I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

STEFANO COLOMBO

100 anni nella terra del riso

Era la zona più anticlericale della città. Grazie ai figli di don Bosco è una cittadella di preghiera, lavoro e allegria

Don Gaggino, il primo salesiano giunto a Vercelli nell'estate 1912, così descrive la situazione sociologica e religiosa del rione Belvedere: "Vercelli era il circondario scarlatto della provincia rossa di Novara. Il Belvedere era dominato da un forte circolo anticlericale. Al Canadà, calate le prime ombre della sera, più nessuno dei cittadini osava passare; al Ciaferro l'ultimo prete che aveva osato recarsi a benedire le case al Sabato Santo era stato inseguito nientemeno che con il tridente".
La periferia chiamata "Belvedere" era composta da due lunghe file di case e di industrie sorte al di là e al di qua della ferrovia. Le abitazioni erano sorte negli ultimi 50 anni. Prima vi erano soltanto alcuni casolari e alcune cascine immerse nelle risaie. Una casa signorile sorgeva su un piccolo rialzo e aveva una splendida vista sulla città: da qui si ritiene derivi il nome. Il Belvedere divenne un susseguirsi di case, cantieri, fabbriche, stabilimenti e caseggiati: divenne in una parola la zona industriale di Vercelli. Il quartiere era popolato da circa 4000 persone, con molti giovani: un quartiere in continua crescita.
La cappella era una tettoia
Anni prima, c'era un prete, don Lorenzo Rossi, che aveva a cuore l'educazione della gioventù di Vercelli. Per questo l'Oratorio al Belvedere fu l'incubatore da cui sorsero tutte le attività che si svilupparono in tutto il Novecento e che continuano anche oggi.
Al mese di agosto del 1893 risale il primo tentativo di oratorio. Nel cortiletto e in due stanzette don Rossi radunava la domenica e anche il giovedì un centinaio di ragazzi. Erano attratti dalla novità e dai divertimenti. Venivano i fanciulli dopo il catechismo parrocchiale e, verso sera, dette le preghiere e date buone esortazioni, terminava l'attività oratoriana e bambini e ragazzi tornavano a casa. Sembra di leggere le attività che svolgeva cinquant'anni prima don Bosco a Valdocco.
L'Arcivescovo fece cintare il terreno e si poté cominciare a celebrare la messa dal 12 maggio 1901, come ricorda una lapide a lato della Chiesa posta nel 2001. Il tutto era un poco primitivo, ma non mancarono mai i giovani, specialmente nei giorni festivi, per le funzioni religiose (la cappella era una tettoia di 9×12 metri e la sacrestia una baracchetta, ma vi erano le suppellettili necessarie e si poteva anche conservare l'Eucaristia) e per la ricreazione con giostre, altalene, teatrino, palloni.
La Cappella fu sistemata nel 1905 alzando e intonacando i muri, creando una buona copertura. Ma tutto andò distrutto da un incendio doloso ("crudelmente appiccato nei nostri locali" scrive don Rossi) nell'ottobre 1906. I danni vennero limitati dall'intervento della popolazione; si salvò il tabernacolo con le Ostie consacrate, ma andarono perdute tutte le suppellettili.
Don Rossi afferma che l'Opera dell'Oratorio in sette anni (scrive nel 1908) "ha raccolto migliaia di ragazzi, che hanno imparato le prime e fondamentali ragioni della vita cristiana, anime destinate ad un perpetuo ostracismo dalla parrocchia per non avere una giacchetta ed una conveniente calzatura".
Nel maggio 1903 si era cominciato a sentire come urgente nell'Oratorio la necessità di pensare anche alla gioventù femminile. Si costituì un comitato per la raccolta di fondi destinati all'acquisto da parte del Vescovo del terreno necessario: con molto zelo, ma anche incontrando notevoli difficoltà a raccogliere il denaro necessario, fu acquistato il terreno per il "Ricreatorio femminile". Siamo nel 1904, cinquantenario della definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione di Maria: per questa occasione si costruì la Grotta dell'Immacolata, sul modello di quella di Lourdes. La Grotta è stata demolita negli anni Sessanta del secolo scorso, mentre la statua dell'Immacolata è ancora oggi presente nell'Oratorio.
La costruzione della Chiesa era già iniziata, si erano costituiti due comitati, uno di Signori e uno di Signore, per raccogliere offerte piccole e grandi e nel maggio 1908 si erano gettate le fondamenta. Era prevista una spesa ingente per allora.
Il 1912 segna l'epilogo della grande avventura della costruzione e arredamento della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù al Belvedere. Il quartiere ha il suo tempio degno di Dio, provvisto di tutte le suppellettili necessarie. Per la prima volta sul Bollettino sono nominati i salesiani, cui sarà affidata, per scelta dell'Arcivescovo, la nuova parrocchia del Belvedere.
Don Bosco era molto conosciuto a Vercelli, dove era stato molte volte. Di una in particolare si parlava ancora. Nel 1867, a fine aprile o inizio maggio, don Bosco era stato chiamato a Vercelli per visitare una Marchesa ammalata. Don Bosco stava costruendo la Basilica di Maria Ausiliatrice. La Marchesa chiedeva la sua benedizione, pronta a dare 500 lire se fosse guarita. Don Bosco andò e benedisse la signora, poi uscì per la città per alcune commissioni. Percorsa poca strada, si sentì chiamare e vide il Marchese che gli diceva che la sua signora lo pregava di ritornare in casa. Entrato, la trovò in piedi guarita: mantenne la promessa consegnandogli subito il denaro per la costruzione della Chiesa di Maria Ausiliatrice. Don Rua ne fu testimone e don Bosco narrava questo fatto più volte, esaltando la Madonna.

I "turchi" d'Italia
Il 10 novembre 1911 l'arcivescovo Teodoro Valfrè di Bonzo inviava una lettera al secondo successore di don Bosco don Paolo Albera. In essa così si esprimeva: "Stando ormai per ultimare una chiesa qui in Vercelli in un sobborgo eminentemente operaio, chiesa che sarà tosto eretta in parrocchia, avrei ideato di affidarla alla benemerita Congregazione Salesiana, ben conoscendo lo zelo degli ottimi figli di don Bosco e la loro speciale attitudine nell'educazione della gioventù. Alla chiesa va annessa una nuovissima casa parrocchiale, anche questa quasi finita, ed un larghissimo spazio per l'Oratorio con un gran salone per le adunanze, teatro e simili".
La proposta fu giudicata buona sotto ogni riguardo: c'era un campo dove si poteva impiantare e sviluppare l'attività propriamente salesiana. Don Albera cominciò subito le pratiche necessarie per la nuova opera; questo fece sì che nello spazio di un solo anno i salesiani potessero giungere a Vercelli per prendersi cura della popolazione, partendo dal già esistente: la chiesa e i due oratori maschile e femminile.
I salesiani giunsero uno alla volta a Vercelli già nell'estate 1912: il primo fu don Lorenzo Gaggino. I superiori nel mandarlo gli dicono: "Tu non hai avuto paura dei turchi asiatici, non ne avrai certamente dei turchi d'Italia. A Vercelli c'è una posizione di battaglia che fa per te. Là c'è il tuo posto di gloria". Prima che giungesse, per diverse sere, una turba di donne esagitate erano andate sotto le finestre dell'arcivescovado a urlare che volevano don Rossi e non i salesiani. Don Rossi passò subito le consegne delle sorti del Belvedere a don Gaggino. Egli afferma in uno scritto di molti anni dopo: "Ciò che mi salvò all'inizio fu proprio la mia barba da turco. Pensarono, infatti, che, se avevo la barba, non ero un salesiano".
Il primo impatto dei salesiani con gli abitanti della zona, perciò, non fu dei migliori: essi venivano visti come estranei a gestire una chiesa non costruita da loro e un oratorio che aveva già una sua tradizione. Ma nel giro di poco tempo la situazione mutò nel meglio.
La prima festa patronale del Sacro Cuore, nel giugno del 1913, riuscì bene. Fu presente anche l'Arcivescovo, scortato dalle guardie in borghese. Verso sera, dovendo tornare in Episcopio, si trovò a mal partito, perché i "nemici" avevano piantato un ballo pubblico e ostruivano tutta la strada. Con il parroco a fianco e don Lorenzo Gaggino (già conosciuto da grandi e piccoli e rispettato e temuto) dietro con le mani in tasca, passarono in mezzo alla folla già eccitata dal ballo, ma che si apriva al loro passaggio senza né grida né fischi all'indirizzo dell'Arcivescovo. Monsignore si commosse, perché l'ultima volta che era stato al Belvedere era stato addirittura preso a sassate dai vigliacchi del luogo. Ringraziò i salesiani per il cambiamento avvenuto grazie al lavoro da loro svolto.
Già nel corso del 1913 venne affittato l'ex Ovattificio Pagliardi, attiguo alla chiesa, dal lato opposto alla casa parrocchiale. Il 18 ottobre 1913 giunsero le Figlie di Maria Ausiliatrice per curare l'Oratorio femminile e aprire la scuola di cucito e l'Asilo infantile (1916). L'edificio fu poi acquistato dai superiori e le opere gestite dalle suore poterono svilupparsi ulteriormente.

Arriva la scuola professionale
Durante la guerra buona parte dell'edificio in cui dimoravano e lavoravano le suore fu requisita a scopo militare, per cui le suore si spostarono con l'asilo nella casa parrocchiale, mentre i salesiani si spostarono in una parte rimasta a loro disposizione nell'edificio requisito. Oltre all'oratorio, le suore gestivano il laboratorio di cucito per le ragazze, l'asilo e, in seguito, la scuola elementare.
Un deciso impulso all'opera fu dato da don Bartolomeo Tomé, allora giovane prete di 34 anni, che rimase parroco per 17 anni e, per gli ultimi 6 anni (1951/57), contemporaneamente fu anche Direttore. Con lui si inizierà anche la nuova presenza scolastica nel settore tecnico meccanico gestita direttamente dai salesiani.
I salesiani acquistarono l'edificio adiacente alla casa parrocchiale, fino ad allora adibito a locanda e il terreno adiacente su cui furono costruiti i locali per la nuova scuola. È l'edificio a due piani che si collega alla parte già esistente che ospitava il teatro e l'oratorio maschile con il campo di calcio, già proprietà della parrocchia fin dal suo nascere. Al piano terreno furono attrezzate officine e magazzini e al primo piano le aule. In questi anni la comunità salesiana cambiò volto; fino ad allora era composta da un numero limitato di confratelli: con il sorgere della scuola il loro numero aumentò notevolmente. Il momento di maggior espansione della struttura si ebbe nel 1970 con l'inaugurazione del nuovo fabbricato destinato a laboratorio di Meccanica. La scuola promuove attività di Formazione professionale iniziale, superiore, continua e altre attività formative e opera soprattutto nei settori Elettrico, Meccanico, Servizi alla persona.
Così oggi, finalmente, grazie ai figli di don Bosco, tra parrocchia, oratorio e scuola, il Belvedere è davvero un bel vedere.