I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

B. F.

Il cielo di don Ugo

Mario Vargas Llosa, uno dei massimi scrittori attuali, Premio Nobel per la Letteratura nel 2010, impegnato in lotte per la libertà e la giustizia, conosciuto in tutto il mondo, ha scritto un articolo ripreso da tutti i maggiori giornali del mondo. È lo stupendo elogio di un salesiano missionario in Perù.


«Chacas è più vicino al cielo di qualsiasi altro luogo sulla terra. Per arrivarci bisogna salire su per i ghiacciai delle Ande, sfiorare i cinquemila metri, superare voragini vertiginose e poi scendere per pendii ripidi sorvolati dai condor, nella vallata di Conchucos, nel dipartimento di Ancash. Lì, tra torrenti, ruscelli, laghetti, coltivazioni, pascoli e una cornice naturale dove si possono vedere tutte le sfumature del verde, si trova il villaggio di 1500 abitanti, capoluogo di una provincia che ne ospita più di ventimila.
La straordinaria bellezza di questo luogo non è solo fisica, ma sociale e spirituale grazie a don Ugo de Censi, un sacerdote italiano che divenne parroco di Chacas nel 1976. Alto, eloquente, simpatico, segaligno e agile, nonostante i suoi quasi 90 anni, ha un'energia contagiosa e una fede che può spostare le montagne. In 37 anni che è stato qui, ha trasformato questa regione, una delle più povere del Perù, in un mondo di pace e di lavoro, di solidarietà umana e di creatività artistica».
Chi scrive così è Mario Vargas Llosa, uno dei massimi scrittori attuali, Premio Nobel per la Letteratura nel 2010, impegnato in lotte per la libertà e la giustizia, conosciuto in tutto il mondo.
«La parola che pronuncia più spesso, con accenti poetici, intrisi di tenerezza, è carità. Crede, e ha dedicato la vita a dimostrare che la povertà debba essere combattuta dalla stessa povertà, identificandosi con essa e vivendola con i poveri e che la miglior maniera per attirare i giovani verso la religione e Dio, dai quali tutto nel mondo d'oggi tende ad allontanarli, è proporre loro di vivere la spiritualità come un'avventura, impegnando il loro tempo, le loro braccia, le loro conoscenze, la loro vita per combattere la sofferenza umana e le grandi ingiustizie subite da tanti milioni di esseri umani.
Gli utopisti e i grandi sognatori sociali sono solitamente vanitosi e autoreferenziali, don Ugo invece è la persona più semplice della Terra e quando, con quella scintilla di umorismo che sempre gli brilla negli occhi, dice: "Mi sento un bambino, ma penso di essere soprattutto un rivoluzionario e uno stupido" dice esattamente quello che pensa».
Un sognatore "d'azione"
Ma questo religioso sognatore è un grande uomo d'azione con i fiocchi che, senza chiedere un centesimo allo Stato, ha attuato a Chacas una vera e propria rivoluzione economica e sociale. Ha costruito due centrali elettriche e bacini che forniscono acqua ed elettricità alla città e a molti distretti e frazioni collegate, oltre a varie scuole, un ospedale con 60 posti letto dotato dei più moderni strumenti medici e chirurgici, una scuola per infermieri, laboratori di scultura, falegnameria e design mobiliare, aziende agricole dove si applicano i più recenti metodi di coltivazione e si rispettano tutti i requisiti ambientali, una scuola per le guide d'altura, per gli scalpellini, per i restauratori d'arte coloniale, una fabbrica di vetro e laboratori per la realizzazione di vetrate, laboratori tessili, caseifici, rifugi di montagna, ospizi per bambini disabili, case di cura, cooperative per contadini e artigiani, chiese, canali di irrigazione. E nell'agosto di quest'anno verrà aperta anche un'Università per l'educazione degli adulti nel Chacas.
«Vai a lavorare!»
L'Operazione Mato Grosso nasce nell'estate del 1967, quando don Ugo, allora assistente spirituale degli oratori salesiani della Lombardia e dell'Emilia, propone ad una ventina di giovani di portare aiuto ad un sacerdote italiano missionario nella regione brasiliana del Mato Grosso.
«Allora ho detto ai ragazzi andiamo in missione invece di fare il campeggio su in Val Formazza. Andiamo in missione! È stato come mettere un fiammifero in mezzo alla benzina. Prima spedizione 24 ragazzi: venivano da tutte le parti. Così è partita questa avventura. I ragazzi hanno bisogno di avventure e l'avventura più bella poi sarà Dio. Tu non lo vedi ma è Lui la meta».
Come un benefico contagio, l'entusiasmo di quei giovani si propagò a numerosi coetanei che decisero di impegnarsi nell'aiuto concreto presso varie missioni dell'America Latina oppure di sostenerne le fatiche collaborando dall'Italia.
«E allora l'Operazione, tu guarda l'Operazione com'è. È semplice. Ci sono dei poveri: abbi un po' di compassione. Il tuo cuore ce l'hai vero? Tutti ce l'abbiamo. Un po' di compassione e aiuti i poveri. Per aiutarli, lavora! Adesso il lavoro fisico l'hanno dimenticato. Devono lavorare, sporcarsi le mani, faticare, sudare: questo è il lavoro! In Italia c'è questo? Non c'è più, è stato eliminato! E quindi dillo ai ragazzi: "Vai a lavorare! Fatica!". È una gioia per i ragazzi, è una gioia. Non è una cosa che ti possono dire in una lezione. Una lezione ti dà fastidio, a sentir parlare di alcune cose provi fastidio. No! Fai questo cammino! E il cammino è il cammino della Carità: dare via. Dov'è sbagliato il nostro mondo? Dov'è sbagliato? Tutti attaccati ai soldi, tutti. Noi, i cristiani, e i pagani, sono la stessa roba, tutti sono attaccati ai soldi, tutti attaccati al progresso. Che differenza c'è? Ma cosa ha detto Gesù? Cos'aveva detto? "Va' vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi"».
Prese vita, così, un vasto movimento di uomini e donne che cercano di vivere la Carità mettendo gratuitamente le proprie abilità ed il proprio tempo al servizio dei poveri, affinché i beni materiali siano condivisi e la comunione fraterna divenga vera gioia ed opportunità di vita.
Nel 1976 don Ugo venne chiamato dall'allora Vescovo di Huari, monsignor Dante Frasnelli, ad occuparsi della parrocchia di Chacas, piccolo centro abbarbicato sulle Ande peruviane, tra la Cordigliera Bianca e la Cordigliera Nera.
Partì così la cordata della carità. Da quasi quarant'anni centinaia di volontari italiani, medici, ingegneri, tecnici, artigiani, artisti, studenti, lavorando gratis e vivendo fianco a fianco con i poveri hanno lottato per mettere fine alla povertà e dare dignità e futuro ai loro figli.
La fantasia non manca ed ecco i volontari italiani avviare scuole di andinismo e rifugi d'alta quota per formare guide locali in grado di accompagnare i turisti alla scoperta delle vette più alte.
Costruire piccole centrali elettriche e trasmettere le conoscenze legate alla conduzione dei pascoli d'alpeggio ed alla produzione del formaggio, fino alla decisione di seminare - a 4000 metri di altitudine - erbaggi più appetibili al bestiame.
Tutto questo lavoro non sarebbe stato possibile senza il sostegno di molti volontari italiani, dei quali Vargas Llosa dice: "Attualmente ci sono una cinquantina di volontari nel Chacas e circa 350 in tutta la regione. Vivono modestissimamente, i single in comunità, le coppie con figli in case proprie, mescolati con i poveri e, ripeto, non prendono alcuno stipendio". Molti di loro poi rimangono lì con i loro figli, e per questo il Premio Nobel aggiunge: "È divertente vedere quella nuvola di bambini con gli occhi chiari e i capelli biondi alla messa della domenica, frammisti ai bambini e alle bambine del posto, tutti cantando in quechua, italiano, spagnolo e persino latino".
«Sapessi che regalo, ogni giorno...»
Al centro di tutto c'è lui, don Ugo con il suo immenso cuore e la sua immensa fede. Elisa e Stefano, due volontari scrivono: «Sapessi che regalo, avere ogni giorno davanti l'esempio di padre Ugo e padre Lorenzo! Mai un minuto per se stessi. Padre Ugo è sempre in movimento. Lui cerca, avvicina, incoraggia, corregge, ama. Più si fa vecchio e più acquista semplicità. Per lui il pensiero della morte è desiderare solo un Padre che lo accolga; desiderare che non finisca tutto con la morte. Sarà solo una favola?
Eppure vedessi come è concreta! Dietro a questo sogno, vedessi la vita di padre Ugo come è stata un regalo per tutta la gente, per tanti poveri che hanno ricevuto da mangiare, un tetto per la casa, le cure mediche. Tanti ragazzi e ragazze che hanno ricevuto un'istruzione, un'educazione, un mestiere. Tante persone che dall'Italia hanno trovato in mezzo ai poveri uno stile di vita.
Tanti benefattori che attraverso i volontari possono regalare soldi e beni, sentire che i poveri non sono una questione sociale ma l'invito a spendere bene la nostra vita.
E così via, non saprei bene come descrivere tutto il bene che padre Ugo ha fatto e che ancora sogna di fare (i rifugi, la malga dove crescere le mucche per regalare il formaggio, i premi per l'oratorio, la scuola di archeologia...). Mi raccomando non perdetevi dietro le cose piccole e stupide, sognate! Sognate in grande!»
«Sono convinto» conclude Vargas Llosa «che, nonostante la notevole grandezza morale di padre Ugo e dei suoi discepoli e il grande lavoro svolto nei quattro paesi in cui hanno missioni, Perù, Bolivia, Ecuador e Brasile, questo non è il metodo con cui si può porre fine alla povertà nel mondo. Perché il mio scetticismo mi dice che non vi è, nel vasto pianeta, la dose sufficiente di idealismo, altruismo e carità da produrre cambiamenti come quelli di Chacas. Ma com'è incoraggiante vivere, anche se solo per una manciata di giorni, l'esperienza di Chacas e scoprire che esistono ancora in questo mondo egoista uomini e donne che danno la vita per aiutare gli altri, per fare ciò che chiamiamo bene, e che trovano il senso della loro esistenza nell'impegno e nel sacrificio. Ah, se ci fossero nel mondo tanti stupidi come a Chacas, amato e ammirato padre Ugo!»


LA CAMPANA DI DON UGO
«Avevo un amico. Quando pregava con i ragazzi aveva sempre le mani giunte. Muore. Aveva messo da parte dei soldi, i suoi genitori mi hanno scritto: "Ugo, i soldi di Francesco li regaliamo a te". Va bene - dico -, ma io cosa faccio adesso di questi soldi? Faccio su un pezzo di ospedale? Compro una macchina per l'ospedale? Faccio un piccolo asilo? Erano sufficienti per fare una roba così. Però non mi andava. Ancora cose. E mi dico "No no... Ah! Una campana, voglio fare una campana. Una campana enorme. E in questi giorni sto cercando di farmi fare una campana più bella, da mettere qua vicino. Questa campana, in mezzo alla valle, dalan dalan... Sai cosa dice? "Solo Dios... Solo Dios... Solo Dios..." E tutti, quando muore qualcuno verranno a suonare. Qui ci sono tanti protestanti, evangelisti, un misto, però vado d'accordo con tutti, non ci sono problemi. E quando muore qualcuno andranno a suonare questa campana in mezzo alla valle. Questo è un modo per far capire alla gente, sarà una stupidaggine se vuoi, però è proprio la cosa che dice: che conta solo Dio».


I MARTIRI
L'Operazione Mato Grosso ha i suoi santi martiri. Giulio Rocca, nato ad Isolaccia (SO) il 30 marzo del 1962. Assassinato dal movimento guerrigliero maoista Sendero Luminoso nella missione di Jangas (Ancash - Perù) il primo ottobre del 1992. Giulio desiderava diventare sacerdote e sarebbe presto entrato in Seminario alle dipendenze del Vescovo di Huari, al quale pochi giorni prima di morire aveva scritto: "A 30 anni mi sembra che niente ha più valore che seguire Gesù...". Padre Daniele Badiali, nato a Faenza (RA) il 3 marzo del 1962. Sequestrato e assassinato il 18 marzo 1997 nella missione di S. Luis (Ancash - Perù) perché si era rifiutato di consegnare il riscatto chiesto da un gruppo di banditi. Nella sezione della WebTV di sdb.org è disponibile un video sul lavoro di don Ugo de Censi, realizzato da Missioni Don Bosco.