I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

FMA

EMILIA DI MASSIMO

Accogliere voce del verbo amare

Nel 2011, durante la guerra civile scoppiata in Libia, molti sono arrivati in Sardegna e le Figlie di Maria Ausiliatrice della comunità di Macomer (Nuoro) hanno offerto ospitalità a famiglie con bambini piccoli o con donne in gravidanza. La comunità vive, quindi, da quasi due anni un'esperienza molto speciale: l'accoglienza che spalanca le porte e i cuori.


«La Protezione Civile - racconta suor Angela Maria Maccioni, direttrice della comunità - tramite la Caritas diocesana, ci ha chiesto di ospitare un gruppo di profughi, arrivati dalla Libia, nel periodo forte degli sbarchi a Lampedusa. Dopo un discernimento rapido, con il desiderio di porre un piccolo gesto concreto di accoglienza in quella che era un'immane tragedia che si consumava sotto gli occhi di tutti, abbiamo detto il nostro "sì" e, in pochissimi giorni, la nostra famiglia si è... allargata!». Il 16 maggio 2011, accompagnati dalla Protezione Civile, sono arrivati 4 adulti e 2 bambini, del Ghana e della Nigeria, provenienti dai campi di lavoro a Misurata, in Libia.
Erano arrivati in Sicilia con i "barconi della morte", avevano superato disagi e pericoli e immediatamente erano stati trasferiti in Sardegna. Per completare i tre nuclei familiari mancavano Suni e Nicholas, che non erano potuti partire insieme agli altri e, successivamente, erano stati trattenuti per alcuni mesi a Bari. «Mabel, la mamma della piccola Estha - continua suor Angela -, dopo qualche settimana, guardando la sua bambina, che a scuola in mezzo agli altri bimbi cantava e ballava, ha esclamato: "È la cosa più bella per me: Estha non cantava e non ballava più da quando siamo andati a vivere in Libia!"».

Tre nuove vite ed una speranza
Attorno alla comunità delle suore e ai loro ospiti si è presto creata attenzione: «La presenza di queste famiglie - racconta ancora suor Angela - ha fatto immediatamente nascere reti di collaborazione tra Associazioni ed Enti presenti nel territorio, ma anche una forte solidarietà da parte di tante persone e famiglie che sentivano l'urgenza di dare una mano. In modo molto semplice e generoso, in poco tempo ci siamo trovate sommerse da indumenti, viveri, materiale per l'igiene personale, carrozzelle e seggioloni, giochi per i bambini: la gente è arrivata con piccole attenzioni e delicatezze che ci hanno fatto molto bene!».
Il 24 luglio 2011 è nato Immanuel «seguito con amore dalla direttrice che ha accompagnato la mamma in ospedale - racconta suor Paola Aresu -. L'ha incoraggiata, seguita e assistita durante il parto, come unica "parente stretta" della giovane, non essendo ancora riuscito a raggiungerla il marito».
Ora i bambini sono cresciuti, loro dicono che sono diventati "grandi": Taoufik frequenta il primo anno della Scuola dell'Infanzia, ha molti amici, parla italiano, ma ha ancora molta paura della folla, della confusione, del chiasso e... del mare! I gemelli invece hanno un anno e mezzo, corrono per tutta la casa, dicono le prime paroline e giocano con i coetanei del Nido d'Infanzia.

La storia di Fattah
Ho 28 anni e ho perso i miei genitori all'età di 22. Nel mio paese, quando muoiono i genitori, tutte le proprietà dei figli passano ai fratelli del padre fino alla loro maggiore età, che da noi è 26 anni. Perciò sono rimasto senza niente e sono partito dal Ghana fino alla Nigeria per rendere migliore la mia vita. A 26 anni, mi sono sposato con Mares. Quando sono tornato nel mio paese per riavere indietro le proprietà di mio padre, mio zio non ha voluto ridarmele. Anzi, mi ha cacciato perché lui, musulmano, non accettava mia moglie cristiana. Siamo allora tornati in Nigeria, ma anche la famiglia di Mares non ci ha voluto accogliere.
Allora siamo partiti per la Libia, attraverso il deserto, camminando per molti giorni. Durante la camminata, Mares è svenuta molte volte e ha perso il bambino che aspettava. In Libia non ci siamo trovati molto bene. Poi è scoppiata la guerra e anche lavorare diventava sempre più difficile. In Ghana non avevo nulla; in Libia c'era la guerra: insicurezza per il futuro... ho deciso di partire. Dopo una traversata molto lunga, 36 ore in mare, e molto difficile, nella quale molti compagni di viaggio sono morti, siamo arrivati in Italia, a Lampedusa. Poi, siamo arrivati a Macomer. Qui, con la mia famiglia, abbiamo incontrato tante persone buone ed accoglienti, che ci hanno aiutato veramente e che ci danno la speranza per un futuro più bello: per questo a tutti vogliamo dire: «grazie!».