I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

INSERTO CULTURA

di Manieri Giancarlo

150° della Congregazione Salesiana

Urna di don BoscoSaremo parziali. In questo inserto dovremo prima di tutto scusarci con i lettori ma soprattutto con i salesiani, dei troppi nomi e troppe opere “lasciati fuori”. Nulla diremo sui santi>, sul Sistema Preventivo, sulla spiritualità salesiana, sulla Famiglia Salesiana, ecc. Il presente è solo un saggio (meglio sarebbe dire un assaggio) di quello che dovremmo e vorremmo dire… Basti pensare che gli Annali della congregazione occupano quattro grossi volumi di oltre 700 pagine ognuno e arrivano solo fino a don Paolo Albera, terzo successore di Don Bosco, come dire fino all’anno 1921. Noi getteremo uno sguardo più avanti, arrivando ai nostri giorni, ma a volo d’uccello, in sole sedici pagine. Si può dunque comprendere quanto la nostra panoramica sia incompleta, quante opere, attività e personaggi siamo costretti a lasciare nel “dimenticatoio”. Ma il nostro intento è unicamente quello di invogliare i numerosi e affezionati lettori della nostra rivista ad approfondire personalmente la meravigliosa storia della congregazione di Don Bosco in questi suoi primi 150 anni di vita.

 

DON BOSCO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

di Francesco Motto

 

 Don Bosco è una figura universalmente conosciuta, e sono varie le effigie che di lui si hanno… sembra sfuggire da ogni tentativo di semplicemente inserirlo nella costellazioni dei fondatori. Rimane comunque un “grande” della storia, non solo per quello che ha fatto nei suoi 73 anni di vita, ma per quello che è riuscito a trasmettere della portata universale, teologica e sociale del problema dei giovani.

 

A suo favore non hanno giocato né adeguate risorse economiche, sempre insufficienti ai bisogni, né un alto bagaglio culturale e intellettuale, quale era richiesto dal momento storico che si è trovato a vivere e neppure una formazione teologia e una concezione sociale adeguata a rispondere immediatamente alla secolarizzazione e alle profonde rivoluzioni sociali in atto. Riuscì tuttavia a conciliare felicemente nella sua persona e nella sua opera tradizione e innovazione, antichità e modernità, muovendosi intelligentemente fra congiunture favorevoli: inurbamento di giovani in tempi di decollo industriale, aumento del bisogno d’istruzione, eccedenza demografica e crisi economiche che incentivavano l’emigrazione, incapacità delle istituzioni statali (ma anche della Chiesa) d’inquadrare il mondo degli adolescenti e dei giovani secondo le esigenze della loro età. Temporalista a oltranza e “intransigente”, rispettò tuttavia l’autorità costituita e formò alle virtù civili educatori e allievi; sacerdote dalla morale piuttosto rigida, avviò i giovani della strada alla santità dello “stare allegri nel Signore”; educatore teoricamente passatista, dal volo altissimo nella difesa dei valori trascendenti, non negoziabili, fu “innovativo” per il metodo educativo che valorizzava la libera espressione dei giovani e i valori umani come amicizia, gioia, gioco, sport, musica, arte...

 

Figlio di una tradizione religiosa conservatrice, Don Bosco rilanciò l’Oratorio quale mezzo efficace di presenza della chiesa nella nuova realtà urbana; contadino di nascita, predilesse la città rispetto a una cultura cattolica dell’epoca rivolta a favorire la campagna; alieno da particolari studi sociali, si affermò universalmente per la sua capacità di coniugare scuola-formazione-lavoro in anni in cui il problema era assente dalle legislazioni. Don Bosco, privo di un ben definito progetto culturale o politico, ma ricco della “passione per le anime redente da Cristo” e forte della convinzione che Dio era con lui, si sentì libero verso tutti e tutto e come tale seppe lanciare strategie operative che affascinarono masse di giovani, uomini e donne sotto tutti i cieli. Ad un secolo di distanza la società salesiana da lui fondata raggiungeva l’acme delle forze operative (40.000 religiosi/e) ed a 150 anni il 132 Paese del pianeta. Era il “il fenomeno salesiano”, per dirla con papa Paolo VI: un complesso di opere al servizio della gioventù e delle popolazioni più umili, gestite da una serie di educatori che impressionano ancora oggi (e cui si accenna nelle pagine qui di seguito).

 

La società salesiana, diventata “famiglia salesiana”, e nata dalla mente e dal cuore di una educatore di grande statura, continua oggi a rivelare, nel suo complesso, notevole slancio organizzativo e buone capacità propositive, sia presso le società più evolute che presso i popoli economicamente e culturalmente più in difficoltà.. Le radici donboschiane dell’albero sono certamente sane, il tronco salesiano è indubitabilmente cresciuto robusto, i rami, nonostante tutto, ancora frondosi in un’atmosfera di emergenza educativa, il futuro salesiano è nelle mani di Dio... e nelle nostre.                       

 

I PRIMI ERANO 18

 

La congregazione dei salesiani è cominciata… con 18 persone: Bosco, Alasonati, Rua, Cagliero, Bonetti, Ghivarello, più altri 12 …

 

Tra questi membri della prima “direzione generale”, due passarono sacerdoti diocesani (Anfossi e Chiapale) altri tre tornarono nel mondo  (Marcelino, Rovetto, Pettiva). Il più anziano, don Vittorio Alasonatti, aveva 3 anni più di Don Bosco che ne aveva 44. All’unanimità pregarono Don Bosco che fosse il Superiore Maggiore con la facoltà di scegliersi il Prefetto. La scelta di Don Bosco cadde su don Alasonatti. Quindi si procedette alla nomina di un direttore spirituale e la sorte scelse il chierico diacono Michele Rua, dell’economo, il diacono Savio Angelo, e tre consiglieri i chierici Cagliero, Bonetti e Ghivarello.

 

Alasonatti morì 5 anni dopo a Lanzo a 53 anni. Bonetti Giovanni aveva 21 anni, fu il primo direttore del Bollettino Salesiano; morì a 53 anni nel 1891. Anche Giovanni Cagliero aveva 21 anni: divenne un eccellente musico, fu capo della prima spedizione missionaria in Argentina, primo vescovo e primo cardinale della congregazione. Morì a Roma nel 1926 a 88 anni. Michekle Rua, di 22 anni, fu sempre vicino a Don Bosco. Fu il primo direttore di un collegio salesiano fuori Torino, Mirabello; nominato prefetto generale nel 1865, divenne primo successore di Don Bosco e resse la congregazione per 22 anni. Angelo Savio, 24 anni, fu economo generale per 15 anni. Costruì Alassio, Vallecrosia, Marsella e il tempio del Sacro Cuore a Roma. Nel 1892 partì missionario per l’Ecuador. Morì nel 1893 durante un viaggio, a 58 anni. Carlo Ghivarello di 24 anni, compagno di Domenico Savio, nel 1876 fu nominato economo generale. Fu direttore di Saint-Cyr in Francia e di Mathi, in Italia. Morì nel 1916 a 78 anni.

 

Gli altri membri: Francesco Cerruti, il più giovane, aveva solo 15 anni. Fu il primo direttore di Alassio e il primo ispettore della Ligure. Fu nominato, nel 1885, consigliere scolastico generale. Organizzò gli studi della congregazione. Morì a 73 anni nel 1917. Celestino Durando fu autore di varie opere tra cui un vocabolario latino-italiano e italiano-latino. Morì nel 1907 a 67 anni. Giovanni Battista Francesia fu direttore di vari collegi, membro del Consiglio superiore, ispettore della Piemontese/Lombarda. Pubblicò una selezione degli scrittori latini. Morì a 92 anni nel 1930. Lazzero Lazzero fu il primo Consigliere Professionale. Morì a 73 anni nel 1910. Francesco Provera fu prefetto in molte case; un’ulcera al piede (!) lo portò alla tomba nel 1874 a 38 anni. Giuseppe Bongiovanni, fondò con Domenico Savio, suo compagno, la compagnia dell’Immacolata, poi fondò poi quella del SS. Sacramento e organizzò il “piccolo clero”. Morì otto giorni dopo l’inaugurazione della chiesa di Maria Ausiliatrice, il 17 giugno 1868. Questi furono, con Don Bosco, gli iniziatori. Si deve anche alla loro fedeltà e spirito di sacrificio se la congregazione ha raggiunto in poco tempo tanti obiettivi.

 

I SUCCESSORI SONO 9

 

Nove i successori di Don Bosco in questi primi 150 anni di vita della congregazione.

 

Beato Michele Rua (1837-1910) – Continuità e sviluppo – 1° salesiano formato da Don Bosco, 2° sacerdote dell’oratorio, 1° direttore di una casa fuori Valdocco, 1° successore di Don Bosco con cui visse per oltre trent’anni. In 22 anni di rettorato moltiplicò i salesiani (da 750 a 4000) e le opere (da 57 a 387). Beato dal 1972.

Don Paolo Albera (1844-1921) – Direzione spirituale e formazione – È il RM della 1° guerra mondiale. Direttore a Genova, ispettore in Francia, visitatore in America, poi catechista generale. Carattere mite e salute cagionevole, resistette però impavido allo sfacelo della guerra, quando quasi metà dei confratelli furono chiamati sotto le armi e decine di case requisite.

Beato Filippo Rinaldi (1856-1931) – Bontà e rilancio missionario – Fu ispettore in Spagna. Da superiore generale, benché schivo e riservato, portò a oltre 8000 il numero dei salesiani e a 700 le opere. Promotore infaticabile delle missioni, favorì anche l’espansione missionaria delle FMA. Fondò le VDB (Volontarie di Don Bosco). Beato dal 1990.

Don Pietro Ricaldone (1870-1951) – Organizzazione e cultura – Incaricato delle scuole professionali, le portò a un grado di sviluppo tecnico e pratico invidiabile. Lanciò la congregazione sul piano editoriale (LDC) e culturale (PAS). Nonostante le guerre (spagnola e mondiale - centinaia di morti e quasi 2000 confratelli deportati) durante il suo rettorato, incrementò fino a 15mila i salesiani e a un migliaio le opere.

Don Renato Ziggiotti (1892-1983) – Visite e ottimismo – Capitano nella 1° guerra mondiale, fu ispettore, consigliere scolastico generale, prefetto generale. Visitò un migliaio di case nel mondo, ricompattando i salesiani dopo la durissima esperienza della 2° grande guerra. Fece costruire il tempio di Don Bosco. Partecipò a tre sessioni del Concilio. Nel CG XIX chiese di non essere rieletto e divenne il primo RM emerito.

Don Luigi Ricceri (1901-1989) – Crisi e rinnovamento – Dovette affrontare i difficili anni del post/concilio e delle rapidissime mutazioni della società che costarono l’abbandono di qualche migliaio di salesiani. Indisse il Capitolo Speciale XX (1971-1972) che rinnovò Costituzioni e Regolamenti secondo i dettati del Concilio.

Don Egidio Viganò (1920-1995) – Ecclesialità e salesianità – Fu perito del Concilio. Guidò la congregazione a una vita più ecclesiale e più ricca culturalmente. Lanciò il Progetto Africa, aprì all’Europa Est, fondò l’Istituto Storico Salesiano, ottenne la trasformazione dell’Ateneo a Università Pontificia, e vi aggiunse i dipartimenti di Pastorale Giovanile e Comunicazione Sociale. Morì un anno prima della scadenza del suo 3° mandato.

Don Juan Vecchi (1931-2002) – Pastorale e progettualità – Sensibile alla cultura giovanile, primo RM non italiano (figlio di emigrati italiani in Argentina). Sviluppò la riflessione sul Progetto Educativo Salesiano, sull’animazione pastorale, sui gruppi e movimenti giovanili, sulla proposta associativa salesiana. Un male incurabile troncò la sua attività. Il suo rettorato è il più breve della storia salesiana, ma certo di notevole levatura.

Don Pascual Chávez Villanueva (1947-….) – il RM dell’era digitale – Ha dato grande importanza alla Strenna annuale, alla Famiglia Salesiana e al Movimento Salesiano. Punta decisamente sul rinnovamento della vita spirituale, sul ripensamento della pastorale giovanile e sull’uso coraggioso ma attento e discreto dei nuovi media. Ha lanciato il “Progetto Europa” per aiutare il vecchio continente a ritrovare forza propositiva e rinnovata volontà di evangelizzazione.

 

MISSIONARI DA FAVOLA

La congregazione annovera grandi uomini tra coloro che hanno lasciato patria, famiglia, amici per seguire la “chiamata” a portare il Vangelo alle genti, secondo l’ultimo comando di Gesù: “Andate in tutto il mondo…”. Ci limiteremo a cenni.

 

La prima spedizione missionaria fu in Argentina. Alcuni di quei salesiani hanno meritato fama imperitura, come don Alberto De Agostini (1883-1960) pioniere, geografo, esploratore, fotografo di fama internazionale; monsignor Giuseppe Fagnano (1844-1916) cui dedicarono un lago; don Alessandro Stefenelli (1864-1952) costruttore e direttore di vari osservatori metereologici, di grandi opere di irrigazione, una cittadina e un museo portano il suo nome. Il signor Carlo Conci (1877-1947) sociologo, popolarissimo, fu direttore del “Secretariado Nacional de la Union Popular Católica Argentina” e presidente della “Giunta Centrale di Operai Cattolici”, scrisse libri, fondò la rivista “Restauración Social”. Don Maggiorino Borgatello (1857-1929) fondatore del “Museo Etnografico e di Scienze Naturali” di Magallanes. Del beato Artemide Zatti (1880-1951), “el doctor”, del card. Cagliero acceneremo, di altri abbiamo già parlato sul BS.

 

Ma grandi missionari salesiani sono un po’ dovunque nel mondo. Monsignor Vincenzo Cimatti (1879-1965) in Giappone, scienziato e musico, don Luigi Cocco (1910-1980) missionario tra i Guaicas (Yanõmami) dell’Alto Orinoco; il suo volume “Parima” di carattere enciclopedico svela usi, costumi e cultura degli Yanõmami studiati per la prima volta sotto l’aspetto geografico, storico ed etnico: don Carlo Crespi (1891-1982), di cui è in corso la causa di beatificazione, fu uno degli studiosi più seri degli indio Shuar dei quali raccolse materiale per ben due musei in Ecuador. Don Albino Del Curto (1875-1954) fece un’opera colossale in Ecuador una strada da Pan a Mendez, con pala, piccone, scure, machete e candelotti di dinamite. Non ci credeva nemmeno il Governo…Ci mise 10 anni e divenne un mito! Tralasciamo i missionari in Cina Luigi Versiglia (1873-1930) e Callisto Caravario (1903-1930) di cui più volte abbiamo parlato. Abbà Elio (1942-1993) in Etiopia fece fiorire il deserto: “Avete dato dignità alla nostra città” gli disse il sindaco di Sway. Don Cesare Albisetti (1888-1977) è autore con don Giacomo Venturelli (1916-2006) della “Enciclica Bororo” in 4 volumi, “il maggior monumento della etnologia sudamericana” (Levi Strauss). Monsignor Gaetano Pasotti (1890-1950), in Cina ottenne salvacondotti perfino dai pirati; in Thailandia fondò una nuova missione, aprì 10 case, un noviziato e uno studentato filosofico/teologico e fondò una congregazione di suore indigene. Mons. Luigi Mathias (1887-1965) arcivescovo di Madras, fu un grande leader cattolico per l’India. Costruì chiese, seminari, alloggi per i poveri, dispensari, ambulatori, scuole, un ospedale. “Noi parliamo di opere sociali, voi le fate”, gli disse il Primo Ministro di Madras. DonMichele Unia (1849 -1895), in Colombia scelse Agua de Dios, terra dei lebbrosi (ve n’erano un migliaio). Fu prete e capo della comunità con pieni poteri. Costruì la città dei lebbrosi con asilo, scuola, chiesa, ospedale, acquedotto. Introdusse la musica, il canto, il lavoro. Morì sfinito. Don Aurelio Maschio (1909-1996) fece opere sociali in tutta l’India, trasformò un acquitrino puzzolente in terreno solido, dove impiantò una delle più straordinarie opere missionarie. Père François Guézou (1924-2009) trasformò centinaia di capanne abitate da “fuori casta” in villaggi, s’inventò una grande impresa di bachi da seta, costruì chiesa, scuole, ospedale, collegi… Anche questo è solo un assaggio: numerosa è la schiera dei grandi missionari.

 

SCRITTORI

Nei collegi salesiani fino agli anni 50/60 vigeva la regola di leggere, a tavola, per un tempo conveniente, dei romanzi “buoni”, sia per tenere in qualche modo la disciplina, sia per inculcare nei giovani esempi di eroismo, di onestà, virtù e lotta contro il male.

 

Anche il romanzo letto a tavola era un mezzo educativo. Non per nulla un nugolo di salesiani si lanciarono nei cieli della fantasia per scrivere romanzi che qualcuno oggi definirebbe “fuori dagli schemi”. Certo! Non vi si trovano truculenze gratuite, sesso a go-go, vendette devastanti; non trionfano i vizi, non c’è traccia di parlare sboccato, di scurrilità, bestemmie, turpiloqui e via discorrendo che formano, troppo spesso, l’ambiente narrativo dei moderni scrittori che non conoscono più tabù, poiché non sono educatori! Alcuni di questi romanzi non hanno nulla da invidiare – si parla di trama, di fluidità di scrittura, d’intreccio narrativo – alle più quotate opere dei moderni scrittori, tant’è che tenevano in silenzio torme di giovani…

 

Alcuni dei più noti romanzieri salesiani rispondono al nome di don Eugenio Pilla, don Rufillo Uguccioni, don Emilio Garro… Il primo ha all’attivo circa 300 volumi tra romanzi, biografie di grandi uomini e agiografie. Il più gettonato dei suoi scritti, citato anche da Umberto Eco e sfruttato per decenni nei collegi salesiani s’intitola “Piccoli martiri”; dalla tipografia salesiana di Catania che l’ha pubblicato furono vendute più di 300mila copie! Don Pilla ebbe anche l’onore di essere chiamato dall’editore Cantagalli a dirigere la sua collana agiografica nella quale pubblicò 78 volumi, in gran parte scritti da lui stesso. Emilio Garro, a sua volta, fu un prolifico romanziere; i vecchi salesiani conoscono bene il racconto storico “Seimila spade”, “La fine del mondo”, “Pompeiana Juventus”, ecc. tutti editi dalla SEI. Della stessa editrice sono anche i romanzi di don Rufillo Uguccioni, altrettanto noti, come “Il cervo bianco”, “Il collaudo dello Spar”, “Il sentiero della tempesta”, “La spia di Bagdad”, “Il dragone nero”, ecc.

 

Ma molti altri salesiani si sono cimentati in lavori educativi e scolastici, come i grandi latinisti e grecisti salesiani che con una meticolosità encomiabile e inarrivabile maestria hanno “purgato” i classici latini e greci, togliendo dai loro scritti tutto ciò che non rispondeva a criteri educativi salesiani. Tali “aggiustamenti” che oggi apparirebbero scandalosi e sarebbero bersaglio di motteggi e vignette caustiche, allora fecero la fortuna della SEI, tanto da portare l’editrice salesiana ai primi posti dell’editoria nazionale scolastica. Tra i nomi più illustri di salesiani che hanno operato in questo campo si ricordano don Paolo Ubaldi e don Sisto Colombo professori universitari, don Giovanni Battista Francesia diresse i “Selecta”, che offriva edizioni purgate di scrittori latini, don Garino Giovan Battista si occupava di quelli greci; don Francesco Cerruti degli italiani… Molti altri i nomi di salesiani di fama che la tirannia dello spazio ci priva del piacere di nominare.

 

MADRI, PERCHÉ SORELLE

di Maria Antonia Chinello

 

Del loro passaggio in questi 150 anni della congregazione salesiana restano tracce nelle pagine di cronaca, spesso scarne e succinte. Parliamo delle FMA

 

Un nome qua e là. Oppure, i cenni biografici di chi ha speso la vita dedicandosi alle prestazioni domestiche presso i salesiani nelle loro opere. Sono centinaia le FMA che, a partire dagli anni ’20 fino agli anni ‘70, hanno prestato servizio presso le case dei confratelli. Era stato Don Bosco a pensare a loro, come aiuto per i servizi domestici nei collegi e in qualche sede vescovile, presto abbandonata. Sostituivano le presenze femminili dei primi decenni, mamma Margherita, poi la mamma di don Rua, di mons. Gastaldi, e alcune benefattrici. Figlio del suo tempo, don Bosco non trascurò le misure prudenziali nelle relazioni tra salesiani e suore. In una visione così unitaria della missione, inizialmente non si pensò a convenzioni con le FMA, che regolassero gli orari di lavoro, le spese, eventuali stipendi. Un senso di grata riverenza prevaleva su ogni altra considerazione.Quest’opera, realizzata per necessità pratiche e contingenti, benché non rientri giuridicamente nella missione specifica dell’Istituto, è stata sempre considerata un’attività subordinata ad altre con finalità espressamente educative.

 

Ha nomi e luoghi precisi la geografia della maternità spirituale esercitata dalle suore con prudenza e discrezione, nel silenzio e nel nascondimento. Una maternità verso confratelli e giovani, nata da cuori innamorati di Dio, che si è fatta presenza e cura non solo tra pentole e stufe, macchine da cucire e lavatrici, ma che si è espressa spesso più con gesti che con parole ed è giunta a toccare il senso, le motivazioni profonde che sostengono e rinsaldano la scelta di dedicarsi a Dio e, in lui, ai giovani.  Sr. Nunzia Gangemi, sr. Maria Prassenda, sr. Teresa Zucca, sr. Maria Garberoglio, sr. Giulia De Carli, sr. Donata Gruosso, sr. Domenica Girolami, sr. Anna Grassi, sr. Carla Munerato, sr. Mariangela Saltarelli… e poi l’Ateneo Salesiano, la Pisana, il Sacro Cuore di Roma, il Belvedere di Vercelli, Napoli Vomero, Arese e i «barabitt»… L’elenco potrebbe continuare e sarebbe sempre debitore. Sono state mamme e sorelle. L’economo generale don Giraudi, scrisse alla superiora generale che la morte di sr. Luigia Ponti era «un lutto per tutto l’Oratorio di Valdocco!».

 

I salesiani per il 50esimo dell’arrivo delle FMA ad Arese, scrivono: «[…] la presenza delle suore ad Arese è sempre stata vissuta come presenza d’amore. Don Della Torre, il fondatore, la portava come prova dell’esistenza di Dio. Chi poteva sostenere la loro fatica in cucina, ogni giorno, mattino, pranzo, merenda, sera, in guardaroba e in lavanderia […]. Le suore hanno vissuto il cambio educativo dal “Beccaria” a “Don Bosco”, “a fianco” dei Salesiani, rinsaldando giorno per giorno, i fraterni vincoli di comunione, di servizio e di collaborazione, vivi ancora oggi». La certezza che preparare da mangiare è un gesto eucaristico, religioso e lavare piatti o vestiti, pantaloni e calze richiama il gesto di Gesù nell’ultima Cena, quando si è chinato a lavare e a baciare i piedi dei suoi amici, ha guidato forse inconsapevolmente le nostre sorelle a vivere il ministero del servizio e del dono incessante. Ma è anche vero che la ricompensa ricevuta è moltiplicata, e non solo nel Regno dei cieli. Infatti, se si dovesse lasciare a loro la parola, sarebbero tutte altre storie tessute sui fili della riconoscenza e della memoria, dal sapore dei fioretti francescani, che non avrebbero fine perché vissute nei segni della semplicità e reciprocità del dare la vita, costi quel che costi, e ora custodite nel cuore perché donne e madri.

 

A DUE VOCI

di Maria Antonia Chinello

 

La collaborazione tra FMA e Salesiani è un dato di fatto fin dagli inizi. Il tempo ha scritto pagine di dedizione e passione missionaria, di intraprendenza e creatività per rispondere, insieme, ai segni dei tempi, credendo che i confini del carisma e della presenza educativa si ampliano. Fino all’insperato.

 

Le prime sono state le case di Borgo San Martino, di Torino-Valdocco, di Nice in Francia. Nel 1877, Don Bosco decide di inviare un primo manipolo di FMA in Uruguay. L’Istituto era nato da poco, nel 1872. A sommare l’età delle prime sei missionarie si giunge a malapena a… 123 anni! Questa precoce apertura missionaria fu dovuta all’intraprendenza e alla fiducia di Don Bosco, che in tal modo impresse un carattere internazionale all’Istituto, con le relative conseguenze organizzative e formative.  Intraprendenza che ha trovato nelle suore risposte pronte e generose, nella certezza di “andare” accanto ai “figli di Don Bosco” e di poter contare su di loro. Il tipo di collaborazione realizzata si differenzia notevolmente da Paese a Paese, a riprova di un realistico adattamento al contesto.

 

Mentre nei Paesi europei prevale una subordinazione delle FMA, che vedevano nei Salesiani i superiori e i tutori autorevoli, indiscussi e indiscutibili del vero spirito salesiano, nelle missioni, invece, dopo aver seguito i Salesiani nell’avvio delle opere, le suore furono loro accanto nell’apostolato, aprendo le porte delle famiglie al sacerdote, attraverso la cura delle donne e dei piccoli. Don Cagliero, don Costamagna ed altri missionari della prima ora riferiscono dell’efficacia di tale sinergia nella missione salesiana.

Oggi i tempi, i contesti, le modalità e i canali della “collaborazione” tra FMA e SDB sono ulteriormente mutati.

 

Il Rettor Maggiore definisce la Famiglia Salesiana come un vasto movimento di persone dedicate al bene dei giovani, una identità che richiede un grande impegno da parte dei diversi gruppi che compongono la famiglia spirituale fondata da Don Bosco.

Possono essere nuove le parole, ma di fondo vi è la convinzione che “insieme” si può pensare, si possono dare mani e piedi all’agire per i giovani e le giovani. Lo sforzo è “lavorare in rete” per rafforzare e rendere concreta la comunione e la missione educativa, nel rispetto della specificità e diversità, in un clima di serenità e di fraternità, di scambio e di reciproco potenziamento, di effettivo ed efficace inserimento sociale e culturale.

I cammini e le presenze si moltiplicano, si aprono a nuovi risvolti per rendere sempre più significativo e pregnante, a tutti i meridiani e paralleli, il sogno di Don Bosco, Padre e Maestro: la salvezza dei giovani, vederli – e volerli – felici nel tempo e nell’eternità.

 

Le fma della prima spedizione missionaria, avvenuta il 14 novembre 1877 (è indicata la data di nascita):

Borgna Giovanna       20-02-1860     17 anni

Cassulo Angela          09-03-1852     25 anni

Denegri Angela          02-02-1860     17 anni

Gedda Teresa             07-01-1853     24 anni

Mazzarello Teresa       12-04-1860     17 anni

Vallese Angela           08-01-1854     23 anni (capospedizione)

 

IL BS

Il BS è una creazione originale di Don Bosco, una delle tante! L’ha voluto, l’ha sostenuto, l’ha ampliato. È stato proprio lui che ha preparato e scritto il primo numero, e anche quando l’ha affidato ad altri, ha continuato a seguirlo personalmente sia per quanto riguardava l’impostazione generale, sia per quanto riguardava i contenuti. Ha accompagnato la storia della congregazione dal 1877 a oggi

 

La prima idea che gli venne in mente fu di creare un organo di collegamento per i numerosissimi cooperatori che un po’ dovunque supportavano le sue innumerevoli opere e iniziative, lo pensò come “l’anima della nostra Pia Unione” (MB 13,265). Ma, già fin dall’inizio, il suo disegno appare molto più ampio. Tant’è che decise di farlo leggere in pubblico sia ai salesiani sia agli allievi. Si accorse subito di aver creato un mezzo dalle molteplici possibilità, e gli diede un’importanza che potrebbe apparire addirittura esagerata, fino a chiamarlo il “sostegno principale dell’opera salesiana e di tutto quanto riguardo noi” (MB 17,669), fino a legare al BS la prosperità della Società Salesiana (MB 17,645), fino a dire che se cadesse il Bollettino cadrebbero le sue opere! (MB 13,260).

 

Molti gli obiettivi assegnati alla rivista. Il BS diventerà una potenza (CG 111,1893). Esso deve servire “per ottenere soccorso, attirando l’affetto della gente alla nostra istituzione” (MB 13,260). Per questo egli vuole una catena mondiale di BS. Tant’è che cominciò a crearla. Dopo quella italiana (1877) fondò quella francese (1879), poi quella argentina (1880) quindi quella spagnola (1886). Voleva una rivista operativa, mordente, dinamica. Non per nulla come primo direttore, dopo di lui, chiamò don Bonetti, grintoso, combattivo, determinato. Tanto che dovette intervenire per raccomandargli un po’ più di moderazione. Ma non insistette più di tanto. Segno evidente che il suo primo successore come direttore non gli dispiaceva affatto. Ce lo lasciò fino al 1883, quando passò la direzione a don Giovanni Battista Lemoyne che sarà uno dei suoi biografi.

 

Una particolarità che è ancora in atto è la seguente: il volume 13° delle Memorie Biografiche annota a pagina 260: “L’abbonamento costava tre lire, le quali peraltro non si faceva obbligo ad alcuno di versare”. Fu proprio Don Bosco a dare ragione di questa prassi da lui voluta: “Il vantaggio da esso (BS) arrecato non istà nelle tre lire di annualità; quindi non si richiedano. Un benefattore che dia un’elemosina, talvolta basterà a pagare per tutti”. (MB 13,261). Nei suoi 132 anni di vita il BS non è mai venuto meno a questa prassi. Le sue pagine hanno socializzato imprese e catastrofi, cronache e resoconti, consensi e dissensi, armonie e contrasti, carità e difficoltà, vita e morte… I 14 direttori che sono succeduti a Don Bosco hanno cercato di seguire le indicazioni che il fondatore aveva dato al suo primo successore. Oggi le 56 edizioni della rivista in 29 lingue testimoniano della fortuna di questo mezzo di diffusione che resiste all’avanzata delle edizioni digitali.                                                                                                                                           

 

UN ORATORIO SENZA MUSICA È UN CORPO SENZ’ANIMA

Il cammino della Congregazione è cosparso di suoni. La musica è stata sempre usata da Don Bosco come strumento educativo d’eccellenza, alla pari del teatro. Anche per questo molti suoi figli hanno coltivato quest’arte con risultati che hanno superato i confini nazionali.

 

Don Bosco stesso era un musico autodidatta. “Lodate Maria”, “Ah! Si canti”, “Angioletto del mio Dio” (parole di Silvio Pellico) sono le sue composizioni più note che si sono state cantate per più di 100 anni nei collegi salesiani. Ai suoi figli trasmise l’amore alla musica e al canto come mezzo educativo. Alcuni di loro divennero celebri.

Don Giovanni Cagliero (1838-1926), missionario in Argentina poi vescovo e primo cardinale salesiano. Le sue melodie divennero popolarissime e non solo in ambiente salesiano. Lui steso si definì “impresario della musica strumentale del canto e del teatrino”. La sua “Messa funebre” fu eseguita per i funerali di re Carlo Alberto.

Il coadiutore Giuseppe Dogliani (1849-1934), fu compositore e maestro di coro inarrivabile; veniva invitato in varie città d’Italia, Francia e perfino in Argentina. La sua banda eseguiva con disinvoltura Gounod, Rossini, Haydn, Palestrina, ecc.

Don GiovanniBattista Grosso (1858-1944) direttore a Marsiglia, vi creò una schola cantorum nota in tutta la Francia. Fu vicepresidente della celebre Associazione Italiana Santa Cecilia. Organizzò concerti sacri e profani di musica polifonica che lo resero popolare. Fu uno dei maggiori specialisti del gregoriano.

Don Giovanni Pagella (1872-1944) fu messo a confronto con i migliori compositori del suo tempo. Uno dei grandi maestri di musica sacra. Ingente la sua produzione. Fu lui a comporre la Messa a otto voci per il ritorno di Don Bosco dalla tomba di Valsalice a Valdocco.

Don Alessandro De Bonis (1888-1965). La “Cantata a San Domenico Savio” per il 10° anniversario della canonizzazione del piccolo santo, venne trasmessa dalla TV Italiana due giorni dopo la sua morte. A 7 anni suonava l’organo in chiesa: per arrivare alla tastiera metteva sullo scranno due grossi messali. A 22 anni si diplomò in organo a Bologna, poi in pianoforte e composizione a Napoli. Divenne insegnante stimato di musica sacra e canto gregoriano al Conservatorio di Napoli. Noto in campo internazionale.

Don Nicola Vitone (1913-1974). Diplomato al conservatorio di santa Cecilia a Roma, conosciuto in Italia e all’estero. Insegnò al Conservatorio di Bari e al Pontificio Istituto di Musica Sacra a Roma. Da buon salesiano considerava la musica un mezzo educativo e di elevazione spirituale. “È un esempio che non potrà essere dimenticato da quanti lo hanno conosciuto”, scrisse di lui l’Osservatore Romano.

Don William Rabolini (1930-1992). Di eccezionale sensibilità artistica. Diplomato in organo e composizione a Milano, in Musica corale, Direzione di coro e Composizione a Napoli, dove si abilitò anche per l’insegnamento di Direzione Corale e di Direzione d’orchestra. Fu docente stimatissimo al Conservatorio di Avellino prima, di Napoli poi, e docente di Musicologia presso la facoltà teologica dell’Italia Meridionale. La sua “Cantata a Don Bosco per Coro e Orchestra” fu eseguita al San Carlo di Napoli nell’’88 dalla RAI. Fondò e diresse l’Orchestra Giovanile Meridionale e il Piccolo Teatro Lirico Napoletano.

Abbiamo tralasciato don Antonio Fant, don Raffaele Antolisei, don Enrico Scarzanella, e molti altri che onorarono la congregazione con il loro talento artistico/musicale.  

 

DON BOSCO IN FRANCOBOLLO

La fama di una persona si misura anche dalla quantità di francobolli sui quali è raffigurata la sua effige, ed emessi per qualche sua opera o ricorrenza. Di “Don Bosco in francobollo” esiste una pubblicazione che riporta anche l’autentica marea di annulli postali di cui il santo dei giovani è stato oggetto.

 

Con ogni probabilità il più venduto dei francobolli raffiguranti Don Bosco fu quello ricavato da uno dei 31 quadri del pittore Corrado Mezzana che descrivono le varie tappe della vita di Don Bosco. Di quel francobollo, diviso in due parti raffiguranti rispettivamente a destra in primo piano il santo benedicente e a sinistra in secondo piano l’incontro di Don Bosco con Domenico Savio, prodotto in 4 milioni di copie, è stato emesso per l’anno centenario della sua morte nel 1988. Dello stesso pittore fu anche una serie con l’effige di Don Bosco e una con quella di San Francesco di Sales, in occasione dell’Esposizione Mondiale della Stampa Cattolica il 20/06/1936. Ne furono venduti, solo nei giorni dell’esposizione, 677.177, un numero impressionante considerando che i visitatori furono 82.738.

 

Le raffigurazioni del santo sui francobolli hanno toccato e toccano i più diversi aspetti della sua intensa vita e della sua sorprendente opera in ogni parte del mondo. Ne indichiamo alcune. Don Bosco che abbraccia giovani di diverse razze; che incontra Domenico Savio; che è raccolto in preghiera; che parla con giovani apprendisti, che assiste ragazzi intenti al gioco e allo studio; in compagnia di giovani che pregano, ecc. Le più diverse nazioni hanno omaggiato di una o più emissioni il santo di Valdocco, a testimonianza della sua popolarità ma soprattutto dell’importanza della sua opera educativa. Accenniamo solo a poche e senza ordine. Oltre al già citato Vaticano, il Brasile, l’Argentina, il Belgio, la Bolivia, l’Austria, la Colombia, l’Honduras, il Cile, il Venezuela, l’Uruguay, la Repubblica Dominicana, il Perù, il Paraguay, Panama, il Guatemala, El Salvador, L’Ecuador,  Macao, l’India, le Filippine, la Spagna, la Romania la Slovacchia, Malta, l’Olanda, il principato di Monaco, l’Ungheria…

 

I francobolli non riproducono soltanto Don Bosco. Spesso sono dedicati ad alcuni suoi figli, diventati famosi, come il cardinal Cagliero, il rettor maggiore don Renato Ziggiotti, il fondatore del santuario di Gesù Bambino di Bogotà, don Juan Del Rizzo; ma anche a gruppi di missionari, ad alcuni santuari dedicati all’Ausiliatrice, ad alcune opere salesiane di particolare rilevanza sociale. E ancora (stavolta parliamo di una splendida serie venezuelana) a giochi di ragazzi, ad apprendisti in laboratorio, a missionari assieme a piccoli indi, a giovani in scuole agricole. C’è anche da sottolineare che la quasi totalità delle emissioni dei francobolli sono state accompagnate ovunque da buste con timbri primo annullo.

È lecito perciò affermare che anche i francobolli abbiano contribuito alla diffusione del nome di Don Bosco e della sua opera.

 

ARCHITETTURA vivente Don Bosco

di Natale Maffioli

 

Già don Bosco e i suoi primi successori avevano commissionato ad artisti, in verità poco noti ma significativi nell’ambito locale, chiese, dipinti e sculture per sostenere, a tutto campo, le imprese educative.

 

Ai primi salesiani stavano a cuore non solo il sistema preventivo e le riflessioni in campo pedagogico, ma anche quanto l’arte poteva offrire di positivo per educare civilmente e, soprattutto, cristianamente la gioventù e il popolo cristiano. Ecco allora le tre chiese che don Bosco fece costruire sobbarcandosi fatiche immani per la raccolta dei fondi: la basilica di Maria Ausiliatrice, la chiesa di San Giovanni evangelista e la basilica del Sacro Cuore al Castro pretorio a Roma. Della prima è bene riassumere le tappe e le idee di don Bosco al riguardo. Don Bosco da qualche tempo vagheggiava la costruzione di una chiesa“più bella, più grande, che sia magnifica”, intitolata a Maria Ausiliatrice. La progettazione fu affidata all’ingegner Antonio Spezia. Il prospetto originario della basilica ha evidenti legami con la chiesa veneziana di San Giorgio Maggiore dell’architetto veneto Andrea Palladio Deviando da quelle che erano le forme eclettiche allora in voga, lo Spezia si rivolse a modelli palladiani come più versatili e universali. Bisogna tenere presente che il palladianesimo si presentava come un evento architettonico di vasto respiro internazionale: aveva attecchito in Inghilterra e negli Stati Uniti. Con questo riferimento, l’ingegnere Spezia voleva sottrarre la chiesa di Maria Ausiliatrice alla matrice torinese e inserirla in un contesto architettonico sovrannazionale. La fabbrica, tra alterne vicende, fu portata a termine nel 1868 e fu consacrata il 9 giugno di quell’anno.

 

La seconda è quella dedicata a San Giovanni Evangelista sul Viale del Re, oggi Vittorio Emanuele II, su progetto dell’architetto Edoardo Arboreo Mella, consacrata il 28 ottobre del 1882. L’architettura si ispira a modelli romanici lombardi, rivisitati dal Mella con mentalità che aderiva ai canoni della storiografia ottocentesca. L’alta guglia che sovrasta la porta principale è inusitata nel panorama architettonico piemontese. L’interno, a tre navate con deambulatorio, è ricco di pitture di Enrico Reffo e Giuseppe Rollini. L’altare maggiore e i sei laterali sono stati eseguiti su disegni del Mella, i lampadari, in bronzo dorato, su disegni di Carlo Costa. Pregevole la bussola lignea della porta maggiore intagliata nel 1888 dal minutiere Antonio Boido. Il mosaico pavimentale del presbiterio fu messo in opera da Davide Crovatto nel 1882, mentre le stazioni della Via Crucis, in cemento, sono della ditta Mayer di Monaco di Baviera. Alla sinistra della porta principale è collocata la grande statua di Pio IX, realizzata in marmo bianco di Carrara da Francesco Gonfalonieri nel 1882; nelle intenzioni di don Bosco, doveva essere collocata davanti alla chiesa.

 

La terza chiesa, che costò a don Bosco sacrifici enormi, è la basilica romana del Sacro Cuore al Castro Pretorio, opera dell'architetto Francesco Vespignani (1808/1882) figlio di Virginio, l'architetto di PIO IX. La facciata è di schietto gusto neoclassico in parte realizzata in travertino; i tre portali, in marmo bianco di Carrara sono coronati da mosaici che raffigurano Il Sacro Cuore, San Giuseppe e S. Francesco di Sales. L'interno si ispira alle antiche basiliche romane: tre navate divise da otto colonne e pilastri di granito grigio. Nessuna parte delle pareti delle volte e dei soffitti è trascurata: mensole, rosoni, arabeschi e affreschi, tutto contribuisce a rendere la basilica solenne e armoniosa. Al fondo campeggia l'altare maggiore con l'immagine del Sacro Cuore, del pittore Franz van Rohden (1817-1903). Una partedell’altare è settecentesca e proviene dalla chiesa senese di SanFrancesco; altri elementi decorativi della basilica giungono da antiche chiese dismesse di Roma.          

 

LA SCULTURA

di Natale Maffioli

 

Per rimanere nell’ambito delle opere scultoree vale qui la spesa ricordare i due grandi bozzetti commissionati da don Rua nel 1892, nell’ambito del rinnovamento decorativo dell’interno della Basilica di Maria Ausiliatrice, allo scultore piemontese Giacomo Ginotti.

 

Dai modelli si dovevano trarre due sculture da collocare tra le due coppie dicolonne del rinnovato altare maggiore progettato dall’architetto Crescentino Caselli. Mentre si attendeva la loro realizzazione, furono installate provvisoriamente due immagini posticce, ma il provvisorio divenne definitivo e le due sculture in marmo non furono mai eseguite. Il Ginotti fu comunque remunerato per il suo lavoro e i due modelli finirono in qualche deposito. Nove anni dopo, in occasione dell’inaugurazione della chiesa annessa al collegio salesiano di Valsalice, i due gessi del Ginotti fecero la loro comparsa a coronamento dell’altare maggiore. L’evento fu così descritto dal Bollettino Salesiano: “Aggiungono grazia e decoro allo splendido altare due grandi statue, S. Vincenzo de’ Paoli e S. Filippo, delle quali una in cornu Evangelij, l’altra in cornu epistolae, già modellate dal Ginotti”.

 

Il Ginotti era nato nel 1845. Dopo aver studiato al Laboratorio Barolo di Varallo Sesia, passò all’Accademia Albertina di Torino dove tornò dopo un breve trasferimento a Roma. Fu allora che produsse monumenti di grande impegno. La sua gloria la deve a una singolare scultura, “La schiava”, più volte replicata, che gli valse la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia. Altre opere sue furono premiate in diverse esposizioni internazionale e gli valsero la fama di grande artista. Morì a Torino nel 1897.

 

Tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio del decennio successivo, furono commissionati a un artista importante, vicino allo scultore Vincenzo Vela (1820-1891) due angeli portacero in legno. Con tutta probabilità le due figure angeliche erano poste alla base dei gradini dell’altare maggiore della Basilica di Maria Ausiliatrice, con l’ampliamento degli anni trenta del ‘900, furono relegati nel matroneo della chiesa interna del collegio di Valsalice. Recuperati, ultimamente sono stati restaurati e posti a fianco del nuovo altare nella stessa Basilica da dove provenivano. Il riferimento all’ambito del Vela è insinuato da alcuni particolari degli angeli, e segnatamente del volto che riprende in maniera sconcertante il viso angelico del monumento funebre di Tito Pallestrini del 1856 (attualmente conservato nella Galleria Civica d’ArteModerna di Torino); certamente anche la raffinatezza dell’esecuzione rimanda a uno scultore di alto livello.                                                            

LA PITTURA

di Natale Maffioli

 

Le nuove fabbriche ecclesiastiche furono anche l’occasione per la commissione di dipinti  funzionali ai titoli e alle diverse devozioni. Per la basilica di Maria Ausiliatrice lavorò Tommaso Lorenzonealla pala principale e a quella dell’altare di San Giuseppe; un ulteriore dipinto per l’altare di san Pietro (l’altare è stato sostituito negli anni trenta del ‘900 da quello di Don Bosco), importante ma trascurato, fu realizzato dal pittore milanese Filippo Carcano (1840-1914). L’indicazione dell’artista si deve alla sagacia del duca milanese Tommaso Gallarati Scotti. Il quadro era già pronto il 21 aprile 1869. La Consegna delle chiavi è dunque un’opera giovanile; il Carcano è ancora alla ricerca di un suo linguaggio, ma si rivela già orientato verso quello che si può definire un protodivisionismo, anche se è molto attento ai dati del reale. Il dipinto è firmato.

 

Anche l’artista Enrico Reffo (1831-1917), buon pittore soprattutto di soggetti religiosi (fu per decenni insegnate di pittura e scultura nel collegio torinese degli artigianelli), lavorò a diverse imprese volute dai salesiani: per la basilica di Maria Ausiliatrice realizzò la tela all’altare dei Santi Martiri, e due grossi quadri per la chiesa interna del collegio torinese di Valsalice, ma fu soprattutto nella chiesa di San Giovanni Evangelista che dispiegò al meglio la sua arte. Decorò il catino absidale con una struggente crocifissione, le pareti laterali del presbiterio con le storie del titolare mentre nella navata centrale raffigurò i sette vescovi destinatari dei sette messaggi del capitolo secondo dell’Apocalisse.

 

Nel 1909 realizzò un ritratto di Don Bosco; lo sguardo del santo è fisso su un oggetto al di fuori della pittura, la sua intensità lascia intendere che il Reffo, che conobbe don Bosco perché fu lui ad affidargli la decorazione interna della chiesa di San Giovanni, sia rimasto folgorato da quello sguardo e lo descrisse con minuzia in questo suo ritratto. I salesiani non si interessarono solo di nuove opere ma conservarono quelle antiche che, grazie a passaggio di proprietà, erano venute in loro possesso. È sufficiente, come esempio ricordare i diversi capolavori di pittura e scultura conservati nel santuario della Madonna dei Laghi di Avigliana (TO). Il polittico posto sopra l’altare maggiore,opera di un valente pittore, vissuto tra il ‘400 e il ‘500 vicino, se non compagno, del grande pittore piemontese Defendente Ferrari (1480/85-1540). Il bellissimo ciborio rivestito di tartaruga, opera romana degli inizi del ‘600, oppure le strutture lignee degli altari, capolavori di importanti minusieri piemontesi.

 

Dovremmo parlare delle opere di architettura, pittura e scultura realizzate, soprattutto nel secolo scorso, in ogni parte del mondo: le centinaia di chiese e santuari dedicati a Don Bosco, Maria Ausiliatrice e Domenico Savio in pratica ovunque sono i salesiani. Alcuni sono autentici capolavori, eseguiti da artisti di fama.  La tirannia dello spazio non ci permette nemmeno di accennarli.                                                                                                                                  

 

IL SANTO DEI MONUMENTI

Si vocifera che Don Bosco sia il santo che conta più monumenti nel mondo. Sono migliaia. Non sappiamo se è vero. Ma ci piace pensarlo! Quel che è certo è che dovunque sono i salesiani lì c’è qualche statua del loro fondatore.

 

Qualcuno ha cominciato a catalogare i monumenti al fondatore dei salesiani e a scriverne. L’ha fatto don Santino Russo per la sua regione, la Sicilia, che ne conta ben 33 (per adesso), come gli anni di Gesù! Li ha fotografati, descritti, commentati. Ne è scaturito un bel volume di 176 pagine. Godibile, ma soprattutto – non sembri esagerato – da meditare. Perché ogni monumento ha una sua caratteristica che lo specifica, riflette un tratto della poliedrica personalità del santo dei Becchi, un gesto della sua “carità”, un sorriso della sua bontà, un tocco della sua indescrivibile attività a favore dei giovani. Ogni monumento suscita una diversa emozione.

 

L’augurio che il BS fa per questo 150° di fondazione è che si trovi qualcuno in ciascuna ispettoria che faccia quanto ha fatto don Santino. Lo speriamo. Non per autocelebrazione (Don Bosco non ne ha più bisogno) ma per venerazione, per rivivere il suo impegno e rivitalizzarlo, per ricuperare qualche aspetto e approfondirlo, andando a scoprirne le motivazioni, la carica interiore, il dinamismo apostolico, la forza trainante; per rinsaldare, insomma, la vocazione e rafforzare le scelte. E, soprattutto, per… “ritornare a Don Bosco”.

 

Ma, dicevamo, i monumenti a Don Bosco sono dovunque nel mondo, a testimoniare l’attaccamento dei suoi figli al Padre. Nei posti più impensati si può trovare una statua che lo ritrae. Fin nel profondo sud, a Ushuaia, la città più australe del mondo. Almeno 121 Paesi (tanti sono quelli che ospitano ufficialmente case salesiane) hanno monumenti al nostro santo. Molti sono manufatti di grandi artisti, autentici capolavori. Alcuni sono stati eretti per devozione, altri per riconoscenza, altri per ammirazione: celebrano il fondatore, l’educatore, il sognatore, il maestro, il padre dei giovani, il prete il santo, il lavoratore infaticabile…     

 

”DON B”

“Don B” è il simpatico Don Bosco creato dal vignettista degli angioletti, Paolo Del Vaglio, da sempre collaboratore del Bollettino Salesiano.

Le sue strisce sono sempre educative, come si conviene al prete/educatore per antonomasia che è per l’appunto Don Bosco, il quale da 150 anni prima personalmente poi attraverso i suoi figli le tenta tutte per allontanare il Male dai giovani.