I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Dalla parte di Antonio

Un onesto contadino, semplicemente figlio del suo tempo

Ci è stata tramandata un'immagine poco simpatica, forse anche odiosa, del fratellastro di don Bosco, Antonio. Ma è storicamente corretta tale immagine? Ne dubito.

Nella letteratura, nel cinema, in Tv (ma in qualche modo anche nello stesso vangelo) si suole contrapporre il buono e il cattivo, il giusto e l'ingiusto, il santo e il peccatore e sempre a vantaggio del primo. Dipingere con toni neri un personaggio fa meglio risaltare il bianco di chi vi si contrappone. Ma al riguardo di Antonio c'è "altro" da aggiungere. L'immagine di un giovane violento, ignorante, rozzo, al confronto del fratellino Giovanni simpatico ed intelligente, ha la sua origine nelle Memorie dell'Oratorio; testo di don Bosco tanto piacevole alla lettura, quanto non facile da interpretare. In esso don Bosco vuole raccontare ai suoi "figli" salesiani la storia della sua vocazione "divina". Ora coloro che si oppongono in un qualche modo, sono presentati in chiave negativa.

Antonio Giuseppe Bosco
Antonio Giuseppe Bosco era nato nel 1808 a Murialdo di Castelnuovo, nella cascina Biglione. A 3 anni rimase orfano della madre e a 9 anni di padre. Ebbe dunque un'infanzia non troppo felice, anche se dai 4 anni Margherita Occhiena (la seconda moglie di papà Francesco, ossia la mamma di don Bosco) gli fece da mamma e la nonna paterna, Margherita Zucca, lo seguì fino alla morte, quando lui aveva 18 anni.
Antonio non sembra fosse analfabeta; era comunque in grado di fare la firma, per cui l'affermazione che avrebbe fatto in una rapida conversazione con il fratellino - quella di non aver mai aperto un libro - più che ad un dato di fatto, potrebbe attribuirsi alla collera del momento per la provocazione del più giovane della famiglia.
È dunque scontato che, conoscendo unicamente i rudimenti del sapere e non vedendone l'utilità per una famiglia di contadini, quando a Giovannino si presenta la possibilità di accedere alla scuola di Capriglio e mamma Margherita asseconda le sue aspirazioni verso lo studio, la relazione fra il figlio maggiore e il minore inizi a farsi conflittuale.
Ciò però non significa dover necessariamente giudicare male Antonio, come al seguito di don Bosco, tende a fare don Lemoyne, il quale poi, per sottolineare la santità di don Bosco, scrive che non si "vendicò" conservando magari rancore ed antipatia o non aiutandone i figli nel momento del bisogno. Va semplicemente considerato il fatto che la durezza della vita dell'epoca costringeva tutti i membri delle famiglie contadine, nessuno escluso, a lottare per la sopravvivenza. Anche la famigliola Bosco, composta da mamma Margherita (vedova dal 1817), dal tredicenne Giuseppe Luigi e dall'undicenne Giovannino, doveva fare altrettanto. E chi doveva farsi carico della conduzione familiare se non Antonio, praticamente il capofamiglia? Tanto più che vi erano debiti da pagare, e questi erano una dura realtà quotidiana al cospetto dei facili "sogni" del fratellino.
A malincuore dunque Antonio accettò che Giovanni studiasse a Capriglio durante l'inverno; ma ovviamente solo durante tale stagione, quando c'era poco lavoro in campagna.

Lontano da casa
Nella prevedibile resistenza di Antonio, la madre considerò opportuno che il figlio minore cercasse una scuola ove proseguire gli studi, però mantenendosi con il proprio lavoro. Dopo un breve tentativo di impiego stabile presso casa Campora di Buttigliera, nei primi mesi del 1828 Giovanni venne collocato come garzone dal suo tutore, lo zio Michele Occhiena, presso la famiglia Moglia, non lontano da Moncucco. Nulla di eccessivamente traumatico e strappalacrime in questo fatto: per tutto il secolo XIX ed anche per buona parte del secolo XX tale collocamento di ragazzi "a padrone" era un'abitudine costante in Piemonte (ma non solo), tanto da non potersi escludere che avessero fatto la stessa esperienza i due fratelli Antonio e Giuseppe.
Il soggiorno a cascina Moglia consentì a Giovanni di stare in qualche modo tranquillo. Ma tornarono le contraddizioni appena ritornò in famiglia ai primi di novembre 1829. Fortunatamente il neo cappellano di Murialdo, don Giovanni Calosso, in persona, gli venne incontro facendogli studiare i testi di grammatica e ospitandolo per alcuni mesi di giorno a casa sua. L'inclinazione di Giovannino al sacerdozio era ormai ben nota sia a mamma Margherita sia allo zelante sacerdote, che purtroppo morì presto (novembre 1830), lasciando Giovannino in difficoltà per proseguire gli studi.

Una situazione nuova e favorevole
Intanto nel 1829 Antonio aveva raggiunto la maggiore età, per cui mamma Margherita pensò bene di procedere alla divisione dell'eredità paterna fra i tre figli; Antonio contrasse poco dopo matrimonio con Anna Maria Rosso (22 marzo 1831). Cessarono così i motivi del contendere fra Antonio e Giovanni, tanto che dal dicembre del 1830 al giugno 1831 Giovanni iniziò a frequentare regolarmente le scuole di Castelnuovo (classe sesta) per avviarsi successivamente a quelle di Chieri (1831-1832). Le relazioni familiari si normalizzarono.
Nella casetta dei Becchi la famiglia di Antonio sarebbe cresciuta con l'arrivo di sette figli. Papà Antonio non avrebbe mancato di andare a Torino a trovare mamma Margherita da quando si era trasferita a Valdocco (1846), morto prematuramente a 41 anni, don Bosco ne prese con sé il primogenito, Francesco, per fargli apprendere il mestiere di falegname.

Una conferma
A fine '800 don Stefano Trione (1856-1935), un grande organizzatore e conferenziere, in una predica a Castelnuovo don Bosco avrebbe rievocato, drammatizzandoli a modo suo, i difficili trascorsi familiari di Giovannino con il fratellastro Antonio, ormai divulgati sul "Bollettino Salesiano". Era presente in prima fila nella chiesa con il bastone tra le gambe l'ormai anziano figlio secondogenito di Antonio (Giovanni, detto Capòt) che, indignato, bisbigliò: "Busjard. Busjard!" (bugiardo).
L'episodio è stato raccontato da un diligente ricercatore di cose salesiane, don Michele Molineris all'archivista di Valdocco don Pietro Stella 50 anni fa; se è vero, la famiglia di Antonio coltivava dunque un'altra immagine del proprio capostipite e rifiutava la vulgata dei salesiani di fine '800, continuata in tanta aneddotica successiva.