I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

COME DON BOSCO - L’educatore

di Bruno Ferrero

PARLARE DI VOCAZIONE AI FIGLI

Parlare di “vocazione” ai figli come insegnare l’arte di tirare con l’arco. La parola «vocazione» fa uno strano effetto. Un brutto scherzo l’ha trasformata in una parola strana ed sorpassata che riguarda quasi esclusivamente preti e suore. Negli ultimi tempi viene di solito collegata con la parola «crisi».

La parola vocazione esprime un modo unico e stupendo di intendere la vita degli esseri umani. È riconoscere di non essere stati buttati nel mondo per caso o peggio per una specie di incidente. Le parole che aprono la Bibbia sono le più sensazionali della storia: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Significa che Dio “ha voluto” questo mondo come una mamma vuole il suo bambino. Nessuno di noi ha chiesto di nascere, siamo stati chiamati. Siamo stati voluti per qualcosa. Non abbiamo alternativa: o siamo frutti di una bizzarra casualità o siamo stati chiamati e progettati per uno scopo, una meta, un disegno. La scelta che facciamo cambia completamente la vita. Nel primo caso, vivere è un po’ come racconta una graziosa storiella: Un uomo d’affari sempre molto affaccendato chiamò a gran voce un taxi e vi salì sopra con gran furia ordinando: «Presto!... a tutta velocità!». Il taxi partì con un gran stridio di gomme e imboccò il corso a tutta birra. Dopo un po’ al passeggero venne un dubbio. Si sporse verso il taxista e chiese: «Le ho detto dove deve andare?». L’autista rispose tranquillo: «No, ma ci sto andando più in fretta che posso».

Nel secondo caso, significa vivere con una bussola, cioè con un senso e una direzione, significa che si è nel mondo per costruire qualcosa. La vita è una cosa seria e non un passatempo: è compito, missione, progetto da tradurre in realtà, capolavoro da realizzare, in vista di un “proseguimento” senza fine.

 

I genitori possono donare ai figli questo modo di pensare prendendo esempio dalla nobile arte del tiro con l’arco. Un’arte che esige alcune discipline particolari.

Mettere a fuoco il bersaglio. Il bersaglio è l’obiettivo da raggiungere. È davvero importante che i figli sappiano proporsi degli obiettivi concreti. Così potranno concentrarsi principalmente su ciò che serve e non sprecare tempo e energie. Un obiettivo si sceglie soprattutto in base alle proprie qualità, inclinazioni, aspirazioni e anche le necessità della famiglia. Gli obiettivi della vita devono essere valutati attentamente con i “maestri” e i genitori sono i primi maestri in questa nobile arte. È il momento più alto nella vita di un uomo: la libera risposta ad una chiamata che viene dall’Infinito. Non si tratta semplicemente di decidere «che cosa farò» ma soprattutto «che persona voglio veramente essere».

L’arco.  L’arco è la vita: da lui viene tutta l’energia. La freccia scoccherà un giorno. Il bersaglio è distante. Ma l’arco resterà sempre e bisogna saper prendersene cura.

La freccia. La freccia è l’intenzione. È ciò che unisce la forza dell’arco con il centro del bersaglio. L’intenzione deve essere cristallina, onesta, molto equilibrata.

La concentrazione. Una volta compreso l’arco, la freccia, e il bersaglio, occorre possedere serenità e concentrazione per imparare la pratica del tiro. La serenità viene dal cuore. La concentrazione si raggiunge quando si elimina tutto il superfluo e l’arciere scopre gli elementi pericolosi che disturbano e distolgono dalla visione del bersaglio.

La tensione. Una volta scelto il bersaglio, bisogna dare il meglio di se stessi per raggiungerlo, e guardarlo sempre con rispetto e dignità. Un vero alpinista ammira la vetta che vuole scalare  con onore e considerazione: questo gli impedisce di commettere errori di valutazione, aumenta la sua attenzione e gli consente di mettere in conto il prezzo da pagare in termini di sforzo e di allenamento.

Non smettere di imparare.  L’unica cosa che paralizza è la paura di sbagliare. Anche se non raggiunge l’obiettivo, la volta successiva l’arciere saprà perfezionare la sua mira. Chi non corre dei rischi, non saprà mai quali cambiamenti erano necessari. Per imparare bisogna perseverare. L’arciere lascia che molte frecce oltrepassino e manchino il suo obiettivo, perché sa che imparerà l’importanza dell’arco, della posizione, della corda e del bersaglio, dopo aver ripetuto i suoi gesti migliaia di volte, senza timore di sbagliare.

E i veri maestri, soprattutto i genitori, non lo esporranno mai a critiche, perché sanno che l’allenamento è necessario, è l’unica maniera di perfezionare il proprio istinto e il suo colpo.

Ogni freccia lascia un ricordo nel cuore ed è la somma di questi ricordi, che potremmo chiamare “esperienza”, che farà tirare sempre meglio.

Scoccare la freccia. Le persone riuscite “fanno centro” con disarmante facilità. Dopo molto esercizio, non pensano più a tutti i movimenti necessari che sono diventati parte della loro esistenza. Un piccolo gesto quotidiano, apparentemente facile, è il risultato di un lungo cammino. E il cammino dell’arco è il cammino dell’allegria e dell’entusiasmo, della perfezione e dell’errore, della tecnica e della realizzazione. Il cammino di chi prende sul serio le parole «Sia fatta la tua volontà».  

 


COME DON BOSCO - il genitore

di Marianna Pacucci

L’OBBEDIENZA ALLA VITA

Parola usurata e abusata, vocazione è la password di ogni esperienza autentica di educazione. Ed è talmente pregnante, che forse non vale neppure la pena aggiungere l’aggettivo “cristiana”.

 

Non è la fede a mettere in evidenza la prospettiva vocazione; è la vita ad esigerla. Il problema è come noi genitori aiutiamo i figli a costruire il loro rapporto con la vita: la propria, quella degli altri, quella che ogni particella del creato esprime, anche se invisibile al nostro sguardo. Siamo davvero sicuri di porci con competenza al loro fianco, perché possano scoprire gradualmente il grande mistero che rende possibile trasformare le risorse personali in talenti e questi in dono da mettere generosamente al servizio di tutti? Dobbiamo ammettere che troppo spesso rinunciamo a occuparci seriamente del futuro dei nostri ragazzi, perché noi per primi siamo impastati di passato e di presente e sentiamo faticoso e ingrato l’esercizio della lungimiranza e della profezia. E quando ci accorgiamo che il domani incombe minacciosamente anche sulla nostra casa, ci limitiamo a porre ai figli la fatidica, quanto stupida domanda: “Cosa vorresti fare da grande?”, accantonando la questione più importante: “Chi vorresti essere da grande?”. La fregatura è qui: insistere sul cosa e non sul perché e sul come; come se l’adultità potesse essere sintetizzata nella scelta professionale ed, eventualmente, in un’esperienza affettiva, magari provvisoria e reversibile.

 

L’educazione vocazionale è ben altra cosa. È apertura incondizionata alle sfide dell’ulteriorità: un oltre che riguarda il tempo e lo spazio, ma anche la dimensione della soggettività e l’appartenenza a una realtà limitata. È l’accettazione del rischio più grande per un genitore: ammettere che i suoi figli potrebbero avere altri desideri, altri talenti, altra storia rispetto a quella che un padre e una madre possono sognare per loro. È il riconoscimento che l’obbedienza alla vita è adesione all’inedito, un percorso sempre nuovo e originale, dove l’esperienza dei grandi può addirittura rappresentare un handicap. Il guaio è che tutto questo lo si scopre strada facendo, e talvolta dolorosamente, misurandosi con l’immagine impietosa del servo inutile, che ogni genitore dovrebbe sempre tenere davanti agli occhi, mentre continua a camminare accanto ai suoi ragazzi sulle strade della vita. Perché, se è vero che non sarà lui a scegliere la meta e il percorso, comunque dovrà continuare a essere solidale con le scelte che i figli, a poco a poco, individueranno come la risposta necessaria per dare senso alla loro esistenza. Li si può aiutare in questo impegno, che comincia prima di quanto pensiamo? Ci sono tre attenzioni che una famiglia deve curare con responsabilità e intelligenza.

 

La prima, anche in ordine di tempo, è quella di contribuire a mettere in luce tutti i segnali di in-vocazione che i bimbi manifestano all’interno della trama della quotidianità: attitudini, interessi, bisogni, disponibilità. Sono tutti elementi fondamentali che portano un ragazzino divenire a poco a poco persona: unica, originale, irripetibile. I genitori devono agevolare questo lungo e paziente lavoro di discernimento di qualità e abilità, utile ad orientare la formazione della personalità attraverso la valorizzazione del positivo che è dentro ciascuno.

La seconda riguarda la capacità dei grandi di sostenere la stagione della pro-vocazione. Troppi ragazzi dissipano risorse intellettuali e affettive per insicurezza o pigrizia, per disistima di sé o perché non riescono a finalizzare le esperienze di studio, di amicizia, di aggregazione in un gruppo. La famiglia può invece concretamente aiutarli a guardare in avanti, a costruire una progettualità generosa, a non desistere dallo sforzo di partecipare alle vicende del mondo, offrendo contributi fattivi di creatività e responsabilità. Quel che conta è passare dai suggerimenti alla testimonianza: i genitori devono dimostrare nei fatti che si può stare nella storia con amore, nonostante i tempi siano difficili.

La terza riguarda la disponibilità a vivere la propria storia vocazionale come con-vocazione: additare la via dell’autorealizzazione come impegno egocentrico significa mettere un’ipoteca sulla ricerca di felicità. Invece, è fondamentale trasmettere alle nuove generazioni la certezza che la vita vale quando viene condivisa. Per questo non vi può essere autentica educazione, se si escludono i valori sperimentabili nelle infinite forme dell’accoglienza dell’altro, della gratuità e del servizio al prossimo, della solidarietà con gli ultimi.

 

Tutto questo dice che la famiglia è chiamata ad avanzare proposte formative esigenti e controcorrente, non per caricare sui giovanissimi un peso insopportabile, ma perché chi è grande sa bene – anche per aver sperimentato sulla propria pelle qualche delusione cocente – che chi rinuncia ad essere e dare il meglio di sé rischia di essere dapprima intrappolato in un’insopportabile inquietudine e poi condannato all’inferno del lasciarsi vivere.