i vostri sogni di bene, di bontà, di una umanità migliore. Sogno che i giovani salesiani nel mondo siano capaci di essere alternativa, di essere controculturali in ciò per cui è importante e necessario andare controcorrente. Sogno giovani che, dato che pensano e sono giusti e hanno un grande cuore, siano capaci di dire “sì” e di dire “no”, con grande libertà. Non concepisco modo migliore di essere giovani salesiani se non offrendo qualcosa di valido, essendo voce di chi non ha voce».
Molto di ciò che don Ángel si attende dai giovani viene già scritto e interpretato da molti di loro soprattutto nelle zone di conflitto, il cui eco è giunto sia nel palazzetto dello sport sia a Valdocco e al Colle don Bosco. L'eco di questi drammi universali si è risentito nelle parole di don Munir El Ra'i, ispettore del Medio Oriente: «Come Salesiani siamo presenti in 7 nazioni del Medio Oriente in cui un conflitto dettato dagli interessi, non per l'umanità, non per la libertà o la democrazia, altro non è se non un grande gioco, un “big game” molto complesso in cui chi ne paga le conseguenze è il popolo, sono i giovani. Noi Salesiani siamo presenti e abbiamo deciso di rimanere nonostante le guerre e le difficoltà. Ci sono Salesiani che piuttosto di lasciare quelle terre sono pronti al martirio».
Giovani che oggi danno la vita
«Aleppo, la mia città, è, attualmente, la più colpita al mondo - prosegue il suo racconto con visibile tensione. - Più di 3.000.000 di abitanti sono colpiti dalla distruzione totale. Ciononostante, ho provato a chiedere ai giovani di Aleppo se possono perdonare e amare il nemico. L'ho chiesto a una ragazza rapita con la famiglia per quattro mesi, a ragazzi a cui è stata distrutta la casa, a una giovane maestra d'asilo a cui è morto un bambino tra le braccia colpito da un cecchino, a ragazzi che hanno perso famiglia e amici. Tutti mi dicono che non possono perdonare, è difficile. Non c'è odio, ma amare i nemici è una follia, per il momento. Forse, mi dicono, per saper perdonare dobbiamo essere santi. Forse, più avanti riusciremo ma adesso è difficile. Ma, nonostante tutto, molti in confessione chiedono al Signore di aiutarli a perdonare! Un cammino difficile, ma possibile. Sembra essere una follia. Una follia chiedere di perdonare, ma che cos'è la vita cristiana se non una vita di follia? Noi abbiamo le nostre guerre, voi avete le vostre, ma è necessario saper perdonare e amare fino in fondo. Una follia, non c'è una logica umana nel perdono. Ma stare con Cristo è essere pazzi, e insegna l'unico linguaggio universale che è l'amore. E per stare con Cristo è necessario essere preparati, nutriti bene. Siamo tutti invitati a imparare il linguaggio dell'amore che va ricercato su una frequenza speciale. E, allora, vi invito a essere folli, essere folli con Cristo. È una follia che richiede un grande sacrificio, anche il sacrificio della vita. In questi giorni in Medio Oriente, nonostante la sofferenza, tanti giovani hanno donato la loro vita a Cristo, tante nuove ordinazioni sotto le bombe, giovani che oggi danno la vita per servire il popolo siriano. Una follia, ma hanno imparato bene il linguaggio di Cristo. Vi invito ad essere folli, imparate il linguaggio dell'amore, perdonate, siate pazzi di Cristo e vi saranno aperte tutte le porte».