I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA POSTA - I NOSTRI ESPERTI RISPONDONO

Don Bosco e la crisi
Carissimo Bollettino, vivo con profonda apprensione l'angosciante clima sociale che ci circonda. Ogni tanto qualche organizzazione dalla sigla improponibile fa qualche previsione sull'uscita dal tunnel. Ma mi accorgo che questa fine del tunnel si sposta sempre più in là. Vedo i miei figli sempre più preoccupati e arrabbiati. C'è tanta disperazione, tanta depressione. Davanti all'urna di don Bosco a Torino, mi sono chiesto che cosa avrebbe detto don Bosco in queste circostanze così difficili?
G.B. Tirano

Don Bosco ha pronunciato due frasi "terribili": «L'Oratorio di San Francesco di Sales nacque dalle bastonate, crebbe sotto le bastonate, e in mezzo alle bastonate continua la sua vita» e «Tutte le volte che ci frappongono imbarazzi - egli affermava - io rispondo sempre coll'apertura di una casa» (MB, XIV, 229). Non è azzardato definire tutta la vita di don Bosco una lotta: dalla morte del papà alla pioggia di pugni e schiaffi da schivare, dai preti della curia che lo credono matto fino al martirio per costruire la chiesa del Sacro Cuore a Roma. Nel sogno dei nove anni, la Madonna lo aveva preparato: «Renditi umile, forte e robusto» gli aveva detto. Un consiglio stupendo. Don Bosco lo fece diventare una delle colonne della sua personalità. La frase decisiva è di Giovanni Cagliero: «Non lo vidi mai un solo momento scoraggiato» afferma al processo di canonizzazione. Don Bosco aveva quella virtù formidabile, la più adatta ad un tempo di crisi, che si chiama resilienza. La resilienza non è una condizione ma un processo: si conquista lottando. Il coraggio è soprattutto la virtù del guerriero che osa rischiare di venire ferito in combattimento. Il coraggio ci rende decisi: bisogna rischiare. I forti conquistano il Regno di Dio, dice Gesù: il Risorto si fa riconoscere mostrando le ferite. Si racconta che un uomo morì e arrivò alle porte del cielo. L'angelo addetto all'accoglienza gli chiese: «Mostrami le tue ferite». Sorpreso, l'uomo replicò: «Ferite? Non ne ho». E l'angelo gli disse: «Non hai mai pensato che ci fosse qualcosa per cui valesse la pena di combattere?». La cosa più importante per non rassegnarsi è avere un ideale, qualcuno o almeno qualcosa per cui valga la pena lottare. Don Bosco aveva un sogno, un progetto, un ideale. Un sogno non è un'illusione: è la forza di vivere. Non averlo è afflosciarsi. È avere un senso e una direzione. Il tutto era percorso dalla vena palpitante della fede. Come una finestra aperta al grande soffio del mondo, all'infinita e silenziosa presenza di tutto. Dove soffia lo Spirito del Vangelo: «Guardate gli uccelli che vivono in libertà: essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai... eppure il Padre vostro che è in cielo li nutre! Ebbene, voi non siete forse molto più importanti di loro?» (Mt 6,26). Le Memorie salesiane tranquillamente affermano: «Era evidente essersi egli gettato nelle braccia della divina Provvidenza, come un bambino in quelle di sua madre» (MB III, 36). Nel sogno della zattera, don Bosco vede la società di oggi, "liquida" ed infida. Allora allestisce una zattera: «Quando tutti furono sulla barca - continua Don Bosco - presi il comando di capitano e dissi ai giovani: - Maria è la Stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto; Ella ci scamperà dai pericoli e ci guiderà a porto tranquillo».
B.F.

L'inferno c'è!
All'eremita Americo Bejca mi permetto di far notare che, per rispondere alla lettera di Pettinato, ha speso complessivamente una pagina circa del Bollettino, quando poteva consigliargli quella forse più breve, ma certamente più chiara, del Catechismo (nn. 1033-1037), che egli certamente possiede e studia assiduamente. Il Catechismo, infatti, afferma con chiarezza l'esistenza e la natura dell'inferno, lui invece al lettore che gli ha scritto fornisce solo risposte fumose e contraddittorie. Parte dall'affermazione che "quando Gesù cominciò a predicare, l'originalità del suo messaggio consisteva nel fatto che nei suoi discorsi egli parlava esclusivamente di salvezza, non di salvezza e dannazione", mettendo in contrapposizione ciò che sta scritto nelle prime pagine del Vangelo con il contenuto delle pagine successive: il che, mi sia concesso, è un'autentica stupidaggine. Poi afferma, come se fosse chissà quale scoperta, che "La Sacra Scrittura ... sebbene insegni l'esistenza dell'inferno, in realtà non ha mai spiegato in che cosa esso consista", dimenticando che nemmeno la Chiesa, nemmeno il Catechismo, e nemmeno la Madonna a Medjugorje con l'immagine del fuoco e dei demoni cornuti e caudati, hanno inteso spiegare in che cosa l'inferno realmente consista, ma soltanto far capire che si tratterà di un castigo gravissimo, dolorosissimo ed eterno. E forse è proprio questo che all'eremita Bejca non va giù. E allora, credendo di fare un favore a se stesso e all'interlocutore, come se bastasse tacere la verità per mettersene al sicuro, tenta di annacquare il Vangelo, affermando che "Dio non chiude a priori le porte del paradiso ad alcuno" e che "Il piano e la volontà di Dio sono... che tutti gli uomini si salvino". Ma non dice che questo è un altro discorso; che quella è la volontà di Dio, ma che ognuno di noi potrebbe disattenderla. Che abbiamo la terribile possibilità di fare il contrario di ciò che Dio ci chiede, scegliendo noi la lontananza eterna da Lui. Eventualità terribile, ma reale. Dalla quale non ci salva il silenzio dell'eremita Bejca, né le opinioni dei teologi "illuminati" secondo i quali l'inferno non esiste o, se esiste, è vuoto.
Lettera firmata

Lei è preoccupato dell'esistenza dell'Inferno con un ragionamento del tipo: «Se l'inferno non c'è, dove andremo a finire?». In realtà la risposta era molto semplice e non metteva affatto in dubbio la dottrina della Chiesa. Sottolineava soltanto che la fede non è frutto della "paura" del giudizio e del castigo, ma una libera scelta fatta per "amore". Gesù nel Vangelo è anche più severo di lei: «Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geenna» (Matteo 5,22). Quindi non si preoccupi, l'inferno c'è.
A.B.



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