I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA POSTA - I NOSTRI ESPERTI RISPONDONO

Anche i musulmani dicono il rosario?
Ho un vicino di casa musulmano. È anziano e riesce a vivere facendo mille lavoretti e servizi, anche a noi del vicinato. È tutto sommato benvoluto da tutti. Quello che mi colpisce di più è che ha sempre il rosario in mano. Qualunque cosa stia facendo, fa scorrere i grani di questa sua corona, un po' diversa dalla nostra, ma pur sempre un rosario. Anche se gliel'ho chiesto un po' di volte, non è mai riuscito a spiegarmelo bene. Il più delle volte si limita a sorridere e si stringe nelle spalle. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa di questa abitudine musulmana e anche perché noi cristiani ci vergogniamo di dire il rosario in pubblico.
Anna Contini, Crema

Per chi non capisce niente della vita spirituale il rosario è sinonimo di una preghiera retorica, stupida, inutile. Per chi è «spirituale», per chi è arrivato avanti nel cammino della preghiera, il rosario è il modo più semplice per aiutarsi a vivere la preghiera in modo concreto e prolungato.
Non temo nell'affermare che chi ama questo tipo di preghiera e si trova a suo agio nel dire il rosario è un contemplativo o certamente sulla via della contemplazione. Quindi: attenti nel parlar male di cose che non si conoscono. Il rosario è un modo universale di preghiera; difatti lo troviamo in tutte le religioni rivelate. Ve ne indico tre.
Il rosario mariano: è il nostro.
È fatto da cinquanta grani sistemati e suddivisi in cinque decine e intercalati da un grano più grosso. È un vero piccolo ufficio della Madonna, un modo semplice per aiutare il popolo a pregare. Nella tradizione cattolica ha avuto un ruolo fondamentale. Per molti poveri è stato l'unico aiuto per mantenere la fede in tempi duri e aridi.
Il rosario è il tentativo di riunire nello spazio di quindici minuti un piccolo itinerario di meditazione sulla vita della Vergine intercalandolo con la preghiera iterativa, litanica dell'Ave Maria.
L'itinerario di meditazione batte quattro piste molto semplici: la gioia di Maria, il dolore di Maria, la gloria di Maria e i principali momenti della vita di Gesù. Si articola su cinque quadri chiamati misteri (il termine è medioevale, quando venivano chiamati «misteri» le rappresentazioni sacre). I misteri del Rosario sono venti, cinque gaudiosi, che ricordano la vita di Gesù e di Maria fino all'inizio della vita pubblica: l'Annunciazione, la Visitazione, la Nascita di Gesù, la Presentazione di Gesù al Tempio, il Ritrovamento di Gesù nel Tempio; cinque luminosi, che ricordano la vita pubblica di Gesù: il Battesimo di Gesù, le Nozze di Cana, l'Annuncio del Regno di Dio, la Trasfigurazione, l'Istituzione dell'Eucaristia; cinque dolorosi, che ricordano la sua passione: l'Agonia di Gesù nel Getsemani, la Flagellazione, la Coronazione di Spine, la Salita di Gesù al Calvario con la Croce, la Crocifissione e Morte di Gesù cinque gloriosi, che ricordano la sua risurrezione e la gloria di Gesù e di Maria: la Risurrezione di Gesù, l'Ascensione di Gesù al Cielo, la Discesa dello Spirito Santo, l'Assunzione, l'Incoronazione di Maria Vergine.
Il rosario bizantino.
Diciamo «rosario» per intenderci, ma in realtà nella liturgia bizantina è chiamato «Cotki» e in russo «Comvolojan». È un rosario di lana con cento grani che si fanno scorrere sotto le dita, dicendo ad ogni grano: «Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, abbi pietà di me, peccatore».
È la stessa origine della famosa preghiera di Gesù del Pellegrino russo: «Signore pietà, sono peccatore!».
Questo ripetere, ripetere questa preghiera è un modo molto utile per «addormentare» la fantasia e l'immaginazione. Come la mamma addormenta il bambino cullandolo, così il ritmo e la monotonia placano queste due «matte» di casa che sono sempre pronte a distrarre la preghiera.
Il rosario islamico (subha).
È indubbiamente il più semplice. È la preghiera del deserto delle lunghe marce, dell'adorazione e della lode prolungata.
Formato da novantanove grani (corrispondenti alle novantanove lodi di Dio), si fa scorrere sotto le dita ripetendo un'unica invocazione scelta tra le novantanove.
È veramente una fonte straordinaria di preghiera. Chi è innamorato di Dio non si sazia di ripeterlo.
Andando nei paesi islamici, vi sarà facile vedere i «credenti» camminare tenendo in mano il rosario e facendo scorrere i grani sotto le dita mentre le labbra sussurrano: «Dio mio, come sei grande» oppure: «Dio, sei il misericordioso». Sovente l'espressione scelta e ripetuta è tenuta come «segreto» personale.
Comunque sia, mettete in tasca il rosario. Non vergognatevi mai. Siatene orgogliosi. Può darsi che passeranno anni, prima che lo recitiate per benino. Non importa, tenetelo vicino.
Vi aiuterà. Semmai, quando vi passa sotto le dita, dite solo: Ave Maria. Proprio come si ripete «Ti voglio bene» a chi si ama.
Fratel Carlo, monaco

Io la penso così!
La missione è di Dio... a noi tocca solo seminare!
Mentre studiavo legge all'università (1988-1992), con una ragazza pensavamo di andare in Africa come famiglia missionaria. Ma poi ho cominciato a comprendere che ero contento, ma non ero felice, mi mancava qualcosa... Allora ho cominciato ad ascoltare e cercare di essere fedele alla
"voce interiore". Ho letto la Parola di Dio, pregato, cercato... Un giorno andai a confessarmi casualmente in una parrocchia salesiana: ho sentito come se una scintilla fosse stata accesa nel mio cuore. Quando, grazie alla guida di un salesiano, ho avuto maggiore consapevolezza che Gesù mi chiamava, ho deciso di donarmi al Signore per sempre. I bisogni ci sono ovunque; anche se è vero che siamo chiamati a rispondere a questi, il vero bisogno è discernere, vedere, ascoltare ciò che Dio vuole in una situazione particolare e nella vita di ciascuno di noi. Quando l'amico salesiano che mi accompagnava mi ha detto: "Ora scrivi al Rettor Maggiore", ho scritto e ho ricevuto la sua risposta: "Ti invio in Pakistan". Perché ho voluto essere un missionario quando l'Argentina ha anche bisogno? La risposta è "perché Dio lo vuole". Il criterio finale è la chiamata di Dio, è lui che invia. Più tempo passa, più divento convinto di questo... A livello personale, le sfide più grandi sono state quelle di imparare a riconoscere e accettare i miei limiti e le mie debolezze. Paradossalmente, la paura, il dolore, la solitudine, il sentirsi tradito, il non essere in grado di comprendere e controllare la realtà possono diventare la via che ti porta ad essere più profondo e sincero con te stesso. A livello di fede, la sfida di vivere in un Paese dove il 96% degli abitanti sono musulmani mi ha dato l'opportunità di essere "nato di nuovo" (come Nicodemo), di "andare a vedere" (come Bartimeo), e di riscoprire il "dono di Dio" (come la samaritana). Le mie più grandi gioie hanno un nome: Nobili, Adnan Sami, Julia e Roma (i miei fratelli e sorelle pakistani, prime vocazioni locali), Rodrick, Alwin, Khurram, le signorine Fitness e Sabra (vivono e amano il carisma come laiche) Maria (l'abbiamo trovata piangendo da sola quando abbiamo visitato la sua famiglia e ora sta studiando, sorride e vuole diventare una disegnatrice!), Sunil (ora lavora grazie ad un corso fatto in DB, studia, è un animatore dell'oratorio e vuole discernere la sua vocazione) ... Sì! La missione è Dio e Lui porta frutto a suo tempo. Quando? Come? Quanto? Solo Lui lo sa. A noi tocca solo seminare. Continuiamo a vivere insieme giorno per giorno, con la speranza, la luce e la gioia che emana dalla nostra fede. E siamo felici!
D. Julio Palmieri, Argentino, missionario in Pakistan

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