I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

TESTIMONI DELLA FEDE

LODOVICA MARIA ZANET

Sarà santo il primo salesiano del Perù

Monsignor Octavio Ortiz Arrieta

Il vescovo dei «pueblos»

Nel 1895 monsignor Costamagna, allora ispettore in Perù, sorprende nelle cucine del centro salesiano del Rímac un ragazzino diciassettenne intento con una mano a mescolare la zuppa che si sta preparando per la cena, e con l'altra a tenere ben aperto il Catechismo, che nel frattempo legge. Si tratta di Octavio Ortiz Arrieta Coya, originario di Lima, ormai orientato verso la vita consacrata salesiana: nel 1896, a pochi mesi dal suo diciottesimo compleanno, avrebbe emesso i propri voti coram superiore per divenire, poco dopo, il primo professo salesiano del Perù. In quei pochi gesti di cui don Costamagna si trova ad essere ammirato spettatore sono già racchiuse le priorità d'una vita, in piena conformità con lo stile salesiano: primato della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa - da conoscere, amare, annunciare; spirito pratico e attenzione per il "fare" scrupolosità nell'uso del tempo, che appartiene a Dio e non all'uomo; obbedienza creativa, pronta tanto ad osservare gli ordini dei superiori sin nei minimi dettagli quanto a non accontentarsi d'una adesione meccanica, svuotata del suo autentico significato evangelico.
Oggi, a distanza di più di un secolo, Ortiz Arrieta - del quale si è aperto negli anni Novanta del secolo scorso il processo di canonizzazione e di cui si è arrivati alla consegna della Positio super vita, virtutibus et fama sanctitatis - continua a essere vivo nel ricordo della Congregazione e della popolazione peruviana, per la quale fu dapprima salesiano presbitero, quindi vescovo.

Vescovo a Chachapoyas
Ortiz Arrieta diventa vescovo nella diocesi di Chachapoyas, allora «lontana da tutto e da tutti», per volontà del nunzio monsignor Lorenzo Lauri, ma contro il parere dei confratelli - che lo giudicano troppo giovane e inesperto - e il suo stesso sentire, per assecondare il quale sarebbe dovuto restare a fianco dei giovani. Approda a "Chacha" nel 1922 iniziando una vita priva di imprese straordinarie, ma straordinaria nell'ordinario. Riorganizza le attività catechetiche, visita i malati (guarendone molti), soccorre i poveri. Prega e annuncia la Parola di Dio; diventa confessore ricercatissimo. Le sue visite pastorali durano mesi, tra mille pericoli e qualche avventurosa vicenda: quando cade in un precipizio, procurandosi fratture multiple che necessiteranno di anni per essere guarite, decide di perseverare nel suo viaggio, entra in chiesa dichiarando «d'essere tutto rotto, ma che la lingua è ancora intera» e si mette subito a predicare; quando un animale precipita trovando la morte in un corso d'acqua che scorreva alcuni metri sotto la strada, il carico che portava, bagnato e rovinato, va perso, ma misteriosamente si salvano le particole e il vino da messa, ritrovati intatti; quando, alla guida di un folto gruppo di persone, si trova nel bel mezzo di una difficile traversata e l'arsura inizia a infiacchire le membra e indebolire le menti, batte con il suo bastone una roccia, invocando l'arrivo d'acqua fresca, e subito nasce una fonte zampillante, attiva sino al giorno d'oggi.

"A suon di aspersorio!"
Stessa incisività usa nell'educare e correggere i suoi preti e il popolo di Dio. Quando una coppia si rivolge a lui e chiede che sia sciolto il vincolo del sacramento, Ortiz apparentemente accetta, convocando una stupita assemblea di fedeli in cattedrale. Fatti inginocchiare gli sposi, inizia ad assestar loro, con l'aspersorio, mirati colpi di crescente intensità sulla testa. E alla recriminazione del marito risponde: «continuerò sino alla morte d'uno dei due, perché solo così potrete dirvi liberi». Quando un padre (più per ignoranza che per malizia) gli chiede di potersi sposare con una delle figlie, dal volto simile a quello della perduta moglie che tanto amava, gli impone di presentarsi innanzitutto con un bel carico di fieno: acconsentirà alla bizzarra richiesta quando l'uomo se ne sarà cibato perché - aggiunge Ortiz provocando un immediato ravvedimento nel suo interlocutore - «da bestia e non da uomo era appunto l'atteggiamento che egli voleva tenere». Sulla scia di don Bosco e ancor più di Francesco di Sales, il Servo di Dio dimostra così con i fatti quel che, a parole, solo alcuni avrebbero potuto capire. Esorta tutti alla piena osservanza degli obblighi assunti, si affianca loro per aiutarli e correggerli: spiega che ci si deve fare santi, e che lo si deve diventare non malgrado il matrimonio, ma attraverso di esso, non malgrado un ministero sacerdotale o una consacrazione religiosa di cui forse s'avverte il peso, ma corrispondendo in modo eroico alla vocazione ricevuta e liberamente accolta.

Segni di eroismo
Fondati segni di eroismo appaiono anche nella vita di Ortiz Arrieta, capace di «eccellere nelle virtù pastorali», di esercitare una povertà dignitosa che ne esalta l'innata eleganza, una castità intesa come trasparenza della carità e prontezza nel servizio, una fortezza interpretata come fedeltà, per amore, anche nelle difficoltà è persona giusta, altrettanto pronta a sacrificarsi nell'esatto compimento dei propri doveri quanto attenta nel far valere tutti i propri diritti, soprattutto a vantaggio dei più poveri.
Quando, ormai anziano, riceve per due volte la proposta d'una diocesi di maggior prestigio (dapprima Trujillo, quindi Lima approdando nella quale sarebbe divenuto il primo cardinale del Perù), Ortiz Arrieta rifiuta: getta nel Signore le preoccupazioni per l'ormai malferma salute e chiede e ottiene piuttosto di «restare tra i suoi», di «amarli sino alla fine».
Negli ultimi anni della sua vita, lui vescovo, non esita a salire su una scala per aggiustare le luci della piazza, in occasione del primo Congresso eucaristico diocesano: un padre cappuccino lo nota e, ammirato, dichiara che se Ortiz glielo avesse chiesto avrebbe immediatamente pulito di sua mano l'intera piazza, che a Chachapoyas non era piccola.
Sulla scia di don Bosco, promette a tutti «pane, lavoro e paradiso» ed è il primo a dare l'esempio. Nel morire, confida di vivere questo passaggio con confidenza e un pizzico di timore, perché non è certo cosa da poco comparire dinanzi al Dio vivo. Fioriscono quel giorno del marzo 1958 numerosi segni, che si aggiungono alle grazie (di guarigione e conversione), associate al suo nome già in vita: per tutti, «è morto un santo». Nel mese di aprile del 2013 è stata consegnata presso la Congregazione delle Cause dei santi la Positio sulla vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio Ortiz Arrieta, documento che dimostra come il Servo di Dio abbia vissuto in forma eroica le virtù cristiane e ulteriore passo verso la gloria degli altari.