I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

NOI E LORO

ALESSANDRA MASTRODONATO

LA FIGLIA

Chi non cambia è perduto

L'adolescenza è, per definizione, l'età del cambiamento. Si modifica il corpo, si delinea l'identità, si sperimentano per la prima volta sentimenti e stati d'animo inediti.

Cresce il desiderio di sperimentare, di mettersi alla prova, di testare le proprie competenze esistenziali, di reinventarsi e precisare la propria identità in relazione alle diverse situazioni che ci si trova ad affrontare.
Anche sul piano della riflessione, dell'azione, delle relazioni interpersonali, gli adolescenti esprimono, in genere, un'attitudine naturale all'intraprendenza, alla rapidità, alla flessibilità che è specchio fedele del loro dinamismo interiore, della loro capacità di adattamento, di quella vivacità cognitiva, psicologica e relazionale che è propria della loro età.
Eppure, nell'era della modernità liquida, in cui le trasformazioni si rincorrono con una velocità sorprendente, modificando continuamente la realtà in configurazioni mutevoli e provvisorie e rendendo sempre più complessa l'interpretazione dell'esistente, anche i più giovani fanno fatica a tener dietro al cambiamento e spesso sperimentano un senso di smarrimento e di precarietà che li spinge a rigettare il nuovo, a temere tutto ciò che incrina e rimette in discussione quel microcosmo di certezze che tanto faticosamente sono riusciti a costruirsi. Di fronte al rischio sempre incombente del disorientamento e della perdita di un "centro di gravità permanente" - come cantava Battiato - attorno a cui far ruotare il proprio instabile universo di senso, persino gli adolescenti preferiscono rifugiarsi in una routine certamente monotona e ripetitiva, ma senz'altro più rassicurante, mortificando quella vitalità e quella salutare inquietudine che costituiscono il motore del cambiamento e, dunque, anche della crescita.
Molti adolescenti finiscono così con il diventare più conservatori e tradizionalisti dei loro genitori, hanno paura di rischiare, di osare, di intraprendere strade nuove e non ancora battute. Vivono con ansia e preoccupazione l'idea di un futuro che ai loro occhi appare come dimensione segnata dall'incertezza e dalla provvisorietà.
Ma l'esistenza, per quanta resistenza si cerchi di opporvi, è cambiamento costante, evoluzione ininterrotta, crescita continua. Compito degli adulti è, dunque, quello di aiutare i ragazzi a non temere il mutamento, a non guardare con sospetto tutto ciò che va a stravolgere la loro quotidianità e i loro riferimenti abituali, bensì a riconciliarsi con il loro dinamismo interiore, con la loro innata tensione verso il nuovo, nonché a valorizzare la loro illimitata creatività per poter orientare in modo costruttivo il cambiamento ed immaginare scenari inediti e gratificanti per il proprio futuro.




MARIANNA PACUCCI

LA MADRE

Generare il nuovo

Agli adulti i cambiamenti piacciono poco, mentre ai giovani piacciono fin troppo.

I grandi percepiscono spesso il nuovo come qualcosa di estraneo alla loro identità, una minaccia che inizialmente può anche affascinare ma che alla resa dei conti risulta deludente. I ragazzi, invece, vivono la mitologia del nuovo e del diverso come rottura provvidenziale della ruotine e, spesso, con l'illusione che l'inedito sia anche, automaticamente, migliore del già dato.
Alle famiglie tocca oggi il compito di assumere responsabilmente le tante trasformazioni che incombono nel mondo contemporaneo sfidato da una globalizzazione intricata e insondabile, nonché nel microcosmo sociale in cui le generazioni con differente sensibilità sperimentano sentimenti, vivono relazioni ed esperienze, accumulano difficoltà e disperdono sogni.
I consequenziali mutamenti del nucleo domestico, che non sempre si realizzano in modo positivo, spesso provocano gli adulti ad una ulteriore prudenza; i genitori ritengono inevitabile procedere con il freno a mano tirato al massimo, ma dolorosamente si ritrovano a sperimentare che questa resistenza ad oltranza nei confronti del cambiamento è pregiudiziale per la crescita dei figli.
La verità è che le famiglie oggi devono un po' ridimensionare la loro tradizionale funzione di argine al mutamento culturale e sociale, così come non possono accontentarsi di procedere a vista, con brusche accelerazioni e pensosi rallentamenti, peraltro non disponendo sempre della saggezza necessaria a capire quando serve una cosa e quando l'altra. È ora di riscoprire che la vocazione della famiglia è la generatività: solo utilizzando al meglio la creatività della vita e la vita come creatività è possibile tenere dritta la barra delle trasformazioni in atto e, soprattutto, educare le nuove generazioni ad un confronto positivo con esse.
Peraltro, non si tratta di assecondare evoluzioni momentanee e misurate strettamente sulle esigenze e i desideri dei singoli; piuttosto ci vuole una generosità autentica, l'energia di un dinamismo che sia cifra distintiva di una nuova solidarietà verso tutti: in particolar modo verso quelle famiglie che per mancanza di strumenti culturali idonei si arrendono quasi inconsapevolmente ai cambiamenti incombenti: subiti piuttosto che generati e rigenerati, questi accrescono il disorientamento degli adulti e consegnano i giovanissimi alle mode del momento, alla tirannia dei mercati in cui si commerciano i valori, al conformismo più becero.
Il cambiamento è, che piaccia o no, una regola fondamentale e ineludibile dell'esistenza, una componente importante del processo di umanizzazione delle persone. Per il bene di tutti, principalmente dei figli.